sabato 28 settembre 2013

Leggendo della morte di Aldo Reggiani... Quando in tv irruppe "La freccia nera"


Luciano Lanna

Leggo della prematura scomparsa dell’attore Aldo Reggiani. Aveva sessant’anni, aveva fatto cose importanti in teatro, è stato da doppiatore la voce di Jeremy Irons e Patrick Swayze. Ma a me che sono un figlio del baby boom degli anni Sessanta e che nel dicembre del 1968 frequentavo la terza elementare, il suo nome m’è subito tornato alla mente accoppiato a quella della giovanissima Loretta Goggi. Erano stati, insieme, i due giovanissimi interpreti di quello che è uno sceneggiato (allora si chiamavano così non erano né telefilm né le fiction del futuro) scolpito nell’immaginario di tutta la mia generazione: La freccia nera. Chi tra quelli che lo avevano visto e seguito allora ha dimenticato la canzone della sigla? “Sibila il vento la notte si appresta / e la cupa foresta minacciosa si fa / passa ma trema se senti un fruscio / forse è un segno d’addio / che la vita ti dà / lascia la spada se il cuor non ti regge / perché questa è la strada / che da noi fuorilegge ti porterà…”.


Talmente importante fu quello sceneggiato che uno studioso dell’immaginario come Mario La Ferla vi ha dedicato un intero capitolo del suo saggio L’altro Che (Stampa alternativa, pp. 214, euro 14,00), uno studio sulle icone trasversali a cavallo tra la fine dei Sessanta e la metà dei Settanta. Vediamo cosa racconta: “Per Natale, quello del 1968, la Rai aveva deciso di premiare i telespettatori con un programma considerato di alto livello educativo e di forte impatto popolare. Era La freccia nera, sceneggiato in sette puntate diretto da Anton Giulio Majano e ispirato al romanzo di Robert Louis Stevenson, il celebre autore di avventure come L’isola del tesoro. L’appuntamento con la prima puntata era stato fissato per la sera del 22 dicembre, alle 20,30, sull’allora Programma nazionale (poi Primo Canale e Rai Uno). Nel 1968 gli abbonati alla televisione erano poco più di nove milioni ma davanti al teleschermo in bianco e nero ogni sera si sistemavano almeno quindici milioni di persone…”.
La Rai, stando alla ricostruzione di La Ferla, voleva fare un regalo agli spettatori nella speranza di distoglierli dal putiferio che dall’inizio dell’anno aveva attraversato il Paese con la contestazioni e le notizie che arrivavano dall’estero: Vietnam, Messico, Parigi, lotta per i diritti civili negli Stati Uniti…


