venerdì 30 agosto 2013

Storia del Secolo: I figli dei fascisti in redazione e qualche ricordo personale su Rauti, Giorleo, Storace




A grande richiesta, la seconda puntata della "Storia del Secolo" (autori L.Lanna e A.Terranova) già pubblicata sul gruppo Il Secolo d'Italia: la storia 


Annalisa Terranova
Dopo la direzione di Bruno Spampanato al timone del Secolo arrivò Cesco Giulio Baghino, anche lui ex combattente della Decima, all’epoca vicino alla sinistra missina guidata da Giorgio Almirante, personaggio cui Baghino restò sempre fedele. Baghino fu anche presidente dell’Uncrsi (Unione combattenti Rsi) e nel 1995 rifiutò di aderire ad Alleanza nazionale. Era un uomo piccolo ma passionale, con una voce inconfondibile. Per nulla ambizioso, seppe sempre stare al suo posto. La sua concezione del Msi era questa: “Leggevamo la sigla Msi come acronimo di Mussolini Sei Immortale”. Alla fine del 1952, si presentò a Baghino direttore del Secolo un giovanissimo Gaspare Barbiellini Amidei che, appena diciassettenne, iniziò il praticantato. “Al Secolo – raccontò in seguito nella sua autobiografia – mi aveva portato il mio cognome, reso famoso negli anni della guerra dalla medaglia d’oro alla memoria di mio padre Bernardo, caduto eroicamente in Grecia”. Era stato Almirante a mandarlo da Baghino. Gaspare Barbiellini Amidei diventerà poi caporedattore del Secolo, per passare agli inizi degli anni Sessanta al Giornale d’Italia e approdare infine al Corriere della Sera dove, tra il 1973 e il 1984, sarà vicedirettore vicario. Si devono a lui gli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini: editoriali in prima sul Corriere invisi alla sinistra. Dopo Baghino il Secolo fu diretto da Giorgio Almirante insieme con Filippo Anfuso. In una certa fase il duo fu affiancato da Franz Turchi, che aveva trovato i finanziamenti per fondare il giornale vendendo la sua collezione di pastori napoletani del Seicento (e così si sfata anche la leggenda nera secondo cui il Secolo era stato foraggiato con i soldi dei servizi segreti).
Era costume al Secolo assumere i figli dei fascisti. Un iter simile a quello di Gaspare Barbiellini Amidei portò a collaborare al giornale il poi famoso Folco Quilici, figlio di Nello, braccio destro di Italo Balbo. Anche Enrico Vaime scrisse sul Secolo, come lui stesso ha raccontato recentemente, per via di uno zio fascista che era stato alla marcia su Roma. Fu sempre Almirante a garantire al Secolo la collaborazione di Cesare Interlandi, figlio di Telesio e anche quella di Concetto Pettinato, già inviato di esteri del quotidiano La Stampa di Torino, che diresse per volere di Mussolini durante la Rsi. Pettinato, legato agli ideali di un fascismo intransigente e restìo al compromesso con la Dc, lasciò il Msi nel 1952, dopo il congresso dell’Aquila, e spiegò le ragioni del suo addio in un’intervista in prima pagina proprio sul Secolo: “Perché me ne vado? Mi è venuta meno la speranza di potere, restando nel partito, influire sul suo indirizzo politico nel senso indicatoci da quel programma di Verona che fu insieme l’epicedio e la catarsi del Ventennio. Da un pezzo io e i miei amici rimproveravamo al Movimento di avere dimenticato la lezione del 25 luglio e il retaggio ideale e morale dei seicento giorni per ricadere nella carreggiata del fascismo deteriore”. Dunque gli oppositori, nel 1952, avevano ancora un diritto di tribuna…

Il mio praticantato iniziò invece nel febbraio 1990. Fu Pino Rauti, da poco giunto al vertice del Msi, ad assumermi. Io all’epoca insegnavo in una scuola media di Primavalle ma già collaboravo alla terza pagina (come ho già scritto su invito di Gennaro Malgieri) recensendo per lo più libri di storia medievale (la mia vera passione) che Aldo Di Lello, caposervizio della cultura, passava senza fare storie, come se a qualcuno potessero interessare studi su Anselmo d’Aosta o sui libri penitenziali dell’XI secolo. Fu Tony Augello a portarmi da Pino Rauti per chiedergli di farmi entrare al Secolo. Rauti disse: “E’ una buona idea” e mi raccomandò di tenere duro: “Le redazioni non sono ambienti facili, poi lì sono tutti almirantiani, non mi possono vedere”. Tony sorrideva, gli disse qualcosa per rassicurarlo a proposito del mio carattere non proprio fragile. E così, in un giorno di febbraio, mi presentai all’allora direttore Giano Accame. Ero certa che mi avrebbe mandato al servizio cultura. Invece Accame era di tutt’altro avviso: “Ci servono buoni redattori al politico, presentati al caposervizio Enzo Palmesano, lavorerai con lui”. Dire che fui accolta freddamente è un eufemismo. Erano tutti molto diffidenti, perché rautiana e perché femmina. Mi consideravano una super-raccomandata. Del fatto che io scrivessi dotti articoli sul medioevo non fregava nulla a nessuno. Poi scoprii che nei giornali la gavetta non si fa scrivendo, ma facendo gli abusivi. C’era solo un’altra ragazza, che lavorava con Aldo Di Lello e con Carlo Cozzi al servizio Spettacoli, Antonella Ambrosioni. Il mio lavoro all’inizio consisteva in questo: dividere le agenzie eruttate in continuazione da una telescrivente (oggi arrivano sul pc, all’epoca no) per argomenti e per servizi. Poi consegnarle ai vari capiservizio. Se ti sfuggiva qualcosa d’importante (perché le notizie importanti le dovevi segnalare) s’incazzavano tutti e parecchio. Gli errori te li facevano pesare. Ricordo che dopo il mio primo giorno di lavoro andai da Tony e gli dissi: “Io da quel branco di matti non ci torno neanche morta, il giornalismo non fa per me”. Lui fece sembrare il mio sfogo come una specie di defezione da un’alta missione politica. Insomma, mi ha fregato. Il giorno dopo tornai. E dopo una settimana arrivò in qualità di caporedattore anche Flavia Perina, che al Secolo aveva fatto il praticantato e poi era andata a lavorare a Telemontecarlo e quindi al settimanale Il Sabato. Al primo comitato centrale dopo la mia assunzione Francesco Storace, che pure era stato tra i più gentili nell’accogliermi al Secolo, fece un intervento di fuoco contro il segretario Rauti: “Qual è la sua politica? Quella di infiltrare i suoi fedelissimi al Secolo? È una vergogna che non si è mai vista…”. Era chiaro che ce l’aveva con l’assunzione mia e di Flavia Perina. Appena lui finì l’intervento io lo andai a cercare come una furia nella sala stampa: “Ma come cazzo ti permetti?”. E lui: “Eddai, te che c’entri? Sono cose che si devono fare, è la politica… Non te la prendere”. In seguito Storace imparò a “tollerarmi”. Faceva troppi scherzi e non si riusciva a tenergli il broncio. La “pace” fu siglata quando mi chiese di leggergli e correggergli un articolo. Un redattore anziano che si rivolge a un praticante… Fu il suo modo per darmi finalmente il benvenuto.

Il più felice di tutti per la mia assunzione era mio padre. Lui, quando cominciarono a uscire i miei articoli in terza pagina, si faceva fare una cinquantina di fotocopie e le distribuiva ai suoi amici. Che io entrassi al Secolo era il suo sogno. Ne aveva parlato con Carlo Casalena (all’epoca consigliere regionale del Msi) che lo aveva dissuaso: “Non se ne parla. Là i posti sono tutti già prenotati. C’è una fila…”. Quando me l’aveva riferito si aspettava che me ne rammaricassi. Io invece risposi: “Dai papà, ma che ci frega? Tanto noi giovani il Secolo non lo leggiamo, fa schifo, non lo vedi?”. E pensavo di avere indorato la pillola. Invece avevo aggiunto un dispiacere a un altro dispiacere. Comunque, quando fui assunta, era raggiante. 

