sabato 6 aprile 2013

Richard Coudenhove-Kalergi, profeta disarmato dell’Europa







Gennaro Malgieri
                                 

Quando il 27 luglio 1972 Richard Coudenhove-Kalergi si spense a Schruns in Austria – era nato a Tokio il 17 novembre 1894, figlio di un diplomatico austro-ungarico e di Mitsuko Aoyama, discendente da una nobile famiglia di samurai -  l’Europa era senza speranza.
La divisione del mondo in blocchi la rendeva sostanzialmente irriconoscibile dal punto di vista politico perché non dotata di una sua autonomia. Si potrebbe dire che essa era la sintesi di tutto ciò contro cui aveva combattuto per oltre cinquant’anni Coudenhove-Kalergi, visto che il suo movimento “Paneuropa” non era riuscito a creare, nonostante le ottime intenzioni dei molti che vi cooperarono, le condizioni per la creazione, quanto meno, dei presupposti sui quali fondare l’unione europea. Uno sconfitto, dunque, l’aristocratico austriaco? Non si direbbe, dal momento che le sue idee, ben dopo la sua morte, hanno registrato attenzioni non sporadiche o frammentarie e “Paneuropa” continua ancora oggi ad essere un riferimento per quegli europeisti che non si accontentano di compromessi al ribasso per costruire l’unità continentale.
In altri termini, il lavoro appassionato di Coudenhove-Kalergi, riceve quotidianamente conferma da quanti si ostinano a ritenere la costruzione dell’Europa indispensabile al fine di dare al mondo un nuovo ordine.
Se oggi risulta non d’attualità uno degli obiettivi che “Paneuropa” si prefiggeva, cioè a dire la costruzione dell’alleanza difensiva politico-militare contro la Russia e l’America, perché si sono prodotti negli ultimi decenni cambiamenti radicali al punto che “quella” Russia, la Russia sovietica, non esiste più, resta attualissimo lo scopo di dare vita ad una Europa dei popoli, delle culture e degli Stati per fronteggiare i nuovi pericoli che la minacciano e favorire la coesione di un Continente che potrebbe esercitare un ruolo primario nella ricostruzione degli equilibri mondiali.
Un Continente, come verifichiamo ogni giorno, preda di egoismi nazionali (affatto diversi dalla sovranità che dovrebbero tutelare) che fanno temere il peggio di fronte ai quali il Trattato costituzionale su cui si fonda l’Unione europea risulta a dir poco inadeguato e l’ “allargamento” della stessa, legato essenzialmente a parametri economico-finanziari, piuttosto che ad oggettive necessità politiche, fa intravedere non una Grande Europa, ma un’Europa confusa, lacerata, incapace di darsi una politica per come i tempi richiedono.
Non diversamente da altri europeisti del suo tempo, che avevano vissuto nelle carni la tragedia della prima guerra civile europea, come Aristide Briand, innanzitutto, che il 5 settembre 1929 lanciò all’Assemblea della Lega delle Nazioni una proposta non dissimile da quella dello studioso austriaco, o da Stresemann, tutti preoccupati per la pace in Europa ed inclini a riconoscere nelle distorsioni di certo sciovinismo nazionalista le cause di nuove tragedie, Coudenhove-Kalergi considerava gli orizzonti geopolitici dell’avvenire modellati sull’antica aspirazione a dare al Continente una sostanziale unità fondata sulle radici culturali comuni dei popoli che l’abitano. Così come l’avevano pensata Dante Alighieri ed il coevo giurista francese Pierre Dubois. Ma fu un re boemo, Giorgio di Podiebrad, che nel XV secolo tentò di formare un’alleanza per difendere l’Europa dal pericolo dell’invasione turca: purtroppo chi avrebbe dovuto guidarla, il re francese Luigi XI, non se la sentì e l’Europa perse un’occasione per costituirsi come “nazione” davanti ad un oggettivo pericolo incombente. 
La prima guerra mondiale che apparve a Coudenhove-Kalergi come una catastrofe di prima grandezza, lo fece decidere per la creazione di “Paneuropa”: una decisione presa di fronte allo smembramento dell’Impero absburgico, all’emergere di risentimenti nazionalistici, al nuovo disordine europeo che la caduta dell’ecumene politico più antico e solido, dopo la Chiesa cattolica, aveva prodotto.
Nel suo libro Paneuropa del 1923, Coudenhove-Kalergi scriveva: “L’unica forza che possa realizzare Paneuropa è la volontà degli Europei; l’unica forza che possa essere formata da Paneuropa è la volontà degli Europei. Nelle mani di ogni singolo Europeo si trova parte del destino del suo mondo”.
