lunedì 10 giugno 2013

Nazim Hikmet, il poeta turco dell’amore (e dell’esilio)


Alberto Pezzini

Una ricorrenza che si celebre contemporaneamente a giornate rivoluzionarie e innovative per il suo paese, la Turchia. Cinquant’anni fa, il 3 giugno del 1963, moriva infatti a Mosca Nazim Hikmet, uno dei poeti più conosciuti al mondo, il poeta turco del Novecento per antonomasia. Era nato a Salonicco nel 1902, da una famiglia turca aristocratica. Il nonno paterno Nazim Pascià era stato governatore di varie province. Da lui avrebbe appreso il vizio della poesia. Come dalla madre, che andava pazza per quella francese ed aveva studiato a Parigi. Hikmet scriveva in una lettera inviata da Stoccolma alla sua storica traduttrice italiana, Joyce Lussu: “La poesia, a casa nostra, era sugli altari”. E agli inizi per lui fu un incendio. Era scoppiato davanti a casa sua. Fu uno spettacolo orribile e affascinante. Il nonno – per cercare di fermare le fiamme – “si mise in piedi davanti alla finestra, brandendo il Corano aperto. L’incendio si spense, ma non per forza del Corano”. Scrisse così la sua prima poesia.

L’influenza del nonno era ancora palpabile, però. Il ritmo della metrica arabo – persiana si faceva sentire. Soltanto dopo avrebbe scoperto che la poesia può essere “libera”, senza cesure obbligate. Avrebbe scritto in un turco “purificato” in parte dalle parole arabe e persiane, e avrebbe dato vita alle sue poesie dotate di un timbro unico. Sono poesie “a gradini”, dove il senso della vita sembra un respiro crescente, in cui le albe migliori sono sempre quelle che verranno.
“Il più bello dei mari / è quello che non navigammo /… I più belli dei nostri giorni / non li abbiamo ancora vissuti / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto” (1942). Chi non conosce questa poesia ? La si associa sempre a Robert Doisneau, il sacro fotografo di Parigi, ai cui scatti seppiati molte edizioni di Poesie d’amore (la più densa opera di Hikmet) sono solite accompagnarsi.
Hikmet piaceva alle donne di cui si innamorava come se non esistesse altra aria da respirare. Così come nella vita, dove non conosceva compromessi. A diciotto anni era scappato in Anatolia, per sostenere Ataturk e fare il maestro. Nel 1921 abbandonava il partito kemalista per emigrare a Mosca dove sarebbe rimasto folgorato da Lenin, tanto da far parte del drappello che ne vegliò la salma. Nel 1928 sarebbe rientrato in Turchia, da clandestino. Il suo leninismo rivoluzionario e poetico non piaceva al governo anticomunista che nel 1938 lo condannerà a ventotto anni di carcere. Ne sconterà dodici e ci guadagnerà anche un infarto.
Il secondo lo avrebbe raggiunto al n. 6 della via Pesciànaya, alle nove del mattino, il 3 giugno. Lo trovarono rilassato, appoggiato allo stipite della porta, come se un veliero a cent’alberi lo avesse spinto fin là, in silenzio. Nel frattempo era diventato un esule di fama, con milioni di copie vendute in tutto il mondo mentre in Turchia – a casa sua – non c’era neanche una tipografia disposta a stamparne i volumi.
Alla sua morte sarebbe accorsa la moglie amatissima Munevvér, che in turco vuol dire “la saggia”. Non aveva potuto accompagnarlo nel suo esilio russo. Porterà anche con sé il suo unico figlio, Mehmet, che nei suoi dodici anni di vita aveva visto pochissimo quel padre favoloso. Quando morì Hikmet aveva sessant’anni e se li portava assai bene, come lo descrisse sempre Joyce Lussu: aveva soltanto un incarnato “fresco e rosato”, tipico dei malati di cuore. Quella malattia, quell’angina che ogni tanto gli sussurrava parole di morte all’orecchio, l’aveva – dicono – praticamente ereditata dal carcere. Ma lui non si era dato pena, per questo. Era un combattente assai valoroso e un uomo capace di un’infinita tenerezza verso la vita, e soprattutto verso gli uomini. La vita – per lui – resta una gran bella cosa da vivere, miei cari, come disse in un suo lancinante romanzo autobio-bibliografico: “La vita non è uno scherzo. / Prendila sul serio / come fa lo scoiattolo, ad esempio, / senza aspettarti nulla / dal di fuori o nell’aldilà. / Non avrai altro da fare che vivere”.


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