Il primo servizio “lungo” che mi venne affidato riguardava una polemica tra Francesco Cossiga, all’epoca presidente della Repubblica, e il Csm. Io partii in quarta citando Montesquieu e la divisione dei poteri. Aldo Giorleo lo lesse e lo rilesse. Poi lo gettò nel cestino. “Ma le notizie? Ce le vuoi mettere le notizie? Siete fissati co’ sti commenti del cazzo. Riscrivilo”. Io lo riscrissi, e la seconda volta secondo me era venuto molto peggio della prima. Invece fu pubblicato. Poi, solo poi, ho imparato che per cominciare un pezzo con una dotta citazione te lo devi poter permettere e io non me lo potevo permettere. Di Aldo Giorleo racconterò altre cose: intanto mi viene in mente quando è morto, nel 2002. Era ricoverato alla clinica Città di Roma, al quartiere Monteverde. Andai a trovarlo una mattina con Flavia Perina. Era molto dimagrito, lo sguardo già appannato, e non parlava quasi più. Però fu felice di vederci e riuscì a dirci con la voce di sempre: “Ciao bellezze!”. Si spense quella stessa notte. Non dico del lutto di tutti noi del Secolo, perché Giorleo detestava la retorica (anche questo che ho scritto, non lo avrebbe fatto passare. Che è questo “si spense”? Si scrive “è morto Tizio e Caio” senza tanti giri di parole…).

mercoledì 28 agosto 2013

L'Imu non c'è più. Viva il Re con la famiglia...



Annalisa Terranova

Se ti aboliscono una tassa, non si può storcere troppo il naso. Se non si paga l’Imu è chiaro che siamo tutti più sollevati. Nella percezione comune il successo è tutto di San Silvio, che festeggia nonostante la condanna in terzo grado. E festeggiano anche i suoi sodali, sicuri che i voti anche a questo giro arriveranno copiosi. Il centrodestra è non solo salvo ma molto più forte e solido rispetto a come era uscito dalle urne lo scorso febbraio. Nella percezione comune l’arrivo della Service Tax che sostituirà l’Imu nel 2014 è uno spettro a cui si penserà al momento opportuno (perché sia chiaro: una tassa viene cancellata, una viene introdotta, il vero successo è non avere fatto pagare l’Imu nel 2013).E la Service Tax sarà a discrezione dei sindaci (il che non fa ben sperare, visto che gli amministratori locali – Fiorito docet – non hanno certo brillato per senso di servizio alla nazione). Nella percezione comune non si calcola che le coperture per intero non sono state trovate (mancano 2 miliardi) e che persino un fan di Arcore come Maurizio Belpietro scrive oggi che forse con la Finanziaria verrà presentato il conto al solito ceto medio. Ma questi sono dati ragionieristici. Dietro il patto dell’Imu c’è la politica che si muove e ci interroga. E’ successo che appena Mediaset ha perso in borsa il 6% Berlusconi ha pensato che forse era meglio riannodare i fili della trattativa. E il pericolante Letta ha sacrificato l’Imu (e la credibilità del Pd, che si è sempre opposto a una cancellazione totale dell’imposta) per garantirsi la sopravvivenza. Che dietro tutto ciò vi sia Giorgio Napolitano è inutile sottolinearlo. C’era anche dietro il governo Monti, è evidente. Ma adesso la fase è tutta diversa: il povero Monti (la cui immagine politica con l’abolizione dell’Imu è ormai sepolta del tutto) fu chiamato in fretta e furia per salvare i conti e li salvò (l’uscita dalla zona rischio dei Paesi Ue sancita di recente da Bruxelles non è certo un successo dell’attuale governo) ed è stato poi scaricato quando sono nate le larghe intese partorendo la rielezione di Napolitano. Ora il governo deve mantenere i conti in ordine, cioè salvaguardare i risultati dell’odiato esecutivo dei tecnici e fare un po’ di ammuina sulle riforme. Questa è la mission, nella quale forse la sinistra esaurirà del tutto le sue residue capacità di presentarsi al Paese come guida affidabile. Berlusconi è rientrato in gioco alla grande e non c’è modo, adesso, di rimetterlo nell’angolo. La manfrina sull’incandidabilità finirà bene: c’è un “lodo Violante” che è già stato attenzionato dal Quirinale. Si ricorre alla Consulta, si perde tempo in nome del diritto alla difesa (ma non è in tribunale che esso si è già esercitato?) e il governo Letta è salvo ancora una volta. Berlusconi se ne sta a casa sua facendo feste e videomessaggi. Per i tifosi dell’una e dell’altra parte ci sarà qualche concessione (ora una Santanchè a destra ora un Fassina a sinistra a tenere buone le “curve”). Tutti noi stiamo a guardare, consapevoli che la contropartita per non aver pagato l’Imu è tenersi Berlusconi e tutta la dinastia. Viva il re con la famiglia… 

Cinquant’anni fa il primo romanzo di Leonard Cohen, lo scrittore che divenne cantautore


Luciano Lanna


«James Joyce non è morto: vive a Montreal e si fa chiamare Leonard Cohen» scrisse un quotidiano statunitense nel 1966 quando venne pubblicato il suo romanzo Beautiful Losers (“Magnifici perdenti”). Forse il paragone con Joyce era un po’ azzardato ma Leonard Cohen prima di diventare il cantautore che conosciamo si era comunque già affermato come un poeta e uno scrittore di primo piano. E tutta la sua biografia è andata avanti all’insegna dell’ossimoro e delle improvvise conversioni. Per rendercene pienamente conto basta dare un’occhiata in libreria a Il gioco preferito (minimum fax, pp. 244, euro 9,00), il suo primo romanzo, pubblicato proprio cinquant’anni fa, nel 1963, e ora tradotto in italiano dalla casa editrice romana che sta riproponendo tutta l’opera letteraria di Cohen.Questo The Favourite Game è stato definito “uno dei migliori romanzi canadesi del Novecento”, e venne subito paragonato – a proposito di Joyce – al Ritratto dell’artista da giovane. È un’esuberante romanzo di formazione, introspettivo e picaresco, che raggiunse in breve lo status di culto. Racconta la storia di Lawrence Breavman, figlio unico di una ricca famiglia ebrea di Montreal e alter ego dell’autore. Costruito per capitoli che sembrano cortometraggi, descrive la reazione di Lawrence alla morte del padre, il rapporto controverso con la madre, la sua relazione controversa con la tradizione e la religione ebraica, le scorribande on the road con l’amico Krantz, le ambizione letterarie e poetiche del protagonista, le avventure erotiche e, infine, la scoperta dell’amore.