Coudenhove-Kalergi era giunto a questa conclusione l’anno precedente, quando, dopo una serie di colloqui con importanti uomini politici europei, a cominciare da Thomas Masaryk, presidente della Repubblica Cecoslovacca, capì che non sarebbero venuti dalla classe politica gli aiuti indispensabili per “fare” l’Europa. Fu logico, quindi, per lui ricordare esempi illustri che potevano suggerirgli la strada: Mazzini con la Giovine Italia, Herzl con il Movimento Sionistico, Suhraworthy che inventò il Movimento Panislamico.
Furono sostanzialmente tre i motivi che indussero Coudenhove-Kalergi a dare vita al suo movimento. Nell’autobiografia, Una vita per l’Europa, li indica chiaramente: “Paneuropa era la sola via per evitare una seconda guerra mondiale. Il continente era diviso senza speranza in nazioni revisionistiche ed antirevisionistiche. La Germania, l’Ungheria, la Bulgaria e la Lituania premevano per ottenere la revisione. La Russia stava dalla loro parte per via della questione bessarabica e l’Italia, che col trattato di pace non aveva avuto soddisfazione alle sue rivendicazioni coloniali, minacciava di passare dalla parte dei revisionisti. La revisione di pace di Mustafa Kemal accendeva nuove piccole speranze nei revisionisti. La Francia, la Polonia e la Piccola Intesa erano decise a combattere con le armi ogni tentativo di revisione. Non occorreva essere profeta per prevedere che questi contrasti avrebbero portato presto o tardi a una nuova guerra mondiale. Soltanto Paneuropa poteva evitarla poiché sia i revisionisti che gli antirevisionisti potevano unirsi in un programma che avrebbe fatto sparire le frontiere in contestazione”.
Altro argomento favorevole a “Paneuropa” era che “soltanto con la creazione di un grande mercato europeo senza barriere doganali c’era la speranza di rialzare rapidamente il tenore di vita europeo”. Infine, in favore di “Paneuropa” militava la considerazione della minaccia russa: “Era da prevedersi che la Russia,  dopo il termine della guerra civile, si sarebbe rapidamente ripresa, grazie alle sue ricchezze naturali e alla sua potenza demografica. Nessuno dei suoi vicini europei avrebbe poi potuto resistere da solo alla sua pressione”
Il primo articolo di Coudenhove-Kalergi apparve  nell’estate 1922 contemporaneamente sulla berlinese Vossische Zeitung  e nella viennese Neue Freie Presse, nel quale osservava: “La questione europea si riassume in due parole: unificazione o disintegrazione”. E aggiungeva, con straordinaria lucidità e preveggenza: “L’Europa diventerà, ineluttabilmente, sempre meno potente nella politica mondiale, meno importante nell’economia mondiale, se continuerà a frantumarsi in divisioni interne, mentre il mondo extraeuropeo si concentra in imperi sempre più grandi e sempre più chiusi”.
Il solo modo, per il fondatore di “Paneuropa”, di scongiurare tale pericolo era la confederazione dell’Europa continentale , dal Portogallo alla Polonia: una sorta di Stati Uniti d’Europa. A tal fine Coudenhove-Kalergi concepì il suo movimento lanciandolo nella mobilitazione dell’opinione pubblica europea a favore dell’unificazione continentale con l’obiettivo di forzare i governi ed i partiti a prendere posizione sulla questione europea.
Il simbolo dell’ “Unione Paneuropea” era una croce rossa sopra un sole dorato. La prima ricordava le Crociate medioevali ed era il più antico simbolo della comunità europea al di sopra dei nazionalismi; il sole doveva rappresentare lo spirito europeo che ha illuminato il mondo nelle sovrapponibili espressioni della grecità e del cristianesimo: la croce di Cristo sul sole di Apollo.
Al movimento aderirono non soltanto eminenti uomini politici, ma anche leader spirituali ed intellettuali come Paul Claudel, Paul Valéry, Jules Romains, Thomas ed Heinrich Mann, Gherard Hauptmann, Rainer Maria Rilke, Stefan Zweig, Franz Werfel, Arthur Schnitzler, Sigmund Freud, Albert Einstein, Ortega y Gasset, Miguel de Unamuno. Ma anche artisti come Richard Strass, Bruno Walter, Max Reinhardt.
Il già ricordato Briand, ministro degli Esteri francese, promise ogni appoggio al nuovo movimento perché per lui, ricordò Coudenhove-Kalergi, “Paneuropa era una questione di cuore, non si accontentava di lodarla a quattr’occhi, come facevano tanti altri, ma era pronto a battersi apertamente per essa”.