La freccia nera televisiva era fedele alla vicenda del romanzo scritto da Stevenson nel 1889. Ambientata nell’Inghilterra del XV secolo, al tempo della guerra delle Due Rose, che vedeva lo scontro tra le due famiglie dei Lancaster e degli York per la successione al trono, la storia segue le avventure del giovane Dick Shelton al servizio dei Lancaster, quella con lo stemma della Rosa rossa. Ma quando Dick scopre che i suoi genitori erano stati uccisi da sir Daniel Branckley, signore di Lancaster, giura vendetta e cambia fronte. Si schiera con la famiglia rivale, gli York, quelli con la Rosa bianca, e si unisce alla Freccia nera, la banda di fuorilegge che si oppongono all’oppressione e alla tirannia dei Lancaster. Li guida Ellis Duckworth, un uomo deciso a farsi giustizia, uccidendo uno a uno i rappresentanti dei Lancaster e dei loro luogotenenti trafiggendoli con terribili frecce nere. Dick Shelton, ormai unito ai masnadieri della Freccia nera, conosce un ragazzo, John Matcham, in fuga dalle persecuzioni di sir Daniel. In realtà, si scoprirà che il giovanotto non è altri che la nobile fanciulla Joan Sedley, travestita da ragazzo che tenta di fuggire…
Ma sin dal primo sabato sera in cui andò in onda, La freccia nera sfondò alla grande. La Ferla ne fornisce una chiave di lettura: “Era diventato, fin dalla prima puntata, lo sceneggiato preferito dai ragazzi che avevano partecipato alle contestazioni studentesche e che volevano cambiare le cose. Gli alti papaveri della Rai non si erano accorti che il personaggio di Dick, interpretato dal giovane Aldo Reggiani, non assomigliava solo a Robin Hood, ma piuttosto, preciso a preciso, a Ernesto Guevara detto il Che, che in quei giorni era l’icona di quasi tutti i giovani… Come non pensare che quel giovane ribelle, deciso a sconfiggere i nemici del popolo e della libertà, e alleato ai fratelli della foresta, non poteva identificarsi col guerrigliero argentino, ucciso a tradimento poco più di un anno primo sui monti della Bolivia?”. A un certo punto Aldo Reggiani-Dick Shelton, nel film televisivo, diceva: «Io odio la violenza ma odio ancor di più l’ingiustizia che me la fa commettere».
C’era poi, come abbiamo accennato la canzone d’apertura e di chiusura del teleromanzo. Era stata scritta, nelle parole, dall’attore Sandro Tuminelli che nello sceneggiato interpretava uno dei banditi. La musica era del grande Riz Ortolani, lo stesso che aveva scritto More, la canzone che cantata da Frank Sinatra era la colonna sonora del film Mondo cane di Gualtiero Jacopetti. La sigla della Freccia nera era invece cantata da Leonardo con un coro maschile, ispirato a quello dei briganti della storia: “La freccia nera fischiando si scaglia / è la sporca canaglia che il saluto ti dà / vieni fratello è questa la gente / che val meno di niente / perché niente non ha / ma se il destino rovescia il suo gioco / nascerà nel mattino una freccia di fuoco / la libertà”.
Dell’importanza dello sceneggiato ne parla anche il sociologo Fausto Colombo nel suo Boom. Storia di quelli che non hanno fatto il ’68 (Rizzoli, pp. 253, euro 16,50), in cui si spiega perché i giovanissimi Aldo Reggiani e Loretta Goggi vennero subito adottati come icone generazionali sia dai bambini che dagli adolescenti. Siamo certi che chi ha oggi tra i cinquantacinque e i quarantotto anni e sente quella canzone o rivede quella sigla si sente immediatamente come arruolato tra quei briganti della foresta…
Addirittura un ex baby boomer che, pur essendo stato anche lui stesso da bambino un’icona televisiva di quegli anni (il Giusva del teleromanzo La famiglia Benvenuti), avrebbe compiuto scelte estreme negli anni di piombo, Valerio Fioravanti, ha confessato una volta il ruolo svolto nel suo immaginario personale da quello sceneggiato televisivo:  «La Freccia Nera, senz’altro, come anche Zorro, Robin Hood, Ivanhoe, Sandokan, Michele Strogoff. Tutte storie dove il governatore è corrotto e cattivo, fino a quando non arriva il buono, di solito un nobile decaduto, che, indossata la mascherina del guerrigliero ante litteram, mette le cose a posto. Le due cose assommate hanno fatto in modo che, in mancanza di una guerra mondiale dove anche noi giovani potessimo fare la nostra parte, si arrivasse all’invenzione di sana pianta di una guerra che sarebbe poi stata devastante: la guerra civile, la guerra rivoluzionaria, la guerra contro il sistema… ». Scelte estreme o meno, quel teleromanzo è comunque rimasto impresso nell’immaginario di una parte di italiani: “La freccia nera fischiando si scaglia / è la sporca canaglia che il saluto ti dà / vieni fratello è questa la gente che val meno di niente / perché niente non ha / ma se il destino rovescia il suo gioco / nascerà nel mattino una freccia di fuoco / la libertà”.