Per inquadrarlo nella cornice di tutto l’itinerario intellettuale del suo autore è però opportuno dare un’occhiata anche a Una vita di Leonard Cohen di Ira B. Nadel (Giunti), la più completa biografia del cantautore canadese mai edita, oltretutto scritta da un grande studioso di letteratura contemporanea. Intellettuale davvero colto e raffinato, Cohen non solo ha infatti scritto canzoni indimenticabili come Suzanne o Joan d’Arc, entrambe tradotte in italiano da Fabrizio De André, diventando un mito per l’immaginario degli anni Sessanta e Settanta al pari di Bob Dylan, ma prima di salire sul palco e di incidere un disco (accadde quando aveva già 33 anni, nel 1967), s’era affermato come una luminosa promessa della letteratura canadese, con una serie di preziose raccolte poetiche che stanno da tempo nelle antologie scolastiche.Tutto era iniziato nel 1954 quando Leonard all’università s’era iscritto al corso di poesia di Louis Dudek, grande poeta e critico, dedicato a Ezra Pound, con cui il docente aveva un rapporto di interlocuzione. E Cohen pubblicò le sue prime poesie sulla rivista letteraria CIV/n, il cui titolo prendeva spunto da una frase contenuta in una lettera scritta da Pound a Dudek: «CIV/n: un lavoro inadatto a un uomo solo», dove CIV/n era una forma abbreviata per civilizzazione. Scopo del progetto doveva essere quello di «proporre una poesia che fosse una rappresentazione vitale delle cose per quello che sono, utilizzando (se necessario) un linguaggio forte, o qualsiasi altro linguaggio purché il lettore sia spinto a osservare con occhi attenti il mondo intorno a lui». Una curiosità: sul quarto numero della rivista era ospitato anche un lungo saggio su Ezra Pound del critico e sociologo fascista Camillo Pellizzi oltre a un editoriale di Dudek dedicato all’internamento dell’autore dei Cantos nel manicomio di St. Elizabeth.Qualche anno dopo il giovane Leonard frequenterà comunque l’ambiente bohèmien del campus della Columbia University e del Greenwich Village, incontrandosi con esponenti della beat generation come Allen Ginsberg e Jack Kerouac, «quel tipo di genio – scrisse di quest’ultimo – che somiglia a un grande ragno scintillante, un ragno capace di tessere la grande tela dell’America». Poi una lunga vita di esperimenti, incontri, innamoramenti, donne, vagabondaggi, crisi e illuminazioni esoteriche, dimostrando la grande capacità di trasformarsi da scrittore con tanto di crismi accademici in rockstar internazionale. Va ricordato il suo periodo greco, nell’isola di Idra, tra il 1960 e il 1963, dove si era  installata una comunità di scrittori e artisti stranieri. In quegli anni, considerato un intellettuale di punta, Leonard viene ad esempio invitato a confrontarsi a Parigi con figure come Mary McCharty, Malcolm Muggeridge e Romain Gary sul tema “C’è crisi nella cultura occidentale”.Si abbevera poi alla “quarta via” di Gurdjieff e ai Ching, conosce e frequenta Bob Dylan, Joan Baez, Joni Mitchell, Janis Joplin, Nico dei Velvet Underground… Nel 1966 comincia a prendere sul serio l’idea di una carriera musicale nel momento stesso in cui si rese conto che come scrittore non sarebbe riuscito a guadagnarsi da vivere in modo decente. E il 26 dicembre 1967 viene pubblicato senza annuncio ufficiale Songs of Leonard Cohen, anche se come anno di uscita verrà sempre indicato il mitico 1968. Da allora, oltre venti album, e una continua ricerca non solo musicale. Lui, ebreo di famiglia e convinzione, si incamminerà nei sentieri del misticismo sufi, del buddismo, dello zen ma anche di un certo cattolicesimo: in particolare si appassionò alle vicende di Catherine Tekakwitha, un’indiana irochese del popolo dei kohawk, all’epoca in attesa di beatificazione, che sarà la prima nativa canadese a essere beatificata da Papa Ratzinger. Una statua della beata si trova infatti nella casa di Cohen a Montreal e le sue immagini adornano le pareti delle sue case e dei suoi uffici. E ogni volta che va a New York Leonard porta fiori alla sua statua di fronte alla cattedrale di San Patrizio. «Il mistero – scriverà – è sempre radicato nel fatto quotidiano, il mistero ha un’entrata stretta...». Non a caso, nel 1996, Leonard viene anche ordinato monaco zen.Ormai vive a Montreal, lavorando attorno una scrivania di pino interamente sgombra: «La strada è troppo lunga, il cielo è troppo vasto e il cuore errante è finalmente senza dimora». Come definire insomma un cantautore ebreo che pure nel lontano 1970 era stato addirittura accusato di fascismo? Era infatti in corso il festival pop di Aix-en-Provence e un gruppetto di maoisti presenti tra la folla contestò il pagamento del biglietto e il “fascista” Cohen. Sul palco vennero lanciate alcune bottiglie dopodiché lo scoppio di un faro dell’illuminazione fece temere che qualcuno avesse tentato di sparare alla sua band. Leonard, molto coraggiosamente, prese il microfono e sfidò i contestatori a salire sul palco, facendo presente che lui e i suoi musicisti erano armati oltreché provenienti dal feroce e indomito Sud degli Stati Uniti: «Se non vi piace quel che state ascoltando, prendete voi il microfono, noi continuiamo a suonare». L’esibizione venne portata a termine. La band di Cohen da quel giorno prese il nome di The Army, l’esercito. Anche questa, solo l’ennesima apparente contraddizione di Leonard.


domenica 25 agosto 2013

Quello “strappo” con Almirante nel lontano '48. Lando Dell’Amico e i dubbi sul ruolo del Msi


Riccardo Ponti

È un libro da leggere, questo La leggenda del giornalista spia (Koinè, pp. 375, euro 18,00) di Lando Dell’Amico, utile soprattutto per cercare di afferrare dietro le quinte i fili e gli intrecci di almeno sessant’anni di vita pubblica italiana, dalla fine del fascismo sino all’avvento di Berlusconi in politica. Da leggere, innanzitutto per l’autore e protagonista del libro, un giornalista che ha attraversato in prima linea tutti i punti critici del secondo dopoguerra e degli anni della guerra fredda, ma anche per l’interessante affresco di prima mano su cosa sia stato nel profondo, nel nostro “secolo breve” all’italiana, l’intreccio tra potere politico, potentati industriali e finanziari, azioni delle potenze straniere, apparato tecno-militare e su quali siano state le sue ricadute. Terzo elemento di interesse, infine, lo scoperchiamento del ruolo sotterraneo, ma non troppo, del giornalismo e delle agenzie di stampa nel diffondere notizie e condizionare la partita politica. Dell’Amico rievoca e racconta le vicende che hanno coinvolto la sua azienda editoriale, l’Agenzia Giornalistica Repubblica (con tanto dell’annessa Agenzia parlamentare Montecitorio), ma quelle stesse esperienze riguardavano, nella stessa modalità, tutte le altre aziende editoriali e giornalistiche dello stesso lungo periodo: riferimento diretto o meno a una o più realtà finanziarie o industriali (nel suo caso prima l’Eni, poi la Sarom del petroliere Monti), l’aggancio con spezzoni del mondo politico, il cavalcare campagne – scandalistiche o meno – in grado di condizionare l’evoluzione del quadro politico. Un intreccio complesso e articolato che se è valso per l’Agenzia di Dell’Amico, valeva anche per altre realtà, fossero esse le agenzie di stampa oppure testate come Lo Specchio o Il Borghese di Mario Tedeschi, Abc, Tempo Illustrato, Op e Mondo d’Oggi ma anche L’Espresso di Scalfari e Jannuzzi o, oggi, il sito Dagospia. Che un certo tipo di giornalismo raccolga e diffonda informazioni, anche attraverso dossier, e ne faccia campagne, è una dimensione propria della vicenda italiana del secondo dopoguerra, e non ha senso tratteggiare come “giornalista spia” solo qualcuno dei suoi protagonisti come Dell’Amico, in quale oggi ottantasettenne s’è tolto qualche sassolino dalle scarpe e racconta tutta la sua avventura…


Lando Dell’Amico ha del resto alle sue spalle un percorso politico-culturale davvero interessante e in grado di rappresentare una metafora del nostro Novecento. Nato a Carrara nel 1926, figlio di un fascista, si arruola giovanissimo nella Rsi. Combatte ad Anzio con la Decima Mas e viene ferito. Si rifugia a Roma dopo che la fine della guerra l’avevo colto a Varese in licenza di convalescenza. Si rifugia a Roma e lì frequenta gli ex camerati repubblichini, dalle 13 alle 20 di ogni giorno, accompagnando suo padre e sua madre in un vicolo sotto il Quirinale: “Fu lì che conobbi, con le toppe sui pantaloni, persino Giorgio Almirante, l’ex capo di gabinetto del ministro della Cultura Popolare della Rsi, leader ancora in pectore del Msi, e insistevo in quelle frequentazioni politiche più che per complottare o tramare ma soprattutto per consumare i pasti che Santa Romana Chiesa ivi allestiva per gli affamati e i nullatenenti reduci dall’ultima avventura mussoliniana”.
Alla fine del 1946, fondato il partito neofascista, Almirante nomina proprio Lando Dell’Amico primo segretario del Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori, il primo movimento giovanile missino, anticipatore di ciò che in futuro saranno la Giovane Italia e il Fronte della Gioventù. Ma durò pochi mesi, Dell’Amico sbatte la porta e trasloca con i fasciocomunisti della rivista Il Pensiero nazionale, diretta e fondata da Stanis Ruinas. Da leggere, all’inizio del libro, una corrispondenza tra lui e Almirante della fine del 1948. A ottobre Dell’Amico aveva infatti scritto ad Almirante, diventato nel frattempo deputato oltre che segretario nazionale del partito degli ex fascisti: “La politica del Msi passa ormai anni luce dalle mie convinzioni. Il fascismo è morto con Mussolini… Noi giovani stiamo nascendo alla politica e alla dialettica delle idee in un’epoca di libertà, se pure in un quadro di restaurazione capitalistica e d’imperialismo americano, mentre il Msi canta d’essere nato ‘in un cupo tramonto’. Un clima di cui non avvertiamo il pathos pessimistico. Tu sei – scriveva il ventiduenne Dell’Amico all’amico Almirante – una persona seria, credi in quello che fai, non sei intellettualmente imbalsamato. E rifiuti, me lo dicesti proprio nel giorno in cui ci conoscemmo, l’esperienza giovanile di segretario di redazione della rivista La Difesa della Razza. Ma mi dai l’impressione di volere al momento coltivare l’orticello elettorale del reducismo e del nostalgismo, addirittura del neofascismo storico, pre-Salò, senza provocare strappi salutari seppur sentimentalmente dolorosi perché fondati sull’autocritica…”. Davvero lucida e anticipatrice l’analisi sul “ruolo” del partito di Almirante: “Quando il Msi, la cui unica missione mi pare sia ormai quella di conservare moralmente ma politicamente ibernata una base del tutto estranea se non nemica del sistema democratico avanzato, aperto al sociale come si va delineando dopo la guerra perduta, dovrebbe invece sposare la lettera e lo spirito della Costituzione repubblicana contribuendo con lealtà a sensibilizzarne gli articoli più significativi nel segno di un socialismo aggiornato. L’unica cosa da non dimenticare di Benito Mussolini mi sembra infatti dover essere il principio secondo cui la rivoluzione nazionale italiana non deve catalogarsi né di destra né di sinistra. Paradossalmente, tanto meno di centro”. E Dell’Amico concludeva la sua lunga lettera con l’ingenuo tentativo di poter ricondurre Almirante e il suo partito su posizioni non di destra: “Ai quadri dirigenti missini qualcuno, e questo qualcuno potresti essere tu, deve far leggere Sorel e Gentile, passando per le interpretazioni di Ugo Spirito e di Antonio Gramsci. Senza ostinarsi a ritenere inesistente un certo Karl Marx. E quando il Msi avrà compiuto questa revisione culturale, potremmo rincontrarci. Purché non sia ormai tardi, visto che il mondo si muove, non sta seduto a leccarsi le ferite, va avanti. In caso contrario, vi ritroverete tutti a indossare la camicia bianca del conservatorismo e della reazione, al servizio del pensiero unico imperiale americano”.