Il primo congresso di “Paneuropa” ebbe luogo a Vienna dal 3 al 6 ottobre 1926 e fu presieduto da sei statisti: Eduard Benes, Joseph Caillaux, Paul Loebe, Francesco Saverio Nitti, Nicola Politis, Ignaz Seipel. Sulla parete di fondo della sala campeggiavano i ritratti di Carlomagno, Sully, Comenio, l’Abate di Saint-Pierre, Kant, Napoleone, Victor Hugo, Mazzini e Nietzsche. Il clima culturale era facilmente intuibile.
La storia di Paneuropa è una storia complessa, nutrita di fiducia, di speranza da parte del suo fondatore, ma è anche la storia di un’illusione che nulla toglie alla bontà dell’idea che porta avanti ancora oggi quando un’Europa incerta, confusa, dalla problematica identità si sta facendo strada. Comunque, va sottolineato, che soltanto un vero europeo, per cultura, vocazione e soprattutto per ascendenze familiari come Coudenhove-Kalergi poteva crederci.
La sua famiglia, come testimonia il doppio cognome, aveva origini olandesi e greche; nato in Giappone, dalla madre donna colta ed affascinante che ebbe un ruolo fondamentale nel suo sviluppo, il giovane Richard si formò in Austria ed in Boemia e nella ricca biblioteca paterna entrò in contatto con la storia, la filosofia, soprattutto con la cultura europea e le vicende dei popoli del Continente. In quella biblioteca maturò la sua idea di Europa spesso facendo girare il gigantesco mappamondo che troneggiava nella sala. Nella sua autobiografia raccontò che gli “piaceva farlo girare e sognare così Paesi lontani. Spesso tracciavo col dito il lungo viaggio che ci aveva portato da Tokio a Ronsperg. Quando i miei sguardi cadevano sulle isole giapponesi, pensavo ai miei nonni Kihachi e Yonne…La grande macchia verde che separava l’Austria dal Giappone era la Russia, Paese d’origine dell’altra mia nonna, dove per quarantasei anni suo zio Nesselrode era stato governatore. L’Austria, la Boemia e l’Ungheria mi erano naturalmente più familiari e anche la Germania, di cui varcammo spesso la frontiera durante le nostre gite nei boschi. Nei Paesi Bassi vedevo il Paese d’origine dei Coudenhove nel Belgio quella che fu per secoli la loro patria. I nostri nonni si erano incontrati a Parigi e a Versailles, il mio antenato che portava ancora il nome mezzo francese di Coudenhove  de la Fretture, era stato paggio dell’infelice Maria Antonietta. La Spagna mi rammentava Jacques de Coudenhove che venne a cavallo da Roma per portare a Carlo V la paurosa notizia che i suoi lanzichenecchi ammutinati avevano preso e saccheggiato Roma. Guardando il Mediterraneo, pensavo ai Kalergis di Creta e Venezia, mentre Bisanzio era la città per la quale il nostro capostipite Gerolfo Coudenhove aveva combattuto nella quarta Crociata. L’Inghilterra mi rammentava il nostro bisnonno inglese Kalergi, il milionario misantropo, mentre in Scandinavia cercavo la città di Bergen, patria di sua madre. A sud dell’Equatore, in Africa, vedevo mio zio Hans seduto tra i negri, mentre teneva in grembo la sua scimmia addomesticata. E dall’altra parte dell’Atlantico, mio padre mi indicò dove aveva abbattuto i due giaguari le cui teste erano fissate sul camino della biblioteca. Così la sfera terrestre tutt’intera mi pareva piccola e strettamente legata alla nostra famiglia sparsa ovunque”.
Un destino europeo, quello di Coudenhove-Kalergi. Al punto che precocemente riuscì ad intravedere un nuovo ordine del mondo a cavallo di avvenimenti che avevano squassato l’antico ordine europeo. Divenne, infatti, forse un po’ ingenuamente, fervente ammiratore del presidente americano Wilson convinto dal suo progetto di pace assecondato in Austria dal giovane imperatore Carlo. “Nulla – scrisse – mi legava al mondo dell’imperatore Guglielmo, tutto al mondo di Wilson. La mia grande speranza era la Società delle nazioni”. Quanto fallace si sarebbe rivelata la sua giovanile speranza, non tardò scoprirlo.
