venerdì 30 agosto 2013

Storia del Secolo: I figli dei fascisti in redazione e qualche ricordo personale su Rauti, Giorleo, Storace




A grande richiesta, la seconda puntata della "Storia del Secolo" (autori L.Lanna e A.Terranova) già pubblicata sul gruppo Il Secolo d'Italia: la storia 


Annalisa Terranova
Dopo la direzione di Bruno Spampanato al timone del Secolo arrivò Cesco Giulio Baghino, anche lui ex combattente della Decima, all’epoca vicino alla sinistra missina guidata da Giorgio Almirante, personaggio cui Baghino restò sempre fedele. Baghino fu anche presidente dell’Uncrsi (Unione combattenti Rsi) e nel 1995 rifiutò di aderire ad Alleanza nazionale. Era un uomo piccolo ma passionale, con una voce inconfondibile. Per nulla ambizioso, seppe sempre stare al suo posto. La sua concezione del Msi era questa: “Leggevamo la sigla Msi come acronimo di Mussolini Sei Immortale”. Alla fine del 1952, si presentò a Baghino direttore del Secolo un giovanissimo Gaspare Barbiellini Amidei che, appena diciassettenne, iniziò il praticantato. “Al Secolo – raccontò in seguito nella sua autobiografia – mi aveva portato il mio cognome, reso famoso negli anni della guerra dalla medaglia d’oro alla memoria di mio padre Bernardo, caduto eroicamente in Grecia”. Era stato Almirante a mandarlo da Baghino. Gaspare Barbiellini Amidei diventerà poi caporedattore del Secolo, per passare agli inizi degli anni Sessanta al Giornale d’Italia e approdare infine al Corriere della Sera dove, tra il 1973 e il 1984, sarà vicedirettore vicario. Si devono a lui gli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini: editoriali in prima sul Corriere invisi alla sinistra. Dopo Baghino il Secolo fu diretto da Giorgio Almirante insieme con Filippo Anfuso. In una certa fase il duo fu affiancato da Franz Turchi, che aveva trovato i finanziamenti per fondare il giornale vendendo la sua collezione di pastori napoletani del Seicento (e così si sfata anche la leggenda nera secondo cui il Secolo era stato foraggiato con i soldi dei servizi segreti).
Era costume al Secolo assumere i figli dei fascisti. Un iter simile a quello di Gaspare Barbiellini Amidei portò a collaborare al giornale il poi famoso Folco Quilici, figlio di Nello, braccio destro di Italo Balbo. Anche Enrico Vaime scrisse sul Secolo, come lui stesso ha raccontato recentemente, per via di uno zio fascista che era stato alla marcia su Roma. Fu sempre Almirante a garantire al Secolo la collaborazione di Cesare Interlandi, figlio di Telesio e anche quella di Concetto Pettinato, già inviato di esteri del quotidiano La Stampa di Torino, che diresse per volere di Mussolini durante la Rsi. Pettinato, legato agli ideali di un fascismo intransigente e restìo al compromesso con la Dc, lasciò il Msi nel 1952, dopo il congresso dell’Aquila, e spiegò le ragioni del suo addio in un’intervista in prima pagina proprio sul Secolo: “Perché me ne vado? Mi è venuta meno la speranza di potere, restando nel partito, influire sul suo indirizzo politico nel senso indicatoci da quel programma di Verona che fu insieme l’epicedio e la catarsi del Ventennio. Da un pezzo io e i miei amici rimproveravamo al Movimento di avere dimenticato la lezione del 25 luglio e il retaggio ideale e morale dei seicento giorni per ricadere nella carreggiata del fascismo deteriore”. Dunque gli oppositori, nel 1952, avevano ancora un diritto di tribuna…