Undici giorni dopo, il 22 ottobre, Almirante gli risponde: “Non ti nego che molte delle tue argomentazioni – gli precisa – mi paiono solide e convincenti. Ma io ho fiducia nell’avvenire del Msi, cioè non tanto e non soltanto nella possibilità che il Msi si affermi politicamente ed elettoralmente, quanto e soprattutto che attraverso il Msi sia realizzata la nostra rivoluzione”. La successiva lettera di Dell’Amico è quindi definitiva: “Non comprendo perché, allora, il Msi rifiuti a tre anni dalla fine della guerra civile e dalla scomparsa di Mussolini di fare autocritica. Perché non dichiarare solennemente e senza reticenze che il fascismo sbagliò nel 1940 a entrare in guerra a fianco di Hitler, anche se ritengo anch’io giusto, come del resto ho dimostrato sulla mia pelle e con il mio sangue combattendo con il Barbarigo della Decima Mas sul fronte di Anzio contro gli americani nel ’44, la scelta di mantenere fede comunque all’alleato a sconfitta militare scontata? Perché non proclamare che le leggi razziali del ’38 rappresentavano un’infamia, peggio un errore. Comunque, un atto di sudditanza alla Germania nazista, una devianza culturale dalla nostra rivoluzione (così come tu ti esprimi), dalla cultura che s’ispira al Risorgimento, al sindacalismo rivoluzionario di Sorel e Corridoni e all’attualismo di Gentile? La dialettica fascismo-antifascismo non ha più senso reale. E io personalmente, insieme ai miei amici del Pensiero nazionale, pensiamo a un’evoluzione in cui gli italiani si ritrovino a-fascisti e a-antifascisti. Morto il fascismo dovrebbe essere in punta di morte anche l’antifascismo… Non dovrebbe, ad esempio, un erresseista sentirsi oggi più vicino ai socialisti e ai comunisti, partiti della classe operaia, piuttosto che alla Dc e ai partitini che le fanno corona? È la tua politica, caro Giorgio, che invece fa involontariamente il gioco dei partiti del Cln tendente a tener fuori dal governo il Msi magari per bilanciare e giustificare l’ostracismo alla sinistra. Non è infatti tanto il reducismo, con i suoi alalà, drappi neri, teschi, saluti romani che mi infastidisce, quanto l’appiattimento del partito da te guidato su programmi obsoleti, su politiche superate, su parole d’ordine ripetitive e caduche…”.


Con queste parole, scritte nel lontanissimo 1948, Dell’Amico rompeva definitivamente col neofascismo. E avviava un suo percorso personale, prima di collaborazione con Pajetta, Pecchioli e Togliatti per cercare di recuperare nel Pci i giovani neofascisti in buona fede, poi – dopo la morte di Stalin – in area socialista e socialdemocratica, divenendo segretario particolare di Ignazio Silone e scrivendo su testate come La Giustizia, Giovedì, Il Mondo. Racconterà queste sue esperienze in un libro del 1955, Il mestiere di comunista, introdotto da Giuseppe Saragat e Ignazio Silone. Quindi, come scriveva già nel ’48 ad Almirante – “personalmente, te lo dico per tranquillizzarti in nome di una ormai annosa amicizia, non penso a impegni politici ma al giornalismo” – avviava le sue iniziative editoriali. Con le quali si legherà a Enrico Mattei, a Attilio Monti, a Amintore Fanfani (“nella sua avventura politica e ideale ritrovavo, in grande, le tracce della mia piccola avventura fasciocomunista…”), a Vittorio Sbardella, a Alberto Giovannini, a Giuseppe Saragat e a tanti altri protagonisti, grandi e piccoli, delle vicende della seconda metà del Novecento. Ma, per quanto ci riguarda, le pagine sulla sua “rottura” con Almirante rivestono storiograficamente un certo valore per chiunque voglia indagare e capire le parti oscure e non ancora chiarite sulle origini del Msi e il ruolo (al di là della buonafede dei suoi militanti, dei suoi elettori e di molti suoi dirigenti) svolto concretamente da questo partito. 

Postfascisti e cultura: un libro parla delle battaglie sui libri di testo e sul Crocifisso. Ma i risultati sono stati deludenti...




Annalisa Terranova

Sul Corriere della sera dello scorso 14 agosto la pagina culturale era dedicata al libro di Gabriele Turi La cultura delle destre. Alla ricerca dell’egemonia culturale in Italia (Bollati Boringhieri) che si propone di dimostrare in che modo le destre, appunto, avrebbero rovesciato l’egemonia culturale della sinistra. A parte il fatto che la ricerca si inserisce in uno schema vecchio e ormai superato perché non esiste più egemonia culturale della sinistra e non è mai esistita una capacità della destra di scalfirla, l’autore dell’articolo, Pierluigi Panza, mette in luce i nuclei tematici che, secondo Turi, avrebbero contraddistinto le battaglie culturali del mondo della destra. Essi sono tre: il primo è l’intrattenimento televisivo (insomma i sottoprodotti dell’infotainment delle tv berlusconiane) sul quale non vale neanche la pena pronunciarsi anche se è innegabile che costituisca il terreno fertile sul quale il centrodestra ha seminato i suoi luoghi comuni per raccogliere consensi. Più interessanti gli altri due punti: il revisionismo dei testi di storia e la “battaglia giuridico-identitaria delle destre sul mantenimento del crocifisso in classe”.



Il primo argomento è molto stimolante: è vero che la destra (quella non berlusconiana in questo caso) è riuscita a porre al centro dell’attenzione mediatica e politica il tema dell’indottrinamento tra i banchi di scuola ma a questa sacrosanta denuncia è seguita davvero un’operazione culturale capace di lasciare traccia? Decisamente no. Va ricordato chi furono i protagonisti di questa crociata contro i manuali faziosi: Giorgia Meloni che si recò in una libreria romana con altri militanti per un’azione dimostrativa contro i libri di storia “manichei” e Francesco Storace che da presidente del Lazio fece approvare e difese una mozione (promotore Fabio Rampelli) per la riscrittura dei libri di testo che ignoravano alcuni aspetti della storia del Novecento sgraditi alla sinistra (a cominciare dal capitolo foibe). Il dibattito che ne scaturì fu salutare: si cominciò a dire, da parte di studiosi autorevoli, che la storiografia è in effetti un revisionismo continuo e che non possono esistere periodi storici sui quali il giudizio dato sia definitivo e in qualche modo “canonizzato”. L’editore del Cerchio, Adolfo Morganti, promosse una collana di testi integrativi destinati agli studenti che offrivano chiavi di lettura alternative su argomenti spinosi: dal Medioevo al Risorgimento alla letteratura del Novecento. Eppure, a distanza di anni, possiamo concludere che le aspettative suscitate da quella battaglia sono state deluse: vera opera di revisionismo a livello di opinione pubblica è stata compiuta ad esempio da Giampaolo Pansa con il suo Il sangue dei vinti, ma Pansa non è di destra. E poi ancora la stessa opera è stata portata avanti dal successo del romanzo di Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, ma Pennacchi non è di destra, anzi si dichiara marxista non pentito. Libri di testo alternativi riconducibili a teorie storiografiche accettabili per la destra non ce ne sono e non ce ne possono essere perché la ricerca storica, se sollecitata dalla politica, perde ogni valore. Inoltre non si può dimenticare che proprio un ministro di centrodestra, Mariastella Gelmini, ha fatto scempio dei programmi di storia stravolgendone l’impianto cronologico alle medie e alle superiori.  Che se ne deve concludere? Che come spesso avviene in questi casi le battaglie culturali sono state piegate ad interessi elettorali e non hanno avuto una solida rete di supporto culturale capace di agire in profondità in una prospettiva di lunga durata.