La filosofia di “Paneuropa” si ispirava a sentimenti personali e a valutazioni storico-politiche profondamente ponderate. Nel suo libro più importante dal titolo Paneuropa. Un grande progetto per l’Europa unita Coudenhove-Kalergi avvertì, con molta lucidità per l’epoca: “La causa della decadenza dell’Europa è politica e non biologica. L’Europa non muore di vecchiaia; muore perché i suoi abitanti si trucidano gli uni con gli altri e corrono verso la rovina con l’ausilio di tutte le risorse della tecnica moderna”. Ma, nello stesso tempo, nutriva una speranza che non l’avrebbe mai abbandonato riconoscendo che “l’Europa è ancora il serbatoio umano qualitativamente più ricco del mondo. I dinamici Americani sono degli Europei trapiantati in un altro contesto politico. I popoli europei non sono affetti da senilità, lo è il loro sistema politico. La trasformazione radicale di questo sistema può e deve portare al risanamento totale di questo continente ammalato”.
La constatazione lo portava a chiedersi se l’Europa frammentata politicamente e divisa economicamente poteva assicurarsi un avvenire di fronte alle potenze mondiali extra-europee in pieno sviluppo oppure se non sarebbe stata costretta ad organizzarsi in una federazione di Stati per poter sopravvivere e recitare un ruolo degno della sua storia sul palcoscenico mondiale. Coudenhove-Kalergi dispiegò tutti gli sforzi possibili per dare una risposta adeguata a questa prospettiva. L’Europa poteva vivere soltanto se le sue nazioni si fossero unite in un disegno comune fondato su una cultura comune. L’unità delle nazioni, insomma che esistono, diceva, e “sarebbe assurdo negarne l’esistenza”. Ma immediatamente aggiungeva, per sgombrare il campo da possibili equivoci che stavano malauguratamente prendendo piede in Europa, che “queste nazioni non sono comunità basate sul sangue, bensì comunità spirituali. Esse non hanno antenati carnalmente comuni, ma spiritualmente dei maestri comuni”.
Per Coudenhove-Kalergi “ogni nazione è un santuario”. Essa, asseriva con grande forza persuasiva, “è il laboratorio della cultura, il nucleo di cristallizzazione delle virtù civiche e del progresso. Come nei tempi andati le cattedrali erano il centro della vita religiosa, oggigiorno le università sono il centro della vita nazionale. Una guerra contro l’idea nazionale sarebbe una guerra contro la cultura. La lotta contro lo sciovinismo verrebbe gravemente compromessa se toccasse l’idea nazionale. Lo sciovinismo nazionale non può essere combattuto con un internazionalismo astratto, ma con un approfondimento ed un allargamento della cultura nazionale in una cultura europea, e con la diffusione del principio che tutte le culture nazionali d’Europa, nella loro stretta ed inestricabile interdipendenza, non sono altro che elementi costitutivi d’una sola grande cultura europea”.
La nazione europea, dunque, per Coudenhove-Kalergi, si configurava come una unità spirituale e culturale, cementata da un dato religioso inestirpabile. Si legge nel suo libro-manifesto: “L’Europa forma un tutto unico grazie alla religione cristiana, alla scienza europea, all’arte e alla cultura che poggiano su basi greche e cristiane. La storia comune dell’Europa iniziò con l’impero romano e le grandi invasioni, e continuò col papato ed il feudalesimo, la riforma e la controriforma, l’assolutismo e l’illuminismo, il parlamentarismo, l’industrializzazione, il nazionalismo ed il socialismo. Le costituzioni e le leggi dei diversi Stati europei sono senza confronto più vicine alle une e alle altre di quanto, in altri tempi, fossero quelle delle città-Stato greche. Gli Europei hanno in comune lo stesso stile di vita, la stessa maniera d’essere, la medesima struttura sociale, gli stessi punti di vista sulla morale e la famiglia, gli stessi costumi ed abitudini, lo stesso modo di vestire le cui mode sono sottoposte alle medesime variazioni. Gli orientamenti artistici nella pittura, nella letteratura e nella musica in Europa hanno un carattere altrettanto internazionale: romanticismo e naturalismo, impressionismo ed espressionismo. Del tutto identici sono i problemi della politica interna e della vita economica”. Insomma “l’unità della cultura occidentale ci dà il diritto di parlare d’una ‘nazione europea’ che si suddivide in diversi gruppi linguistici e politici. Se questo sentimento della cultura paneuropea riesce ad imporsi, ogni buon Francese, Tedesco, Polacco o Italiano sarà anche un buon Europeo”.