domenica 22 settembre 2013

Addio a Luciano Vincenzoni, il céliniano del cinema

Luciano Lanna

Con la scomparsa di Luciano Vincenzoni, morto ieri a 85 anni, è come se si chiudesse una pagina tra le più importanti della storia del cinema, non solo italiano. Nato a Treviso nel 1928, Vincenzoni è stato sceneggiatore e amico di registi come Mario Monicelli e Sergio Leone, Pietro Germi e Carlo Lizzani, René Clement e Peter Bogdanovich, Billy Wilder e Terence Young. Sodale e intimo di personaggi come Jack Lemmon e Walter Matthau, Silvana Mangano e Ennio Flaiano. Debuttò nel 1954, a 26 anni, con Hanno rubato un tram di Mario Bonnard con Aldo Fabrizi e tra i suoi titoli autentiche pietre miliari della storia del cinema: La grande guerra e I due nemici, Sedotta e abbandonata e Signore e signori, Per qualche dollaro in più e Giù la testa, Il buono il brutto e il cattivo, Cosa è successo tra mio padre e tua madre? e Il conte Tacchia


Nel 2005 Vincenzoni in un bel libro autobiografico – Pane e cinema (Gremese, pp. 190, euro 14,50) – ha anche svelato la motivazione decisiva che lo portò a scrivere per il cinema, il suo incontro con l’opera di Céline: “L’incontro fatale, la vera svolta. Avevo sedici anni – racconta – e c’era la guerra, e una mattina, a Padova, dopo una grandinata di bombe americane, le sirene avevano dato il segale di cessato allarme. Digerita la paura, mi diressi verso casa, quando su una bancarella di libri usati vidi e comprai Viaggio al termine della notte, di Céline. Quel titolo mi aveva colpito, affascinato...”. E più avanti: “Ho letto molto nella mia vita ma nessun libro mi ha dato quelle emozioni. Quella vecchia copia, polverosa e ingiallita, è sempre rimasta davanti a me per tutta la vita, è stata la mia Bibbia. Il Viaggio è uno stupendo, delirante affresco in cui s’intrecciano pietà, ironia e tragedia ed è soprattutto una denuncia contro le aberrazioni della società di massa, contro le guerre, contro la miseria fisica e morale, contro il degrado delle periferie urbane, contro i ricchi che diventano sempre più ricchi, una denuncia mescolata a vera pietà per i poveri che diventano sempre più poveri”.


Vincenzoni ricordava anche come il Viaggio al termine della notte è stato il sogno di tanti registi, lo avrebbero infatti voluto realizzare Renoir, Carné, Clement e anche il suo grande amico Sergio Leone, che aveva conosciuto il romanzo vedendolo sul suo tavolo. Lo lesse con passione e andò anche in Francia con l’intenzione di realizzarlo. Non ce la fece a trovare il produttore, ma alcune suggestioni céliniane finirono sia in Il buono, il brutto e il cattivo che in Giù la testa. Così come Vincenzoni rielaborò l’antimilitarismo e l’orrore della guerra di trincea di Cèline nell’ispirazione del monicelliano La grande guerra. “Céline – annota ancora Vincenzoni in Pane e cinema – morì nei primi anni Sessanta, disprezzato, umiliato, in povertà. Peccato, perché se avesse tenuto duro avrebbe visto, come ho visto io, nel 1968, a Parigi, i giovani contestatori sulle barricate con la copia di Viaggio al termine della notte sotto il braccio. Era diventata la loro Bibbia. Alla fine Céline aveva vinto…”.