Non meno interessante il tema del crocifisso in classe. Qui si è sovrapposta alla battaglia giuridico-identitaria sul simbolo del cristianesimo una vera e propria azione mistificante. Si è fatta circolare cioè l’ipotesi – falsa – che a non volere il crocifisso in classe fossero i musulmani (grazie ai depistaggi mediatici di un personaggio screditato come Adel Smith) mentre si trattava di un’istanza portata avanti nel nome di un indifferenziato ateismo (non a caso molti imam hanno dichiarato non solo di non sentirsi offesi dal crocifisso ma anche di non sentirsi affatto turbati dall’allestimento del presepe nelle scuole). Ma la polemica antimusulmana serviva a sua volta ad appoggiare il neoimperialismo dell’amministrazione Bush e le sue azioni di guerra in Afghanistan e in Iraq. Così si è dato fiato alle trombe della propaganda sullo “scontro di civiltà” (quasi nessuno a destra si è sottratto al fascino perverso del verbo di Oriana Fallaci, anche lei non certo di destra) mentre un autentico intellettuale di destra come Franco Cardini, che da allora scrive e parla contro l’ipotesi dello scontro di civiltà, è rimasto inascoltato. La logica sciatta del nemico facile e individuabile ha prevalso sulla complessità dei temi posti in gioco dalle scorribande antireligiose che hanno una radice illuminista e tutta occidentale e che con l’Islam non c’entrano niente.

Questi appunti possono bastare, crediamo, a far comprendere quanto la destra sia ancora poco attrezzata sul piano di battaglie culturali che dovrebbero aspirare ad essere metapolitiche e non semplici espedienti per foraggiare l’ingranaggio del facile consenso.  

venerdì 23 agosto 2013

"Fino alla tua bellezza": il reducismo eroico cantato da Gabriele Marconi nel suo ultimo romanzo




Annalisa Terranova

La guerra civile spagnola, o meglio la guerra contro i rossi, i nemici assoluti, i nemici di sempre. Se poi a scegliere questa trincea sono anche degli ex legionari reduci dall’avventura di Fiume si capisce bene che il mix di ingredienti che Gabriele Marconi ha scelto di imbastire nel suo ultimo romanzo, Fino alla tua bellezza (Castelvecchi), è quello giusto per catturare il lettore. E infatti si legge volentieri. Romanzo d’avventura, più che politico, Fino alla tua bellezza narra dello spirito ardimentoso di Marco, Giulio, il francese Herbillot, l’ex combattente fiumano Dado finito sulla barricata antifranchista e persino dello spirito ribelle di un ragazzino, Hernan, capace di incantare i serpenti, fino al capitano carlista Barrau della Columna Redondo. Una storia ambientata nel 1937 ma che, come tutte le storie di guerra e di amicizia, potrebbe avvenire in ogni tempo e in ogni luogo (anche se i riferimenti storici ci sono e sono precisi). 

In pratica una bella banda di tipini che hanno voglia di menare le mani, detestano la vita borghese, amano cercare la “bella morte”, rimpiangono tardivamente di non avere dato spazio agli affetti. Tipi che combattono le battaglie giuste anche se sono incerti sulla vittoria, soprattutto se sono incerti della vittoria. Fascisti sansepolcristi, se si volesse sfoggiare l'uso di una categoria storiografica. Ciò che li lega, oltre le ideologie, è l’amicizia cementata nelle “tempeste d’acciaio”. Un sentimento elementare ma intenso che fa combattere dalla stessa parte fascisti e antifascisti se si tratta di salvare la pelle a un antico ex camerata (divenuto anarchico) che rischia di finire impigliato nel tritacarne dei sospetti della fazione stalinista che imperversa tra le schiere repubblicane. Dunque si beve insieme, si combatte insieme, e sempre insieme ci si lamenta della rivoluzione tradita o meglio della rivoluzione mai cominciata (e qua è impossibile non rilevare negli accenti usati dall’autore l’ispirazione tratta dalla massima “la rivoluzione segna il passo” che era così frequente, sul finire degli anni Settanta ma anche dopo, nelle file disperate di chi aveva combattuto battaglie infruttuose oltre che luttuose).   

Il susseguirsi di azioni rocambolesche diventa quasi rifugio oppiaceo per chi non ha alcuna intenzione di inserirsi tra i “normali”. Una visione rassicurante e consolatoria anche da parte di chi dà vita sulla carta a questi eroi un po’ fumettistici, troppo innamorati di se stessi per concedersi ad amori veri. E così una delle pagine più belle arriva proprio quando il legionario si ubriaca e cede ai rivolgimenti del destino che a volte procura dolore anche agli indomiti guerrieri. Pagina bella soprattutto per la ninna nanna cantata da Anna al tenente Giulio. “Mi votu e mi rivotu suspirannu/ passo li notti interi senza sonnu/ e li biddizzi toi jeu contimplannu/ mi passu di la notti ‘nsin ‘a gghiornu”. Non c’è solo il sangue, per fortuna, ma anche l’abbandono, la pace, la ricerca di un po’ di serenità. E alla fine si sprigiona da questo romanzo un solo granitico credo: i reduci possono fare e rifare solo quello che facevano quando non erano ancora reduci. Solo così sono e si sentono autentici. Ma vale per tutti i reduci, anche per quelli che provengono da guerre molto meno importanti e molto più strumentalizzate? La domanda resta sospesa… ma non senza un ultimo appunto sulle figure femminili: o sono anch’esse guerriere un po’ esaltate, o sono dive incantevoli o sono crocerossine. Dico allora a Gabriele: e proviamoci a farle un po’ più simpatiche ‘ste donne dei camerati, un po’ meno “assolute”, un po’ meno archetipiche. Tra Afrodite, Demetra e le Amazzoni ci sarà pure una via di mezzo…

Secolo d'Italia: un po' di notizie sulle origini di una testata storica che risalgono alla Decima Mas



Poiché agli inizi di agosto è cominciata una mobilitazione (promossa da Fratelli d'Italia) per tutelare la testata del Secolo d'Italia, pubblichiamo la prima puntata della storia del giornale curata da Annalisa Terranova e Luciana Lanna e visibile sul gruppo Facebook "Il Secolo d'Italia:la storia". 


Annalisa Terranova


Intanto rimettiamo le cose in ordine: il Secolo d’Italia nasce nel 1952 intorno a un gruppo di reduci della Decima Mas vicini alla sinistra missina, all’epoca guidata da Giorgio Almirante contro la segreteria di Augusto De Marsanich. Che vuol dire sinistra missina? Quel gruppo era antiamericano e contro l’adesione dell’Italia alla Nato, voleva la socializzazione delle imprese e rifiutava l’etichetta di destra e l’alleanza con i monarchici e i conservatori. Il primo direttore fu Bruno Spampanato, ex capoufficio stampa della Decima Mas che aveva diretto durante la Rsi “Il Messaggero” e  poi “Il Piccolo” di Trieste. All’inizio la testata si chiama solo Il Secolo: solo un mese dopo viene aggiunto il “d’Italia” ripreso pari pari nello stile grafico da quello disegnato dal pittore futurista Giorgio Muggiani per Il Popolo d’Italia. All’inizio i redattori sono solo cinque tra cui l’esoterista Aniceto Del Massa, amico personale di Julius Evola, di Ezra Pound e di Giovanni Papini, che curerà la terza pagina fino al 1961. Il giornale aveva la sua sede in via Tomacelli 146, stessa location negli anni successivi de Il Manifesto, Mondoperaio e poi della redazione romana del Corriere. Dunque via illustre del giornalismo italiano. Al suo esordio Il Secolo era tanto poco il quotidiano ufficiale del Msi che Pino Romualdi, d’accordo con Arturo Michelini, ne fonderà nel 1956  un altro, Il Popolo italiano, per agganciare i lettori di destra (nel primo editoriale il quotidiano si presenta come il vero giornale ufficiale del Msi in aperta polemica con Il Secolo) ma l’esperimento ebbe vita breve. A partire dal 1965 Il Secolo è ufficiosamente il quotidiano dei missini anche se nella testata c’è ancora scritto “quotidiano indipendente”. Diventerà organo di partito solo nel 1972 con la nascita della destra nazionale voluta da Giorgio Almirante.
Sulla terza pagina dunque scrissero anche Pound ed Evola, portati a collaborare da Aniceto Del Massa. Quando io ero già redattrice del giornale Ugo Franzolin, anche lui ex Decima Mas, ci raccontava che andava a casa di Evola a ritirare gli articoli da pubblicare, con atteggiamento reverente. Evola si raccomandava di non cambiare nulla. Franzolin ci disse: “In ogni caso io non mi sarei permesso di fare tagli, visto che sul barone girava pure voce che portasse jella…”. In ogni caso, dal suo racconto, si intuiva che all’epoca Evola lo intimidiva, e parecchio. Franzolin, classe 1920, era molto amabile con noi giovani redattori, ma per lo più passava i pomeriggi a conversare con Aldo Giorleo, anche lui ex Rsi e direttore responsabile quando io fui assunta, e a volte si facevano pure qualche cantatina “nostalgica”. Noi sapevamo che a loro piaceva correggerci gli articoli: o meglio, Giorleo li leggeva ad alta voce, Franzolin approvava e poi ci mettevano il voto… ed erano sempre molto generosi (direi anche troppo). Detestavano gli anglicismi e ridevano dello stile giornalistico che usa frasi fatte, piatte, uniformi, senza individualizzare lo stile. “Ormai – sentenziavano – questi non sanno più la grammatica”. Noi volevamo copiare la neolingua di “Repubblica”, ma se scrivevamo “dichiarazione al vetriolo” o “fibrillazione”, Giorleo tirava i fogli lontano dalla sua scrivania per far capire che non apprezzava. Franzolin ci dava consigli: secondo lui per essere un bravo giornalista bisognava leggere molta letteratura. “Hai mai letto Kafka?”, mi disse una volta. “Veramente no”, risposi io. “Male, devi assolutamente leggerlo, come si fa a fare i giornalisti se uno non ha letto Kafka o almeno Dostojevski?”. E io: “Franzolin, però io Dostojevski l’ho letto”. “Brava, e leggi pure Kafka”.

