venerdì 19 aprile 2013

Tony Augello: il mio combact film


Nella ricorrenza della morte di Tony Augello, scomparso il 19 aprile di tredici anni fa, Segnavia propone un interessante articolo a sua firma, sul tema della memoria e dell’identità, scritto nel 1994 a ridosso del 25 aprile, la prima volta che la ricorrenza venne celebrata sotto un governo di centrodestra. L’articolo è tratto dal libro “Una vita da ribelle. Scritti e discorsi in camicia nera” (Settimo Sigillo, 2001)




Tony Augello

1970. L’Italia arriva seconda ai mondiali di calcio messicani. Nelle feste – più in casa che in discoteca – si balla al ritmo lento di una canzone malinconica, “Monia”: molte fanciulle si ritroveranno battezzate Monia da genitori d’epoca ignorando il perché. Da sei mesi, ginnasiale quattordicenne, ho aderito alla Giovane Italia, l’organizzazione giovanile del Msi, e dichiaro a chiunque mi capiti a tiro i miei granitici convincimenti neofascisti.
Alle 8,30 della mattina del 25 aprile sono, con inusitata puntualità, sotto il liceo Orazio Flacco di Bari che frequento e sino alle 12,30 insceno il mio sit in di personalissima protesta contro l’ignobile festività.La ragazzina che mi è accanto finge di condividere con dolce ipocrisia il profluvio di argomentazioni che le riverso addosso: il fascismo terza via tra comunismo e capitalismo, la guerra del sangue contro l’oro, il tradimento del re, il legittimo governo della Repubblica Sociale, i pochi banditi comunisti al soldo degli invasori angloamericani, l’assassinio di Mussollini.
La mia cultura politica è di estrema approssimazione, ho cominciato a leggere Evola dal “Cammino del Cinabro”, la sua ultima opera riepilogativa di un complesso percorso, che è un po’ come infilarsi le scarpe prima delle calze, ma l’esposizione è appassionata e soprattutto la mia compagna di classe sta con me e beve le mie parole come passi del Vangelo. Passa un motorino con due “sovversivi” del mio liceo che mi salutano astiosi con pugno chiuso. Rispondo dalla mia gradinata con un impeccabile saluto romano. Ci odiamo con l’accanimento con cui si riescono a odiare solo gli adolescenti…
1994. E’ trascorso – me ne accorgo con inquietudine – quasi un quarto di secolo. Alla passione politica che è rimasta intatta e bruciante come allora, si sommano la compassione per quanto è avvenuto tra i ragazzi di quel tempo e la comprensione delle altrui ragioni. Mentre mi faccio la barba scopro stupito come il mio profilo non abbia acquisito nulla di governativo nelle ultime settimane ma rimanga identico a quello del bastian contrario che sono sempre stato. Certo capisco i motivi della stizza della sinistra sconfitta. Capisco anche la strumentalizzazione un po’ grossolana di questo 25 aprile, vigilia del primo governo a partecipazione missina della storia patria. Non potrei non capire dopo una vita di sconfitte. Non mi scandalizza affatto il tentativo di enfatizzare la data, le manifestazioni, la stanca liturgia.
Ho un'unica preoccupazione che è quella del riaccendersi dell’odio tra i giovani, di quell’odio superato con tanta fatica dopo la tragica caricatura di guerra civile strisciante che ho vissuto, cimentandomi anch’io in giochi di mani e di villani, per tutti gli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, di quell’odio che ha insanguinato le strade, spezzato esistenze di ragazzi singolarmente simili, da un versante e dall’altro, per entusiasmo e purezza d’intenti, di quell’odio che è servito a cementare sul sangue di quei ragazzi il sistema di potere democristiano e la sua consociazione con il Pci-Pds.
Non voglio sfuggire il tema, la domanda che mi proponeva in un dibattito quel simpatico provocatore del collega Carmine Fotia: sei ancora fascista? Ma quanto sei fascista? Credo che il processo di revisione storica del fascismo intrapreso da Renzo De Felice non possa essere cancellato dalla miseria della cronaca politica. Credo che la seconda guerra mondiale sia stata l’ultimo e più sanguinoso capitolo di quella interminabile guerra civile europea iniziato con le guerre di religione, temperato dai conflitti dinastici, esasperato negli ultimi due secoli dall’esplodere dei nazionalismi.
Credo che gli antifascisti veri – una sparuta minoranza durante il Ventennio – meritino particolare rispetto a cominciare da quella lucida intelligenza che corrisponde al nome di Antonio Gramsci. Come rispetto meritano quelle due più consistenti minoranze che combatterono la guerra civile italiana tra il ’43 e il ’45 mentre la maggioranza furba e un po’ cialtrona del nostro popolo stava alla finestra, in attesa di correre in soccorso del vincitore.
Credo all’attualità e alla giustezza profonda di alcune spinte politiche e culturali che hanno animato il fascismo: la ricerca del ruolo centrale del nostro Paese nella vita del Mediterraneo; la spinta alla modernizzazione dello Stato; il sostegno alla nazionalizzazione delle masse o meglio alla difesa dei soggetti più deboli, alla giustizia sociale, a raffrenare gli eccessi spietati del liberalcapitalismo in tutte le sue forme. Non condivido e condanno nel fascismo i limiti posti alla libertà d’espressione, al pluralismo, al dissenso, più vastamente alle libertà individuali. E ritengo un grave errore le leggi razziali del 1938.
Quanto sono fascista? Mi pare difficile individuare l’apparecchio per misurarlo. So per certo che oggi credo fermamente nel diritto di manifestare l’esatto contrario delle mie opinioni, di divulgare ogni tipo di pensiero e cultura politici e sono pronto a battermi per tutelare questi diritti di quelli che reputo miei avversari non nemici. Spero solo che nessuno intenda riaprire la stagione dell’odio.

1 commento:

  1. Che grande che eri, Tony nostro! Ti mando un bacio lassù!

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