Alla fine degli anni Sessanta Vincenzoni a New York ebbe la fortuna di imbattersi in un altro suo mito letterario: Jack Kerouac, il papà della beat generation, l’autore di Sulla strada. Durante una cena in un ristorante del Village, di Céline dovette ammettere: “Ho avuto la fortuna di leggere il Viaggio. E dopo questo capolavoro ho smesso di leggere gli altri autori europei, perché ho pensato che non si poteva andare oltre”. Più di vent’anni dopo un giudizio analogo viene formulato a Vincenzoni da un altro grande scrittore americano: Charles Bukowski: “Stavo a Los Angeles e avevo saputo che abitava nel quartiere degli artisti, a Venice. Mi procurai l’indirizzo, una cassa di Chianti e andai a trovarlo…”. Tra una bottiglia e l’altra, Vincenzoni gli domanda la stessa cosa chiesta anni prima a Kerouac: chi fosse il suo scrittore europeo preferito? E Bukowski non esitò un attimo: “Il più grande è Céline, il suo Viaggio al termine della notte è insuperabile…”.

Per ricordare Vincenzoni non ci sono parole migliore dell’esordio del suo libro: “Ero un brillante studente di legge, i miei parenti sognavano che facessi l’avvocato, invece ho tradito giurisprudenza e famiglia per fare cinema, forse perché ero e sono un cantastorie…”.


sabato 21 settembre 2013

L'avventurosa storia del fondatore del Corriere della Sera



Alberto Pezzini

Come fa un giornalista a scrivere di persone e cose di un secolo fa senza la minima fatica? È quanto ha fatto Massimo Nava in Il garibaldino che fece il Corriere della Sera (Rizzoli, pp. 285, euro 19,50), un libro dove il giornalismo non si beve, ma si raccoglie a piene mani. Massimo Nava è editorialista e inviato per il Corriere della Sera oggi – da Parigi – ed è capace di scrivere di storia senza annoiare neanche un minuto. Praticamente un record. Soprattutto con un libro che racconta del giornalista che inventò e diresse quello che diverrà il più autorevole quotidiano italiano: il Corriere della Sera.