Sulla terza pagina che un tempo fu curata da Aniceto Del Massa esordii anch’io, giovane studentessa di Lettere, nel 1983, alla tenera età di 21 anni, grazie a Gennaro Malgieri che mi chiese un articolo. 

martedì 6 agosto 2013

Da Pound a Morin, da Pasolini a Giono: tracce per un nuovo (e vero) ambientalismo


Lorenzo Randolfi
Piaccia o meno la Modernità è il tempo in cui viviamo. Per qualcuno (i teorici del postmodernismo) essa apparterrebbe al passato. Al contrario, e noi ne siamo convinti, la nostra visione del modo si muove ancora entro le coordinate del pensiero moderno. La logica di fondo della nostra vita quotidiana, delle nostre scelte politiche, in sostanza della civiltà odierna, è figlia di un lungo processo iniziato più o meno con Cartesio e definitosi soprattutto con gli illuministi. Un processo di civilizzazione diffusosi in quattro secoli in tutto il mondo venendo a dar forma a una solida “unicultura” che lega tutti i popoli, a dispetto del tanto sbandierato multiculturalismo. Anzi modernizzazione e civilizzazione sono divenuti sinonimi (basterebbe citare alcune affermazioni di Ezra Pound e di Pier Paolo Pasolini e tale equazione cadrebbe).

Cosa è la civiltà moderna? Il suo concetto di base è una razionalità che si risolve nella funzionalità, quindi nel raggiungimento di uno scopo. In pratica una logica che pone l'accento sul potere dell'uomo; una logica che consente il dominio dell'uomo (soggetto) su ciò che lo circonda (oggetto, natura). La razionalizzazione dell'esistente. Una visione economica, utilitaristica della vita. Suoi corollari: il facile e datato mito del progresso, l'industrialismo, il capitalismo fine a se stesso, l'urbanizzazione, la mentalità borghese e consumista e specularmente il socialismo burocratico.

A questo punto inutile dire che non serve a nulla “avere il mondo in gran dispitto” sperando di restaurare presunte età dell'oro. Certo è che guardandosi attorno viene da dar ragione a Max Horkheimer, filosofo della Scuola di Francoforte, che in un famoso libro-chiave scritto con Adorno (Dialettica dell'illuminismo-1947) identificando il concetto di Illuminismo con la logica di dominio dell'uomo occidentale, così si espresse: “L'Illuminismo ha perseguito da sempre l'obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni. Ma la terra interamente illuminata splende all'insegna di trionfale sventura.” Sventura palese quando si guarda agli effetti del nostro modello di civiltà sull'ecosistema, sull'ambiente naturale.Una nota esperta di bioetica, Luisella Battaglia (un tempo attiva anche interloquendo nei dibattiti della Nuova Destra) ha voluto, quindi, approfondire il problematico rapporto tra l'uomo e l'ambiente che lo circonda. Uno dei suoi libri, Alle origini dell'etica ambientale. Uomo, natura, animali in Voltaire, Thoreau, Gandhi, ha l'intento di cercare di comprendere alla radice la problematica, provando a rintracciarne le ragioni culturali , per poi delineare una proposta di cambiamento: l'ipotesi di una nuova etica che renda possibile l'armonia tra l'uomo e la natura. Un brano del suo libro è illuminante: “Perchè si è incilini a pensare all'umanesimo e all'ecologismo come a termini antinomici? La persuasione che esista un'antinomia trae origine, in realtà, da un duplice equivoco: quello di chi identifica l'umanesimo con un antropocentrismo forte (ideologia del dominio incontrastato dell'uomo sulla natura che giustifica e razionalizza l'idea che esista solo per la sua utilità e il suo piacere) e quello che identifica l'ecologismo con il fondamentalismo biocentrico (ideologia che ribalta il rapporto di dominio uomo/natura in uno di sottomissione). Da qui nascono le idee simmetriche di un umanesimo necessariamente anti-ecologico, attestato dalla convinzione che occorra difendere l'uomo e i suoi valori contro la sacralizzazione della natura; e di un ecologismo necessariamente antiumanistico, persuaso che, per difendere la natura, occorra mettere sotto accusa la tradizione stessa dell'Occidente. In realtà, non occorre essere fondamentalisti per condannare lo sfruttamento della natura, ne aderire all'antropocentrismo per difendere la dignità dell'uomo: si correrebbe altrimenti, il rischio di immaginare preoccupati, gli uni, esclusivamente dei diritti umani e gli altri dei diritti della natura".E tuttavia il dibattito non è inutile perché, oltre a rivelare le nostre controversie in materia ambientale, serve a illuminare i punti ciechi delle due posizioni e a fare emergere i presupposti simmetrici degli uni e degli altri. Ci troviamo indubbiamente di fronte a due concezioni antagonistiche del rapporto uomo/natura: quella antropocentrica prescrive la disgiunzione tra soggetto-uomo e oggetto-natura e determina ciò che vi è di specifico nell'uomo con l'esclusione dell'idea di natura; quella ecologista prescrive l'inclusione dell'umano nel naturale e rifiuta l'idea stessa di specificità umana col fare dell'uomo un essere naturale. Modelli, dunque, opposti ma accomunati da un paradigma di semplificazione che (prescrivendo la separazione tra umano e naturale o la riduzione dell'umano al naturale) impedisce di concepire la complessità delle relazioni reciprocamente costitutiva, a un tempo, di inerenza e di distinzione tra i due termini. Se con l'umanesimo giunge al suo compimento la visione dell'uomo come misura del mondo, sbaglieremmo a considerarlo come la semplice realizzazione dell'ideale antropocentrico. Certo, se pensassimo che l'umanesimo sia la filosofia di un uomo soggetto di un mondo di oggetti, sarebbe difficile non dichiarare la necessità della sua decostruzione. Ma si tratta dell'umanesimo o solo di una sua versione? In realtà se qualcosa occorre decostruire è ciò che Edgar Morin ha definito “l'autoidolatria dell'uomo”: una teoria, dunque, chiusa e semplificata dell'umanesimo.


“Decostruire l'autoidolatria dell'uomo”, detto in semplici parole: fine dell'arroganza, della superbia dell'uomo. Un'operazione, almeno dal punto di vista teorico, più semplice di quanto si pensi. Utile la lezione di Mario Tozzi, noto giornalista di La7 e Rai, nonché convinto ambientalista. Durante una trasmissione di qualche anno fa spiegò con un esempio le giuste proporzioni dell'essere umano, svelando che: “Mettendo su una linea lunga 1 metro l'intero corso della storia del mondo dalla sua origine, l'uomo inizia il suo cammino solo nell'ultimo millimetro. Ciò a dire che la presenza dell'uomo è marginale nella storia terrestre. ” Ne consegue un ridimensionamento dell'umanità, e quindi la fine dell'antropocentrismo esasperato e distruttivo. Al suo posto un umanesimo ecologico, con le parole della stessa Luisella Battaglia; una sorta di rivoluzione copernicana, la fine della contraddizione tra uomo e natura.
Nel delineare questo nuovo corso della civiltà, la riflessione potrebbe continuare passando in campi più affascinanti come la quello religioso e quello letterario. Potremmo allora citare figure come Gandhi oppure, in un ottica cristiana e trascendentale, San Francesco d'Assisi con il suo Cantico delle Creature. E ancora, scrittori come Knut Hamsun. Personalmente, poi, sono legato allo scrittore Jean Giono.


