martedì 26 novembre 2013

Storia del Secolo: la campagna contro il 25 aprile, la pacificazione e il discusso corsivo di Conan su "Bella ciao"





Annalisa Terranova
Facciamo un piccolo passo indietro, al 1955. Per quella data, decennale del 25 aprile, il Secolo lancia una campagna contro la celebrazione di quella ricorrenza. Un appello cui aderisce il grande storico Gioacchino Volpe, scrivendo al giornale una lunga lettera sul reale significato del 25 aprile 1945, non giornata di liberazione ma di “sconfitta piena” della nazione “nell’ordine morale e nell’ordine materiale”. Volpe, con profondo acume storico, negava a quegli eventi ogni capacità catartica rispetto all’Italia. “Ci fosse stata almeno, nell’Italia del 1945, una franca, libera, schietta rivoluzione: una Italia antifascista contro una Italia fascista o una rivoluzione di proletari contro i borghesi, con tutti i rischi e pericoli annessi e connessi ad una rivoluzione. Sarebbe stata la prima vera rivoluzione italiana, con le sue miserie e grandezze. Ma no: si aspettò la guerra esterna e la sconfitta. Tanti, senza fine, che nel ventennio avevano vestito orbace; tanti che, più o meno avversi, avevano ottimamente vissuto; tanti che, avversi, avversissimi, non avevano mai mosso un dito o detto una parola di protesta, si fecero liberatori, diventarono leoni. No, non sono stati giorni fausti nella storia del popolo italiano. Non il meglio di sé ma il meno buono esso dimostrò”. Alla campagna del Secolo aderirono il filosofo ed ex ministro Balbino Giuliano, Valerio Borghese, il chirurgo e medaglia d’oro al valor militare Raffaele Paolucci, l’accademico Roberto Paribeni, il docente di diritto del lavoro Gianni Roberti, il penalista Enea Franza, il patriota istriano padre Orlini, Alfredo Cucco, il chirurgo Luigi Condorelli, la medaglia d’oro al valor militare Carlo Delcroix, il luminare del diritto Giorgio Del Vecchio lo scrittore Edmondo Cione e i reduci dalla prigionia sovietica.
Il Secolo in occasione della campagna contro il 25 aprile pubblicò i resoconti delle stragi compiute dai partigiani: una documentazione che costituisce il primo nucleo del famoso libro inchiesta di Giorgio Pisanò “Sangue chiama sangue”, che uscirà nel 1962. Il Secolo raccolse in un fascicolo tutta questa documentazione, che si concludeva con le lettere dei condannati a morte dalla resistenza. Fu venduto a 200 lire e dovette acquistarlo anche mio padre, visto che tra le sue carte io l’ho ritrovato. Ha una copertina tricolore con il seguente titolo: “No al 25 aprile. Sì alla pacificazione”.
Poco dopo la mia assunzione al giornale, nell’estate del 1991, l’ex partigiano Otello Montanari fece scalpore con la sua operazione “Chi sa parli”, in cui chiedeva ai suoi di dire la verità sulle stragi del dopoguerra nel cosiddetto “triangolo della morte”. Il Secolo seguì con entusiasmo la vicenda. Pino Rauti andò a Reggio Emilia e a Bologna per fare una serie di convegni sull’argomento. Al suo seguito fu mandato Camillo Scoyni, all'epoca praticante. Poiché la magistratura aveva riaperto le indagini su alcuni omicidi post-’45 lui si recò dove i magistrati avevano ordinato di scavare alla ricerca dei resti degli assassinati. Ci si aspettava che trovassero ossa umane, invece lui scrisse testualmente nell’articolo che avevano ritrovato ossa di animali, probabilmente di pollo. Noi ridevamo come pazzi leggendo il suo resoconto, invece Aldo Giorleo si arrabbiò: lo trovava dissacrante. Tagliò la parte sulle ossa di pollo sbuffando. Poi, noi ci aspettavamo epici scontri tra missini e compagni (che avevano contestato la presenza di Rauti in Emilia). Invece Scoyni scrisse nel suo pezzo che di compagni non ce n’era neppure l’ombra e che ad ascoltare Rauti c’era una platea di innocui vecchietti (e neanche tanto folta, ci raccontò per telefono). Giorleo dinanzi a quel resoconto, così veritiero e privo di pathos, non sapeva come fare: “Bisogna metterci un po’ d’emozione, e che cazzo…”.  All’epoca, mentre già era pronta la documentazione che poi gli sarebbe servita per i suoi libri di successo, Giampaolo Pansa non pensava affatto che si dovesse parlare del sangue dei vinti: anzi fu proprio lui la punta di diamante dello schieramento che avversava Montanari come pericoloso “revisionista”. Dopo, soffiando con forza il vento berlusconiano, deve aver cambiato idea.
E arriviamo al 2007. Giampaolo Pansa è ormai un “santino” della destra anticomunista, quello che ricorda che i “comunisti mangiavano i bambini” e rassicura le identità rocciose. Succede che un cantante, Biagio Antonacci, dichiari che la canzone “Bella ciao” non ha per lui nulla di politico, che gli sembra solo un inno alla libertà. È la quintessenza del post-ideologico. Il Secolo commenta la notizia con un corsivo di Conan (pseudonimo su cui si favoleggiò alquanto, e che era solo il nome de plume di Filippo Rossi) nel quale si dice che si potrebbe cantare come Biagio Antonacci “Bella ciao” come una qualunque canzonetta, non come inno partigiano, per celebrare attraverso l’emozione il superamento degli odi ideologici. Quel corsivo divenne un caso e uno dei capi d’accusa più pregiudiziali contro il Secolo “di sinistra” di Lanna e Perina. Poiché io penso che nessuno di chi strillò allora l’abbia letto ne riproduco la parte finale: “È impossibile infatti condividere la storia, ma gli stati d’animo, la musica e l’immaginario, sì. E dopo la risposta così poco ideologica, così poco astiosa, così poco “partigiana” di Antonacci, viene quasi da pensare all’ipotesi di ripensare a quella canzone ma estrapolandola dal suo specifico contesto storico, pensando solo a una bella ragazza e alla libertà… Altro che la Bella ciao pesante di Michele Santoro”. Premesso che io Bella ciao non la canterei, in questo corsivo non ci trovo niente di scandaloso. Certo, bisogna avere senso della notizia per capire da dove nasce e come nasce. Ma la reazione che suscitò ricorda, fatte le debite proporzioni, i cornificiani contro cui ironizzava Giovanni di Salisbury, i difensori di un’ortodossia inesistente che è solo ostacolo alla libertà e alla bellezza del pensare. Infine un’ultima annotazione: durante una vacanza in montagna con i miei figli nel gennaio 2012, in albergo al tavolo vicino a noi c’era una ragazzina di Reggio Emilia di circa cinque anni che ogni mattina, a colazione, cantava “Bella ciao” come se fosse la canzonetta di un film di Walt Disney. Dunque, aveva ragione Conan o i suoi detrattori? O vogliamo sostenere che la bimbetta di cinque anni è una pericolosa comunista o che i suoi genitori sono zecche irrecuperabili? Io preferisco attenermi all’invito del Secolo del 1955: sì alla pacificazione.

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