Questa convinzione indusse, non senza scetticismo, Coudenhove-Kalergi ad intraprendere un lungo viaggio tra i politici europei al fine di sensibilizzarli all’idea di “Paneuropa”. In questo peregrinare si avvicinò anche a Mussolini e all’Italia fascista intrattenendo con il regime rapporti contraddittori, altalenanti, difficili insomma.
Non fu tanto la diffidenza ispirata dall’aristocratico tedesco in alcuni ambienti del fascismo, quando la sua propensione ad un certo pacifismo (di tipo wilsoniano, come abbiamo visto) che all’epoca, in Italia, veniva scambiato per avversione alle rivoluzioni nazionali. Si trattava di un equivoco poiché Coudenhove-Kalergi simpatizzò inizialmente con la rivoluzione fascista, considerando il movimento di rinnovamento nazionale ai suoi esordi – così disse – erede di Mario e di Cesare. Questa convinzione lo spinse nell’estate del 1922, quando “Paneuropa” stava prendendo forma e la marcia su Roma ancora lontana, ad indirizzare a Mussolini , che reputava aperto ai problemi europei, una lettera con la quale lo invitata a farsi promotore di una conferenza per l’unificazione del Continente e per affermare una sorta di “dottrina di Monroe” europea fondata sull’assunto dell’identità spirituale e culturale dell’Europa. La proposta cadde nel silenzio, ma non nell’indifferenza. All’epoca Mussolini era preso da altri pensieri, ma non risulta che fosse preconcettamente ostile all’idea dell’unità continentale dal momento che si rendeva ben conto che l’emergere della potenza americana dopo la la guerra mondiale e la minaccia russa ponevano all’Europa problemi che prima del conflitto erano inimmaginabili.
Se Mussolini, del resto, fosse stato ostile all’idea dell’unione europea, Margherita Sarfatti non avrebbe potuto scrivere nella biografia del Duce che “se il presidente Wilson, che voleva ricostruire l’Europa con il programma la mentalità di un americano che non conosce affatto il vecchio mondo, fosse stato almeno coerente al suo pensiero, egli avrebbe parlato di Stati Uniti d’Europa e questo avrebbe costituito una speranza. Inoltre l’Europa, in paragone al globo terrestre, non è altro, anche se in una proporzione maggiore, che una piccola magnifica Ellade”. Dunque, la nozione di Stati Uniti d’Europa, cara a Coudenhove-Kalergi, circolava in Italia.
Il silenzio di Mussolini indusse comunque lo studioso austriaco a rivolgersi altrove. Per lui, nel suo progetto, l’Italia era troppo importante per poterla trascurare. Fu negli ambienti del fuoriuscitismo italiano antifascista, specialmente in Francia, che il fondatore di “Paneuropa” riuscì a fare breccia. Soprattutto Francesco Saverio Nitti si entusiasmò per il programma prospettatogli dal conte austriaco. A lui, insieme con altri, come abbiamo ricordato, Coudenhove-Kalergi affidò la presidenza del primo congresso del Movimento.
Tra fascismo ed antifascismo Coudenhove-Kalergi seppe muoversi abilmente, per nulla infastidito dal pregiudizio verso l’uno o verso l’altro. A lui interessava il risultato, perciò se le autorità italiane ufficialmente lo tenevano a distanza, lui, pur deluso, non abbandonava la partita che giocava su un piano diplomatico per quanto concerneva il rapporto con l’Italia fascista e su quello più propriamente politico-culturale per ciò che atteneva il rapporto con l’antifascismo militante.
In questo secondo ambiente, ricco anche di umori patriottici, dominato da un profondo sentimento liberale, Coedenhove-Kalergi seminò il suo paneuropeismo raccogliendo l’interesse, oltre che di Nitti, di Benedetto Croce, di Guglielmo Ferrero, di Gaetano Salvemini, di Guido Manacorda, di Carlo Sforza. Quest’ultimo ricordò nelle sue memorie che Coudenhove-Kalergi “non era un nazionalista illuminato, ma un vero patriota dell’Europa; europeo per cultura e pensiero, egli voleva porre la propria nazione al servizio dell’Europa, e non viceversa”. Sforza invitò Coudenhove-Kalergi, nel 1925, ad assistere ad una seduta del Senato del regno “per osservare Mussolini da vicino”. “Fui sorpreso – annotò Coudenhove-Kalergi – per il contrasto per le immagini monumentali del Duce e il suo aspetto niente affatto monumentale. Non aveva nulla dell’antico romano, ma tutto di un italiano moderno. Sembrava gli riuscisse difficile star tranquillamente seduto ad ascoltare i noiosi discorsi del Senato. Nervoso e irrequieto,sembrava irritabile e affaticato. Le sue belle mani erano in continuo movimento, i suoi occhi stralunati e roteanti ardevano, ma non luccicavano. Senza equilibrio interiore, sembrava sospinto dalle furie. Adesso capivo perché quell’uomo aveva lasciato senza risposta la lettera che gli avevo inviato due anni prima scongiurandolo di interessarsi alla questione europea. Quello che Mussolini cercava non era la quiete, ma il movimento; non la pace, ma la guerra”.
