mercoledì 3 luglio 2013

Buon compleanno, Dalai Lama!


Francesco Pullia

Il 6 luglio Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama del Tibet, compirà 78 anni, buona parte dei quali (54) trascorsi lontano dalla sua terra e dal suo popolo, nell’esilio indiano di McLeod Ganj, nell’Himachal Pradesh. Si narra che non appena, nel 1935, il suo predecessore, il XIII  Dalai Lama, a quel tempo guida politica e religiosa del Tibet, lasciò il corpo materiale, cominciarono le ricerche del bambino in cui si sarebbe reincarnato. Il Reggente si recò, allora, al lago sacro di Lhamo Lhatso per scorgere nella superficie di quelle acque  immagini e indicazioni significative. Lì vide tre lettere dell’alfabeto tibetano, Ah, Ka e Ma, accompagnate dall’immagine di un monastero dal tetto di giada verde e oro e di una casa con tegole turchesi. In seguito a quella visione, nel 1937 alti lama e dignitari furono inviati in tutte le regioni dell’altopiano. Quando il gruppo che si era indirizzato verso est arrivò in Amdo, trovò un posto che pareva corrispondere alla descrizione. Ai monaci corse subito incontro un bambino che riconobbe come proprio un rosario appartenuto al XIII Dalai Lama. Il riconoscimento di altri oggetti, insieme a diverse prove, fornì la certezza di essere dinanzi alla reincarnazione cercata. Si spiegavano così anche le tre lettere intraviste nel Lhamo Lhatso: Ah stava per Amdo, il nome della provincia; Ka per Kumbum, uno dei più grandi monasteri nelle vicinanze e Ma per il monastero di Karma Rolpai Dorje, il monastero dal tetto verde e oro sulla montagna sopra il villaggio. Il 22 febbraio 1940 il piccolo Lhamo Dhondrub venne ufficialmente investito a Lhasa del titolo di Dalai Lama e ribattezzato con i nomi di Jetsun Jamphel Ngawang Lobsang Yeshe Tenzin Gyatso (Signore Santo, Mite Splendore, Compassionevole, Difensore della Fede, Oceano di Saggezza). La sua educazione iniziò all’età di sei anni. Nel 1950, in seguito all’invasione del Tibet da parte di ottantamila soldati cinesi, gli furono attribuiti, in fretta e in furia, i pieni poteri politici. Nel 1954 si recò a Pechino per tentare di dialogare con Mao Tse-Tung e altri leader cinesi, fra i quali Chou En-Lai e Deng Xiaoping. Nel 1956, durante una visita in India in occasione del 2.500° anniversario del Buddha Jayanti, ebbe una serie di incontri con il Primo Ministro Nehru e con il Premier Chou En-Lai in cui fu discusso il progressivo deterioramento della situazione all’interno del Tibet.


I tentativi di soluzione pacifica furono vanificati dalla spietata politica perseguita da Pechino nel Tibet Orientale, politica che scatenò la sollevazione popolare e la resistenza. La protesta si diffuse nelle altre regioni del paese. Il 10 marzo 1959 nella capitale, Lhasa, esplose la più grande dimostrazione della storia tibetana: il popolo chiese alla Cina comunista di lasciare il Tibet e restituire l’indipendenza al paese. La repressione, manco a dirlo, fu spietata e il Dalai Lama, per evitare di cadere nelle grinfie cinesi, fu costretto ad una rocambolesca fuga in India. Il resto è storia dei nostri giorni, più o meno nota.

Premio Nobel per la pace nel 1989, Tenzin Gyatso è fermo assertore della nonviolenza nonostante l’altopiano himalayano continui ad essere teatro di un’immane tragedia sotto il giogo dell’oppressore cinese e la situazione in Tibet sia arrivata ormai a un punto di non ritorno. Lo scorso 11 giugno a Tawu, nella regione del Kham, la monaca Wangchen Dolma si è autoimmolata all’esterno del monastero di Nyatso dove erano convenuti oltre tremila monaci per un’importante sessione generale di dibattito vietata lo scorso anno dalle autorità cinesi. Aveva 31 anni. Con lei sale a 119 il numero dei tibetani che, a partire dal febbraio 2009, si sono dati fuoco per la libertà del proprio paese e il ritorno del Dalai Lama. Dall’invasione cinese degli inizi degli anni Cinquanta il Tibet è soggetto ad una brutale colonizzazione il cui scopo è la distruzione sistematica di un popolo e della sua millenaria tradizione. Basti considerare che i tibetani, a causa anche della politica di sterilizzazioni e aborti forzati imposta da Pechino, sono ridotti ad essere in patria in minoranza rispetto ai cinesi. Secondo quanto previsto da un nuovo piano regolatore approvato dalle autorità cinesi, quello che resta delle abitazioni tibetane a Lhasa sarà demolito per fare posto a un grande centro commerciale destinato a trasformare l’antica capitale del Tibet in una città turistica simile a Lijiang, lo “Shangri-La” della provincia dello Yunnan. Il progetto, già in fase di realizzazione, prevede, tra l’altro,  la distruzione dell’area attorno al tempio del Jokhang e a quello di Ramoche. La scrittrice e blogger tibetana Tsering Woeser ha lanciato all’Unesco e alle istituzioni di tutto il mondo un disperato appello affinché Lhasa sia risparmiata dalla “spaventosa modernizzazione”, “un imperdonabile e incalcolabile crimine contro l’antica città, la cultura umana e l’ambiente”. In una petizione pubblicata su Wiebo, la rete cinese, all’inizio del corrente mese e prontamente censurata dalle autorità, la scrittrice ha denunciato il progetto della costruzione di un centro commerciale nel cuore della città vecchia, progetto che comporterebbe la totale distruzione dell’area del Barkhor, attorno al più sacro dei templi di Lhasa, il Jokhang. Una volta completato, il “Barkhor Shopping Mall” coprirà un’area di 150.000 metri quadrati e sarà in grado di ospitare, nel suo parcheggio sotterraneo, oltre 1000 automobili. Il 20 giugno la Woeser, insieme al marito, l’intellettuale dissidente Wang Lixiong, è stata posta agli arresti domiciliari. Recentemente Il giornalista francese Cyril Payen e l’emittente France 24 sono stati oggetto di minacce e intimidazioni da parte dei funzionari dell’ambasciata cinese a Parigi dopo la messa in onda del documentario Sette giorni in Tibet
 girato segretamente a Lhasa.




