venerdì 26 luglio 2013

Yves Bonnefoy ovvero l’ insidia della parola, la verità della pietra


Francesco Pullia

“Un nome vi è cancellato a ogni pagina,/ Ma il tratto che lo depenna è la luce”. A distanza di tre anni dalla pubblicazione, nei “Meridiani” Mondadori, dell’intera produzione poetica di Yves Bonnefoy, esce nella prestigiosa collana “Lo specchio”, sempre a cura di Fabio Scotto, L’ora presente, nuova raccolta di liriche dell’autore francese giunto ormai al traguardo dei novant’anni. Un libro straordinario, edito in Francia nel 2011, in cui si ritrovano i tratti distintivi di un incalzante versificare divenuto, con il passare del tempo, sempre più stigma di una dilacerante tensione tra presenza e assenza, essere e apparire, evidenza sensibile e idea.
Da un lato si assiste, infatti, all'incontenibile spinta della nominazione (l'impossibilità di negare un nome alle cose nel loro manifestarsi), dall'altro prevale la percezione dell'inadeguatezza e insuffcienza del medesimo atto. Ciò che si dà e si offre alla visione sfugge, nella propria ricchezza e complessità, alla parola e, insieme, anela, in modo irrefranabile, a evadere alla propria sottrazione.
Ne scaturisce un processo decostruttivo che mima nella poesia un procedimento analogo a quello dell’archeologia. Si scava cioè facendo sì che, man mano che si va in profondità, si acquisisca alla superficie l’oggetto nella sua nitidezza, così com’è, senza la sovrapposizione di significati. La scrittura, dunque, come “trivello che fora livelli di difesa, dando accesso a ricordi rimasti sigillati”. Le cose, gli eventi, sono ben “al di là” della loro designazione. La parola vorrebbe spingersi verso questo “al di là” ma, non appena si solleva dal proprio nulla, vede sciogliersi la cera delle proprie ali e precipita rovinosamente nel vuoto.
Il nome, ci dice Bonnefoy, non è come la pietra, è destinato a dissolversi dinanzi all’incandescenza del fuoco e all’ineluttabilità della morte. Può presagire, certo, l’accadimento restando, però, prigioniero della propria ambizione. E allora, ecco parole “che s’incurvano sotto la nostra penna”, “che ci escoriano”, garbugli che “celano buchi, nei quali perdiamo l’appoggio e scivoliamo, lanciando grida”.
Oltre la parola, al di là del verbo, si afferma la visibilità, perentoria nel proprio silenzio, degli alberi, delle cime, della donnola furtiva, del “disordine di pozzanghere e giunchi”, dei cespugli spinosi, dell’onda sbatacchiante contro il legno consunto di una barca, del giorno che si plasma nell’oscurità della notte, del fiore che aspira a riscattarsi dalla propria idea.
“La parola non salva, talvolta sogna” e il suo è un sognare epico, collettivo, in cui si consuma e celebra il rituale della nostra debolezza, della morte che si avvicina per stringerci le mani, pronta a rimboccare su di sé “il lenzuolo della luce”. La parola, dunque, non ci salva, ci illude. Nell’intreccio di memoria e oblio che costella il nostro graduale sparire, il nostro progredire verso il dissolvimento, noi abbiamo, però, bisogno non di un’illusione ma della sfolgorante pienezza di una verità che squarci il velo della dominazione e ci restituisca, come nella pregnanza dell’arte quattrocentesca o fiamminga, il mistero dell’evidenza.
Potrebbero esserci i presupposti per una rassegnazione senza via d’uscita, ma, con grande vigore, Bonnefoy ci invita a reagire, a risorgere, come araba fenice, dalle ceneri: “Ora presente, non rinunciare/ Riprendi i tuoi vocaboli dalle mani erranti della folgore, / Ascoltali fare del nulla parola, Osa/ Perfino nella fiducia che nulla prova./ Legaci di non morire disperati”.     

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