Il ritratto psicologico che Coudenhove-Kalergi tracciò di Mussolini, risentiva, con tutta evidenza, del momento politico. Il 1925 fu un anno cruciale per il fascismo ancora stordito dall’effetto dell’assassinio di Giacomo Matteotti. L’anno si era aperto con il discorso del 3 gennaio che introdusse la “costituzionalizzazione” della Rivoluzione. Mussolini non poteva essere tranquillo e “Paneuropa” non poteva essere in cima ai suoi pensieri.
Probabilmente le idee di Coudenhove-Kalergi vennero “catturate” da Mussolini soltanto dopo l’assemblea del Consiglio della Società delle Nazioni, nel giugno 1929 a Madrid, quando Aristide Briand, come ricordato, discusse il suo piano europeo.
Gli “Stati Uniti d’Europa”, come venne definito il progetto di Briand, non ebbero una favorevole accoglienza in Italia. Una delle più prestigiose riviste del fascismo, “Politica”,  diretta da Francesco Coppola e da Alfredo Rocco, prese posizione censurando l’iniziativa di Briand e bollandola come “un subdolo e futile espediente politico” tendente a conservare lo status quo. Briand – scrisse Coppola – “vuole che le attuali rispettive condizioni delle varie nazioni europee siano gelosamente e perennemente conservate, che il ricco resti ricco… La sua Paneuropa non è, in fondo, che un nuovo sistema complementare escogitato ad abundantiam in aggiunta alla Lega di Ginevra, al Patto Kellogg e simili statuti della ‘organisation de la paix’, per consolidare in perpetuo le attuali posizioni internazionali in una immobilità, che i Francesi chiamano ‘sécurité’, nella quale, in definitiva, i poveri, i digiuni, gli insoddisfatti, e, diciamo pure, i traditi, i defraudati, gli spogliati, dovrebbero volenterosi e riconoscenti, acconciarsi in eterno a montar la guardia intorno alla opulenta digestione degli altri”.
Tuttavia qualcosa in Italia, nel senso sperato da Coudenhove-Kalergi, si muoveva. A Roma si pubblicava, per iniziativa del giovane intellettuale Asvero Granelli, la rivista “Antieuropa” che pur non perdendo occasione per criticare Briand, rivelava nel profondo tendenze paneuropee, a dispetto perfino del titolo. Coudenhove-Kalergi concluse che “si trattava di una manovra subdola di Mussolini per guadagnare la classe intellettuale italiana all’idea di Paneuropa senza perdere la faccia”.
L’insistenza del conte austriaco sortì, infine, gli effetti sperati. Tramite Dino Grandi, ministro degli Esteri, riuscì nel 1933 finalmente ad incontrare Mussolini. “Lo trovai molto cambiato – ricordò anni dopo – da quando lo vidi l’ultima volta al Senato”. L’incontro fu caratterizzato da due temi, solo in apparenza “impolitici”: l’europeismo di Nietzsche e la questione razziale che cominciava ad espandere le sue ombre minacciose in Europa. Mussolini definì assurdo il razzismo di Hitler concordando con Coudenhove-Kalergi che gli fece osservare come un nazista “non poteva mai ritenere suo eguale un italiano, dato che considerava i popoli mediterranei dai capelli neri come incroci tra ariani biondi e negri”. Mussolini consentì con il suo interlocutore: peccato che cinque anni dopo dimenticò quella conversazione e quel tale articolo, ricordato a Coudenhove-Kalergi, scritto qualche anno prima nel quale sosteneva come i popoli mediterranei avessero dato origine a tutte le grandi opere culturali e come “i barbari del Nord” avessero cercato sempre di distruggerle.
Parlarono anche di Nietzsche che Coudenhove-Kalergi interpretava come un precursore del movimento paneuropeo, tanto che sulla sua rivista “Paneuropa” aveva pubblicato pagine di citazioni del filosofo tedesco. Anche su questo punto Mussolini fu d’accordo, ritenendo Nietzsche suo maestro.