Figura interessante della letteratura francese, caduto nell'oblio per molto tempo dopo la guerra a causa della sua partecipazione alla rivista collaborazionista La gerbe di Alphonse De Chateaubriant. I suoi libri - Collina, L'uomo che piantava gli alberi e Risvegli - sono connotati da una visione pagana, panteistica dell'esistenza: l'unione dell'uomo con l'Universo. A leggerli si resta affascinati dalla sua capacità di trasmettere “il canto del mondo”, raccontando un mondo agreste dai tratti ancestrali, esoterici, dove il divino è in ogni cosa e Tutto conta.Come si nota, nelle prospettive intellettuali delle diverse personalità sin qui menzionate è possibile riscontrare un denominatore comune al di là delle appartenenze ideologiche: la possibilità di conciliare l'uomo con la natura. Possibilità che può risultare utopistica, irrealizzabile. Ma Il pensare un mondo diverso è proprio dell'essere umano. Non si tratta di fermare il corso del tempo e tornare ad epoche precedenti. Non sarebbe possibile. Ogni uomo deve vivere il suo tempo, contaminarsi con esso, viverne le contraddizioni e tentare di risolverle. La partita in gioco della questione ambientale non è di poco conto. Non è limitata al rinvenimento di mezzi che limitino i danni all'ambiente. Essa ha carattere espansivo. La politica è chiamata ad affrontare problemi di grande portata: la crescita demografica mondiale, la problematica alimentare e idrica, la questione delle terre fertili; problemi che coinvolgono la pianificazione territoriale l'urbanistica, fino alla necessità di improntare relazioni internazionali che tengano conto della ristrettezza di risorse e quindi della loro necessaria condivisione. Basta osservare la situazione storica in cui viviamo e le aporie del modello culturale ed economico che ci appartiene per renderci conto che forse un mondo diverso non è poi così lontano da venire. “E' possibile la crescita infinita in uno spazio finito?” osservava infatti Alain de Benoist. E sta ancora lì la questione.

lunedì 5 agosto 2013

Con “Blue Jasmine” arriva la rivincita di Woody Allen (alla faccia di tutti i suoi detrattori italiani)


Marco Iacona
Ci avviciniamo all’autunno e all’uscita del nuovo film di Woody Allen. Si intitolerà Blue Jasmine e i protagonisti saranno Cate Blanchett e Alec Baldwin. Una coppia in grave crisi dopo i disastri finanziari del marito. Lei sarà l’ennesima bionda alla corte del newyorkese, lui è stato uno dei protagonisti più convincenti di uno degli episodi di To Rome with love cioè del penultimo film. Blue Jasmine è una storia che si sviluppa tra New York e San Francisco, cioè tra le due coste degli Stati Uniti. Proprio come ai tempi di Io e Annie – tra New York e Los Angeles – che resta una prova insuperabile di Allen ed è tra l’altro vincitore di quattro premi Oscar.
Io e Annie come sapranno gli alleniani è una pellicola che trasformò il cinema dell’ex battutista e comico del “Blue Angel”; fino a quel momento interessato esclusivamente a far ridere il pubblico e da lì in poi legato alla narrazione delle vicende umane, sofferenze comprese. Il film ebbe il grande Gordon Willis come direttore della fotografia (Interiors, Manhattan, La Rosa purpurea del Cairo), già dietro la macchina da presa per i primi due episodi de Il Padrino di Coppola e successivamente anche per il terzo. Il nuovo film di Woody è già uscito in America e pare stia andando benissimo. Addirittura meglio di Midnight in Paris una delle perle dell’ultima produzione. Il film che narra degli incontri misteriosi di un giovane scrittore americano, a Parigi con la famiglia della fidanzata (Owen Wilson e Rachel McAdams), che si imbatte così per pura magia nei protagonisti della cultura degli anni Venti, Hemingway, Scott Fitzgerald, Cole Porter, Picasso e i surrealisti, e poi in quella della Belle Époque. Incontri che naturalmente gli cambieranno la vita. Il film aveva incassato solo negli Usa sessanta milioni di dollari, sorprendendo un po’ tutti dato che i rapporti tra Woody e l’America erano sempre stati altalenanti, e tutt’altro che buoni nell’ultimo periodo. Alla fine degli anni Novanta addirittura in molti lo davano per finito. Anche To Rome with love non è andato malissimo in America, mentre da noi è piaciuto poco, soprattutto ai critici improvvisati e non. Sicuramente ci si aspettava qualcosa di più e di diverso dall’episodio con Roberto Benigni, comunque è certo che quel film è un autentico atto d’amore per gli italiani e l’italianità sempre in bilico tra genialità artistica e cialtronaggine.
Vedremo dunque tra qualche mese questo ennesimo episodio della vita d’artista di Woody Allen. Lentamente ci avviciniamo ai cinquanta film come regista e sceneggiatore. Incominciò con Che fai rubi? del 1966, ma soprattutto con “Prendi i soldi e scappa” del 1969. Le tappe essenziali della sua carriera sono tante, e si potrebbe andare per gusti. Personalmente consiglierei oltre Io e Annie (1977), almeno Manhattan (1979), Hannah e le sue sorelle (1986), Un’altra donna (1988), Crimini e misfatti (1989), Harry a pezzi (1997) e Hollywood Ending (2002). Quest’ultimo – ambientato nell’una e nell’altra delle coste americane – solo perché, sul finire, contiene una delle più belle battute di Woody. Cito a memoria: «Qui sono un idiota [riferendosi agli Stati Uniti], ma lì sono un genio [riferendosi alla Francia]». Ecco, Blue Jasmine potrebbe essere anche questo: la rivincita definitiva del grande regista newyorkese sui testoni e sui nemici di lungo corso.