Il mio praticantato iniziò invece nel febbraio 1990. Fu Pino Rauti, da poco giunto al vertice del Msi, ad assumermi. Io all’epoca insegnavo in una scuola media di Primavalle ma già collaboravo alla terza pagina (come ho già scritto su invito di Gennaro Malgieri) recensendo per lo più libri di storia medievale (la mia vera passione) che Aldo Di Lello, caposervizio della cultura, passava senza fare storie, come se a qualcuno potessero interessare studi su Anselmo d’Aosta o sui libri penitenziali dell’XI secolo. Fu Tony Augello a portarmi da Pino Rauti per chiedergli di farmi entrare al Secolo. Rauti disse: “E’ una buona idea” e mi raccomandò di tenere duro: “Le redazioni non sono ambienti facili, poi lì sono tutti almirantiani, non mi possono vedere”. Tony sorrideva, gli disse qualcosa per rassicurarlo a proposito del mio carattere non proprio fragile. E così, in un giorno di febbraio, mi presentai all’allora direttore Giano Accame. Ero certa che mi avrebbe mandato al servizio cultura. Invece Accame era di tutt’altro avviso: “Ci servono buoni redattori al politico, presentati al caposervizio Enzo Palmesano, lavorerai con lui”. Dire che fui accolta freddamente è un eufemismo. Erano tutti molto diffidenti, perché rautiana e perché femmina. Mi consideravano una super-raccomandata. Del fatto che io scrivessi dotti articoli sul medioevo non fregava nulla a nessuno. Poi scoprii che nei giornali la gavetta non si fa scrivendo, ma facendo gli abusivi. C’era solo un’altra ragazza, che lavorava con Aldo Di Lello e con Carlo Cozzi al servizio Spettacoli, Antonella Ambrosioni. Il mio lavoro all’inizio consisteva in questo: dividere le agenzie eruttate in continuazione da una telescrivente (oggi arrivano sul pc, all’epoca no) per argomenti e per servizi. Poi consegnarle ai vari capiservizio. Se ti sfuggiva qualcosa d’importante (perché le notizie importanti le dovevi segnalare) s’incazzavano tutti e parecchio. Gli errori te li facevano pesare. Ricordo che dopo il mio primo giorno di lavoro andai da Tony e gli dissi: “Io da quel branco di matti non ci torno neanche morta, il giornalismo non fa per me”. Lui fece sembrare il mio sfogo come una specie di defezione da un’alta missione politica. Insomma, mi ha fregato. Il giorno dopo tornai. E dopo una settimana arrivò in qualità di caporedattore anche Flavia Perina, che al Secolo aveva fatto il praticantato e poi era andata a lavorare a Telemontecarlo e quindi al settimanale Il Sabato. Al primo comitato centrale dopo la mia assunzione Francesco Storace, che pure era stato tra i più gentili nell’accogliermi al Secolo, fece un intervento di fuoco contro il segretario Rauti: “Qual è la sua politica? Quella di infiltrare i suoi fedelissimi al Secolo? È una vergogna che non si è mai vista…”. Era chiaro che ce l’aveva con l’assunzione mia e di Flavia Perina. Appena lui finì l’intervento io lo andai a cercare come una furia nella sala stampa: “Ma come cazzo ti permetti?”. E lui: “Eddai, te che c’entri? Sono cose che si devono fare, è la politica… Non te la prendere”. In seguito Storace imparò a “tollerarmi”. Faceva troppi scherzi e non si riusciva a tenergli il broncio. La “pace” fu siglata quando mi chiese di leggergli e correggergli un articolo. Un redattore anziano che si rivolge a un praticante… Fu il suo modo per darmi finalmente il benvenuto.

Il più felice di tutti per la mia assunzione era mio padre. Lui, quando cominciarono a uscire i miei articoli in terza pagina, si faceva fare una cinquantina di fotocopie e le distribuiva ai suoi amici. Che io entrassi al Secolo era il suo sogno. Ne aveva parlato con Carlo Casalena (all’epoca consigliere regionale del Msi) che lo aveva dissuaso: “Non se ne parla. Là i posti sono tutti già prenotati. C’è una fila…”. Quando me l’aveva riferito si aspettava che me ne rammaricassi. Io invece risposi: “Dai papà, ma che ci frega? Tanto noi giovani il Secolo non lo leggiamo, fa schifo, non lo vedi?”. E pensavo di avere indorato la pillola. Invece avevo aggiunto un dispiacere a un altro dispiacere. Comunque, quando fui assunta, era raggiante. 

Il primo servizio “lungo” che mi venne affidato riguardava una polemica tra Francesco Cossiga, all’epoca presidente della Repubblica, e il Csm. Io partii in quarta citando Montesquieu e la divisione dei poteri. Aldo Giorleo lo lesse e lo rilesse. Poi lo gettò nel cestino. “Ma le notizie? Ce le vuoi mettere le notizie? Siete fissati co’ sti commenti del cazzo. Riscrivilo”. Io lo riscrissi, e la seconda volta secondo me era venuto molto peggio della prima. Invece fu pubblicato. Poi, solo poi, ho imparato che per cominciare un pezzo con una dotta citazione te lo devi poter permettere e io non me lo potevo permettere. Di Aldo Giorleo racconterò altre cose: intanto mi viene in mente quando è morto, nel 2002. Era ricoverato alla clinica Città di Roma, al quartiere Monteverde. Andai a trovarlo una mattina con Flavia Perina. Era molto dimagrito, lo sguardo già appannato, e non parlava quasi più. Però fu felice di vederci e riuscì a dirci con la voce di sempre: “Ciao bellezze!”. Si spense quella stessa notte. Non dico del lutto di tutti noi del Secolo, perché Giorleo detestava la retorica (anche questo che ho scritto, non lo avrebbe fatto passare. Che è questo “si spense”? Si scrive “è morto Tizio e Caio” senza tanti giri di parole…).

Nessun commento:

Posta un commento