Su temi più squisitamente politici, la consonanza tra lo statista italiano e l’aristocratico austriaco fu totale. Mussolini si mostrò favorevole all’idea di un’unione latina con la Francia quale baluardo contro le mire pericolose del terzo Reich; e si disse pure interessato alla complessiva idea paneuropea. Insomma, un’inversione di rotta totale, sintomo del mutato atteggiamento del regime verso il movimento di Coudenhove-Kalergi che colse accenti nuovi nella pubblicistica di politica internazionale fascista  ed in particolare nell’ “Antieuropa “ di Gravelli. Scopo di questi, secondo il conte “era di guadagnare l’opinione pubblica alle mie idee e di organizzare, con l’approvazione di Mussolini, la sezione italiana dell’Unione Paneuropea”.
Delegazioni italiane parteciparono da quel momento  all’attività di “Paneuropa”. Mussolini stesso non nascose le proprie simpatie per il movimento. In un’intervista rilasciata nel 1934 al quotidiano “L’Intrasigeant” sembrò quasi voler prendere il posto del non amato Briand. Dichiarò in quell’occasione: “E’ logico che il destino dei grandi popoli europei dipenda dalle decisioni di piccoli e lontani popoli, che meritano senz’altro, a ogni riguardo, la nostra stima, ma di cui tre quarti degli europei ignorano perfino la posizione geografica?  No. La Società delle Nazioni è stata una creazione ideologica delle democrazie, essa non ha mantenuto il contatto con la realtà, e la pace è divenuta pertanto un ideale vacillante, metafisico e instabile. L’Europa l’ha guidata e ne ha tratto profitti. Oggi l’Europa, presa tra l’America ed il Giappone, sta per mancare al suo compito. Se l’Europa vuole di nuove prendere piede e salvarsi, deve trovare un minimo di unità. Quello che occorre ai grandi popoli europei, quello che deve unirli, è lo spirito europeo”.
Accenti che non potevano lasciare insensibile Coudenhove-Kalergi il quale riteneva che l’unione europea non è soltanto una questione di mercati e di circolazione di merci, ma è una questione di cultura e di destino intorno a cui costruire un disegno politico. Coudenhove-Kalergi lo fece presente a Mussolini in varie occasioni. L’incontro che ebbe con il capo del Governo italiano il 9 maggio 1936 lo ricordò così: “Il duce era di splendido umore (la conquista dell’Etiopia era appena avvenuta, ndr). Mi salutò cordialmente. Ciano era con noi. Venimmo subito a parlare della situazione politica. ‘Hitler è sulla via di dominare l’Europa’, dissi. ‘L’unico mezzo per fermarlo è una stretta alleanza tra l’Italia e la Francia’. Questo pensiero era familiare a Mussolini. Il suo sogno difatti non era mai stato Paneuropa bensì una federazione palatina contrapposta all’Europa germanica, anglosassone e slava. Il nocciolo di questa unione doveva essere formato da una stretta alleanza franco-italiana che praticamente aprisse l’Africa del Nord alla colonizzazione italiana. Naturalmente questa unione latina si sarebbe estesa anche alla Spagna e al Portogallo, con l’appoggio dell’America Latina. Dopo aver parlato per un’ora, Mussolini mi accompagnò alla porta e mi promise di riflettere sulla cosa. Dovevamo rivederci due giorni dopo.
“Due giorni dopo Mussolini iniziò il nostro nuovo colloquio con le parole: ‘La sua politica è geometrica, è logica, ma purtroppo inattuabile’. Aprì il cassetto della sua scrivania e ne trasse un giornale: ‘Qui, guardi, nel Populaire, Léon Blum depreca che non sia riuscito alla Società delle Nazioni di strangolarmi’, e così dicendo si portò le mani alla gola: ‘come posso accordare la mia fiducia ad un uomo simile?’. Blum era appena uscito vincitore dalle nuove elezioni e doveva formare quanto prima il nuovo governo. Mi fu difficile contraddire Mussolini, quando mi disse che il nuovo governo del Fronte popolare non avrebbe certo avuto voglia di allearsi con lui. ‘Inoltre’, aggiunse, ‘l’Inghilterra non permetterà mai un’unione tra la Francia e l’Italia!’. Infine mi disse che avrei potuto tentare di parlare con i nuovi governanti della Francia. La sua condizione era che l’unione dovesse comprendere esclusivamente la Francia e l’Italia, senza includere l’Inghilterra e la Jugoslavia, e che dovesse andare al di là di una alleanza politica. La collaborazione coloniale ed economica avrebbe dovuto essere altrettanto stretta di quella militare. Senza troppe speranze andai a Parigi. Discussi delle proposte di Mussolini col nuovo vice-premier, Camille Chautemps, e con Léger. Presto riconobbi la completa inutilità di voler intraprendere simili trattative tra un governo fascista e uno nettamente antifascista. Mussolini aveva ragione: l’unione franco-italiana era necessaria, ma nel contempo impossibile. Ai primi di luglio ero di nuovo da Mussolini. Non rinunciava all’idea di un’alleanza con la Francia, ma voleva aggiornarla in attesa che un nuovo governo francese fosse al potere. Poneva le sue speranze su daladier. Mussolini sembrava ancora sostenere la indipendenza dell’Austria senza essere ancora deciso a diventare il compagno di Hitler”.