La via dell’Impero di Marino lastricata di contraddizioni


Marina Maugeri
Lo scorso sabato il nuovo sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha inaugurato in Via dei Fori Imperiali l'attesa pedonalizzazione del tratto tra largo Corrado Ricci e il Colosseo, affermando con le parole del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’intenzione di procedere “verso l’attuazione del grande Parco Archeologico tra il centro della città e l'Appia Antica, secondo la visione anticipatrice di numerosi archeologi, uomini di cultura e amministratori locali, e tra questi in particolare Antonio Cederna, Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli". Un percorso che non va demonizzato ma su cui occorre comunque fare delle precisazioni di merito. La valorizzazione dei beni archeologici della Città procederà, infatti, secondo le prospettive annunciate con la prassi di rimozione del tratto di Via, piuttosto che “conservativa” dei beni, rimuovendo le preesistenze moderne a partire da un giudizio di natura ideologica senza tenere conto dell’istanza storica. Il tratto di strada bollato come esempio di “richiamo a retoriche belliciste si ispirò in effetti a richiami altrettanto ideologici, ma in termini storici più complessi di quelli ascrivibili alle pretese di potenza innestate nel passato sul culto della romanità.Il tratto urbano era stato, infatti, concepito fra il 1927 e il 1932 allo scopo di ricongiungere idealmente il ricordo della civiltà di Roma antica con il patriottismonovecentesco e la memoria del sacrificio dei fanti-contadini della Prima guerra mondiale, collegandosi idealmente, almeno in parte, alle istanze storiche che avevano ispirato il monumento pre-fascista dell’Altare della Patria, il cui innalzamento voluto con un concorso nel 1880 aveva deturpato intenzionalmente il profilo dell’Ara Coeli e del complesso capitolino per imporre una certa visione ideologica tipica delle classi dirigenti del nuovo Stato nato dal Risorgimento ed era stato inaugurato da Ernesto Nathan, sindaco repubblicano, massone e laico.La “Via dell’Impero”, aperta al pubblico da Mussolini che montava a cavallo sotto lo sguardo dei mutilati della grande Guerra, aveva celebrato un tipo di Patria di stampo romantico e ottocentesco, promuovendo una modernità di gusto “futurista” nell’idea di realizzare una grande arteria che sfrecciava arditamente fra i fori vetusti, per la cui costruzione era stato sacrificato il quartiere “alessandrino” e le preesistenze medioevali e rinascimentali, abitazioni, conventi e chiese. La denominazione di "Via dell'Impero" non riguardò, perciò, solo l’area che va da Piazza Venezia alla piazza del Colosseo, divenuta raggiungibile con l'eliminazione dell'antica collina della Velia,ma anche le attuali vie "di San Gregorio" e "delle Terme di Caracalla", perché il nastro d’asfalto che solcava una parte della Città eterna aveva la pretesa di travasare il fiume dell’antichità nella “via del Mare”, sfociando nell’Eur, il trentaduesimo quartiere di Roma costruito in occasione della fiera internazionale del 1935 su proposta di Giuseppe Bottai.Il “miglio d’oro” contestato dall'attuale giunta ha quindi un notevole significato simbolico, storico e culturale. Via dei Fori imperiali, non è semplicemente una Via dove imperversano le auto blu del potere, ma uno snodo cruciale di storia, un pezzo di cultura moderna che pone un problema dal punto di vista del senso storico da attribuire alle tracce del passato più recente che disegnano il profilo di un paesaggio e, a maggior ragione, quello della città. Se un “bene culturale” si definisce, infatti, anche in quanto "bene comune" perché riveste il complesso spirituale e materiale che un popolo eredita dal passato ed è espressione di un’esperienza all’interno di una storia che contribuisce ad edificare il profilo di quella storia, questo tratto urbano dovrebbe essere considerato con un riguardo particolare.Fuori dalla tifoseria ideologica, infatti, il progetto del sindaco assume i contorni di una questione importante, niente affatto scontata e con notevoli implicazioni pratiche. Se su Via dei Fori Imperiali dovesse insistere, poi, anche il vincolo di una tutela, derivante dal significato eminentemente storico di una testimonianza risalente ormai a più di 50 anni fa, la sua cancellazione contravverrebbe proprio quella cultura della tutela che il Nuovo Codice dei beni culturali ha assorbito tout court dalla legge Bottai del 1939, che è stata un caposaldo storico nella normativa sui beni. Anche se in assenza di una ricognizione e di un’istruttoria da parte dell'autorità preposta alla tutela il vincolo non può ritenersi automaticamente esercitato, rimane sul campo un problema di percezione culturale della preesistenza moderna. Inoltre, vincoli a parte, se l’obiettivo della “chirurgia estetica” dell’attuale sindaco di Roma è quello di creare un parco archeologico che dovrebbe estendersi da Via dei Fori Imperiali all’Appia Antica va segnalato che proprio in questa area ricadono tutte preesistenze archeologiche di proprietà dello Stato, perciò di competenza esclusiva degli organismi periferici del Ministero dei Beni Culturali e non del Comune di Roma.L’amministrazione capitolina in queste aree non dovrebbe avere nessuna competenza e la sua azione dovrebbe limitarsi perciò alla pedonalizzazione, alla giusta promozione quindi di quella sensibilità civica per la tutela dei beni culturali necessaria al rispetto della dignità dei monumenti storici. Il sindaco avrebbe, inoltre, il dovere e l’obbligo di preservare degnamente il patrimonio storico e archeologico di proprietà del Comune dal degrado, a cominciare dal sistema delle mura antiche, dalle cui millenarie pietre sgorgano numerose ferite.La “Via dell’Impero” di Marino è, almeno al momento, lastricata di molte contraddizioni, che rispecchiano il generale clima di arretramento della cultura della tutela in tutti questi anni, il quale si esprime sotto il profilo di un’insensibilità generalizzata e trasversale di fronte alle reali necessità del patrimonio storico artistico. Come dimostra anche l’appalto del tanto declamato restauro del Colosseo, bandito dal Commissario straordinario per le aree archeologiche di Roma con una gara in cui la categoria di lavori richiesta alle imprese partecipanti si “confonde” con quella afferente ai lavori dell’edilizia, non coincidendo con le operazioni di restauro descritte nella perizia dei lavori, per le quali la legge prevede un’apposita categoria specialistica. Ma questa è tutta un’altra storia...


Le lettere giovanili di Cioran, dardi contro il demiurgo malvagio



Francesco Pullia

“Solo gli stati anormali sono fecondi... il destino individuale, come realtà interiore, irrazionale e immanente, ci è rivelato solo nel dolore, che rappresenta la sola via che ci permette di comprendere in maniera più profonda i problemi personali”. Inviate a diversi destinatari, e in particolare all’amico d’infanzia Bucur Ţincu, le Lettere al culmine della disperazione (1930-1934) di Emil Cioran (1911-1915), pubblicate da Mimesis a cura di Giovanni Rotiroti, nella traduzione di Marisa Salzullo e con postfazione di Antonio Di Gennaro, non solo non appaiono datate ma costituiscono un sano antidoto alla mediocrità sempre più dilagante nella nostra società. Fustigatore dell’umana miseria e della viltà di chi, concependo l’esistenza come “solo un piacevole cullarsi”, sceglie di galleggiare nell’acquitrino del “senso comune”, il filosofo rumeno in queste epistole giovanili lascia presagire temi che caratterizzeranno, nell’arco degli anni, il suo pensiero: il pessimismo catartico, la critica serrata e irriverente nei confronti del razionalismo, la demolizione della sistematica, l’infiammata invettiva antiumanistica, l’attacco, di matrice gnostica, all’influenza su questo mondo di un demiurgo malvagio.
In alcune missive risalenti al 1933-34 si ammette la fascinazione subita dal nazismo, conosciuto nel corso della permanenza a Berlino e a Monaco. Tuttavia, di questo cedimento Cioran non esiterà a provare profonda vergogna. Se, infatti, in una corrispondenza del 1934 si spinge a riconoscere avventatamente nel Führer colui che ha dinamizzato “con un soffio messianico tutto un sistema di valori che il razionalismo democratico ha reso solamente piatti e triviali”, più tardi, nei Quaderni, ammetterà di avere condotto a Berlino, nel 1934-35, “una vita da allucinato, da pazzo, in una solitudine quasi totale” e di essere “segnato per sempre” da quel soggiorno (considerato come “l’apice negativo” della sua vita): “Mi viene in mente all’improvviso”, scriverà, “quel film sulla carriera di Churchill. Ci sono alcune scene di vita tedesca […], in particolare una manifestazione nazista. Hitler vi appare in primo piano, e ha tutta l’aria di un pazzo da manicomio, con gli occhi persi, i tratti tesi e sconvolti, il viso attonito. Se una pallottola lo avesse ammazzato si sarebbero salvate milioni di vite. Ma la Provvidenza ha protetto il mostro e lo ha fatto vivere…”. La riprova del repentino superamento dello sbandamento è attestata, d’altronde, dalla costante demistificazione, in lui presente, di ogni sorta di fanatismo e di infatuazione ideologica. Ben distante da una visione esaltante, il nazismo gli si rivelerà, dunque, ben presto una delle tante sfumature della retorica strisciante e predominante nella società. In queste lettere si riscontra un’attitudine tutta particolare a “vedere al di là delle forme simboliche d’espressione” e a demolire ogni forma d’insopportabile ipocrisia, sia nel pensiero (come l’erudizione che “corrompe le inclinazioni filosofiche dell’uomo, lo storicizza e lo sottrae alla pura contemplazione che è la fonte della creazione filosofica”) che nella quotidianità (“la falsa modestia” tipica di chi è mellifluo e frustrato). Il giovane Cioran denuncia un mondo appiattito nel conformismo, “privo di distinzione interiore, incapace di paradosso, profondità o irrazionalità”, trova terreno prediletto in Pascal (“Tutto quello che ho pensato sul dolore e sulla malattia l’ho trovato lì”, annota riferendosi ad una biografia del filosofo francese), Kierkegaard, Nietzsche, Dostoevskij, Malraux (“un autore con cui ho grandi analogie spirituali”), lancia i suoi strali all’indirizzo del giornalismo visto come antitetico al filosofare.


Più hai cultura”, si sfoga con parole amare e veritiere, “più il giornalismo rappresenta un grandissimo pericolo che ti spinge progressivamente a smettere: ciò non vale per gli inconcludenti, per loro costituisce un contesto stimolante per aspirazioni vaghe ed embrionali”. Da questi semi nascerà di lì a breve il primo libro, Al culmine della disperazione (1934), che lo imporrà alla pubblica attenzione, sancendo, nero su bianco, la sua rottura con la filosofia occidentale.
“Al culmine della più terribile disperazione”, scrive a Petre Comarnescu nel 1933, “mi prende la gioia di avere un destino, di vivere una vita con la morte e le sue successive trasfigurazioni, di fare di ogni istante un bivio. E sono fiero che la mia vita inizi con la morte, a differenza della vita della maggior parte degli uomini che finisce con la morte. Io sento la morte nel passato e il futuro lo vedo come una specie di illuminazione personale… Come puoi notare da ciò, ho finito di saldare completamente i miei conti con la filosofia ufficiale”.