Ecco un estratto di un’intervista nel filmato:
Payen, rivolto a una tibetana: Pensi di avere libertà qui?
Risposta: No, no, oggi non abbiamo né libertà né diritti umani. Credo nel Buddismo, considero il Dalai Lama come il nostro sole, ma non possiamo dirlo perché se lo diciamo saremo messi in carcere.
In prigione o fuori, ci si chiede se questo possa fare la differenza per questi tibetani e per un’antica cultura nel cuore dell’Himalaya. Questo luogo (cammina nell’area del Barkhor) è uno dei più sacri del Tibet, è il cuore spirituale del paese, il monastero del Jokhang. Per secoli i pellegrini si sono riuniti qui. Adesso il governo cinese sta costruendo in quest’area un centro commerciale completato da un parcheggio sotterraneo. Fu qui che un anno fa, per la prima volta nella capitale, due ex monaci si dettero fuoco come estremo atto di resistenza. Negli ultimi tre anni in Tibet ci sono state 127 immolazioni, tutte in segno di protesta contro la politica cinese.
Il sacro è ovunque in Tibet e i monaci, nella società, sono considerati le massime autorità. Ed è per questo che sono nel mirino del governo cinese che vorrebbe confinarli in un ruolo puramente di facciata.
Payen, rivolto a un tibetano: Cosa pensi dei cambiamenti a Lhasa?
Risposta: Non è consigliabile andare in giro, dimostrare, ci sono molti controlli e perquisizioni.
Cinquant’anni fa i monaci costituivano il 30% della popolazione maschile tibetana, oggi sono soltanto 30.000.
Un monaco tibetano: Tutto ciò che vogliono è portare i turisti cinesi nei nostri templi e il danaro è per il governo, non per i tibetani.
Oltre al proposito di raggiungere, entro l’anno, il numero di dieci milioni di turisti, la Cina ha altre nascoste ambizioni riguardo al Tibet. Ambizioni più cinesi che tibetane che prevedono l’arrivo di decine di migliaia di migranti da tutta la Cina.
Un cinese: Ho lavorato a Lhasa per tre anni, nel settore delle costruzioni…
Payen: E perché sei qui, nel tempio?
Cinese: Non si può mai dire…
E’ difficile prevedere cosa sarà del Tibet tra dieci anni. L’unica certezza è che è divenuto una pallida ombra di quello antecedente l’invasione cinese.
E lui, il Dalai Lama, che continua a professarsi umile monaco buddista e a girare il mondo perorando la causa della sua terra, insiste fermamente nella via  di mezzo, una via che presenta sostanziali analogie quanto teorizzato e messo in pratica da Gandhi ma che deve anche confrontarsi da un lato con la satrapia cinese le cui dimensioni vengono ingigantite dall’omertà dei governi occidentali, dall’altro, come abbiamo visto, con l’insofferenza di un popolo, il tibetano, che non ne può più di un genocidio non soltanto culturale ma soprattutto etnico e che, pertanto, si ribella.

Dinanzi al quadro generale e ad una controparte come quella cinese, la nonviolenza propugnata e caldeggiata dall’esponente religioso dovrà inevitabilmente intravedere soluzioni nuove e trovare maggiori impulsi per evitare di essere umiliata e ridicolizzata dai vertici della Cina comunista. Il segreto del successo (parziale) dell’azione gandhiana risiedeva proprio nel sapersi costantemente rinnovare, nel tentare continuamente vie impreviste e imprevedibili, senza indugiare nel già collaudato. L’insistenza e la perseveranza con cui oggi all’arroganza dei militari cinesi si rilancia e contrappone la nonviolenza sono encomiabili e vanno strenuamente incoraggiate. La nonviolenza ha certamente i suoi tempi e i suoi modi ma nel suo incedere non può conoscere battute d’arresto.

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