Questo ricordo di Coudenhove-Kalergi è di estrema importanza per comprendere le responsabilità dei governanti democratici nella nefasta alleanza tra l’Italia e la Germania nazista: Léon Blum fece di tutto per gettare Mussolini nelle braccia di Hitler e la testimonianza del fondatore di Paneuropa lo dimostra. Le speranze di quest’ultimo naufragarono, comunque, dopo il varo delle leggi razziali, sciagurato pegno pagato all’alleanza che Mussolini stesso soltanto qualche anno prima giudicava impossibile.
In Italia Coudenhove-Kalergi ebbe rapporti con il segretario di Stato vaticano Eugenio Pacelli, con il sostituto monsignor Montini, e poi, dopo la guerra, con don Sturzo, con De Gasperi che fu tra i fondatori nel 1948 dell’Unione parlamentare europea e tra i promotori, con Adenauer, Schuman, Spaak del Consiglio d’Europa nel 1949.
Negli anni Sessanta, Coudenhove-Kalergi provò a tracciare un bilancio di “Paneuropa”, dopo quarant’anni di attività. “Si tratta di un bilancio positivo”, scrisse. “In quarant’anni noi siamo riusciti a trasformare l’antica nozione di un’Europa unita da un bel sogno in un movimento politico, grazie al quale fatti storici si sono realizzati”. Restava il sogno nel cassetto: l’unione politica dell’Europa. Resta ancora sullo sfondo. E non c’è più per le contrade del Vecchio Continente un uomo che sappia animarlo come Coudenhove-Kalergi. Dopo la guerra questo grande europeista, generoso ed incompreso, con amara lucidità scrisse in un libro ricco di straordinarie suggestioni culturali e politiche, dal titolo pieno di speranza, L’Europa si desta: “L’Europa si è oggi smarrita e non sa ritrovare questo grande sentiero della sua civiltà e si perde nel deserto dello scetticismo, della demagogia, della barbarie, delle frasi fatte e del cinismo. In tal modo essa ha dimenticato la sua grande tradizione, che le conferiva tanta potenza e prestigio di fronte a tutta l’umanità. La sua potenza ed il suo prestigio sono ora scossi, per colpa degli stessi europei”. Chi può sostenere il contrario?
Frequentando il Consiglio d’Europa dal 2001 mi è accaduto di soffermarmi spesso davanti al busto di Richard Coudenhove-Kalergi affiancato a quelli di noti fondatori dell’Europa ricordati. Credo di essere stato il solo o uno dei pochi a riconoscerlo come grande europeista degno di trasmettere la sua creatura Paneuropa all’arciduca Otto d’Asburgo, figlio dell’ultimo imperatore Carlo e di Zita di Borbone Parma. Una volta una deputata baltica mi chiese a chi appartenesse quella testa in bronzo davanti al quale tutti passavano frettolosamente. Faticosamente provai a spiegarglielo. Qualche mese dopo, incontrandola, ne sapeva più di me. E mi confessò il suo stupore avendo appreso che in Austria, politici ed intellettuali, lo avevano rimosso. Mi ringraziò dicendomi che soltanto uomini del genere potrebbero dare un’anima all’Europa. Già, ne avessimo o se soltanto li ricordassimo…
                                                                          



2 commenti:

  1. Richard Kalergi è stato un killer di massa che ha esplicitamente proposto la distruzione dei popoli europei di pella bianca per sostituirli con immigrati africani ed asiatici. Kalergi è un criminale genocida e, probabilmente, il più grande assassino della storia umana. Le politiche di tutte le classi dirigenti dei paesi occidentali si basano ,oggi esclusivamente sulle idee di Richard Kalergi, volte alla distruzione totale dei popoli europei. E' conseguenza logica che oggi i popoli europei ed occidentali sono governati da terroristi genocidi che lavorano per la nostra morte

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  2. Articolo scritto da un fratello di loggia. Congratulations.

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