Eugenio Torelli era un napoletano alto e biondo, innamorato delle brume settentrionali, quelle che aleggiano sui laghi della Lombardia. Non soltanto seguirà Garibaldi nel 1860, ma avrà a Napoli in Alexandre Dumas padre e ne L’Indipendente la nave scuola della propria vita. Da lui imparerà l’arte dell’immagine efficace e una scrittura mobile, già moderna per quei tempi. Si amalgameranno insieme tanto da sembrare una sola penna. Quando Dumas spiegava, innamorato della cucina per cui scriverà un dizionario in anticipo sull’Artusi, che la pizza a otto così era chiamata perché il suo impasto veniva fatto lievitare per circa otto giorni, Eugenio gli evitava la magra figura spiegandogli che i napoletani in realtà la pagavano otto giorni dopo, a causa delle magre condizioni economiche. Quando Dumas decise l’avventura in America, Eugenio osò rispondergli che non avrebbe potuto fargli da segretario per tutta la vita. Dumas comprese e gli lasciò un biglietto :”Mio caro Eugenio, alla mia età non si può più parlare di avvenire. Ma finché io vivrò avrete sempre diritto al mio sole nei giorni d’inverno e alla mia ombra nei giorni d’estate”.
La sua vita era cominciata lì, in quell’orgoglioso rifiuto. Andrà a Parigi, e poi a Milano per l’editore Sonzogno. E siccome sua mamma era una francese, Josephine Viollier, lui aggiungerà quello materno al suo cognome: Eugenio Torelli Viollier. Scriverà per il Secolo di Sonzogo, a fianco di Felice Cavallotti, che con lui sarà meschino. Stava intanto cominciando a pensare a un giornale nuovo, moderato e indipendente. Guardava ai giornali inglesi, i migliori d’Europa, e stava attento a non compromettersi mai politicamente. La sua equidistanza e imparzialità – che subito verranno viste come un difetto – diverranno in seguito una dote aggiunta. Eugenio fonderà il Corriere che sarà della Sera perché uscirà nel tardo pomeriggio bruciando ai blocchi gli altri giornali. Il primo numero divorerà più di quindicimila copie con la data 5/6 marzo 1876 alle 21, primo giorno di Quaresima, quando a Milano i giornali per tradizione non escono. Fu il primo colpo di Eugenio che – conoscendo i suoi nemici – decise di devolvere il primo incasso in beneficenza per controbilanciare le malelingue. Già di lì, da quell’intuizione strategica, si capì che non era soltanto un giornalista capace di scrivere in anticipo sugli altri, ma possedeva una visione moderna del giornalismo. Inventò il giornale collettivo, dove anche il tamburino poteva avere un’importanza fondamentale. Nessuna notizia veniva trascurata, e le pagine dovevano essere tematiche. La sua dote fu la moderazione, la capacità di smarcarsi sempre a livello politico così da impedire a chiunque di mettere la mordacchia alla sua indipendenza.
Quando Eugenio Torelli si dedicava alle elezioni non parteggiava mai per un candidato, ed affiggeva immediatamente sul cartellone a muro – tre ore prima degli altri giornali e prima ancora che sul giornale vero e proprio – i risultati. Il suo principio era l’informazione avanti tutto. Era un direttore d’orchestra che si chiudeva nella propria stanza – dopo avere dettato le istruzioni a tutti – lasciando socchiusa la porta in modo che il cordone ombelicale fosse sempre visibile con il resto del giornale. Fu un giornalista puro, uno scrittore mancato al quale la carta stampata faceva anche da famiglia. Portò il fratello a fare l’amministratore – il primo e ultimo del Corriere a non essere pagato – la sorella Luisa a casa, anche se la stessa sarà responsabile del suo divorzio con una bella donna dotata d’ingegno e di un’esperienza di vita troppo spigliata per lui che ricercò l’amore tutta una vita. Restò un romantico inflessibile che sapeva fiutare il vento della notizia. Quando morì Vittorio Emanuele II ebbe un colpo d’ingegno. Di solito tutti i giornali ripetevano a pappagallo le giornate del sovrano morente scandite dai bollettini medici. Una pena e una noia mortali, appunto. Torelli capì che l’argomento non si poteva sprecare così. Mise la morte in prima pagina. Raccontò per qualche giorno gli antefatti, i particolari inediti anche se verosimili, i pettegolezzi, quello che mancava alla cucina degli altri giornali. Il pubblico rispose. Sembrava che il Corriere ne sapesse sempre di più. Si trattò del primo, vero reportage di costume, in cui il particolare fece la differenza. Come gli aveva insegnato Dumas. In effetti, se si legge la prosa di Torelli oggi, non si può non restare impressionati dalla modernità della lingua e delle sue immagini. Torelli si rivolgeva al pubblico e nel primo editoriale fu sincero fino alla ruvidezza. La gente lo amò. Lo intitolò “Siamo conservatori e moderati, ma teniamo al progresso”, e fu un articolo che ancora oggi potrebbe essere letto nelle scuole di giornalismo per la sua concretezza e la mancanza di paura sulla pagina, la limpidezza, l’arte di dire tutto in modo diretto senza timore di sbagliarsi. Ma la cosa più importante fu la capacità e la determinazione che impresse alla sua idea:fare finalmente un giornale che non fosse a tesi, soltanto a due suonate, una per esaltare i meriti de’ suoi amici, una in minore per gemere su’ demeriti degli avversari. Su questa idea si appostò la grande differenza tra Torelli e gli altri. Il Corriere diventerà l’organo d’informazione preferito dalla grande borghesia lombarda che nei suoi articoli prese a specchiarsi senza paura. Nel frattempo Torelli conoscerà l’agiatezza, la disperazione privata datagli da un divorzio che concluderà un matrimonio di soli due anni celebrato con la donna sbagliata. Finirà male anche perché accelerato dal suicidio della nipote, venuta a vivere con la coppia per desiderio espresso della moglie. Eugenio resterà un uomo innamorato dell’altrove, privo di una vera famiglia che ricercherà sempre. I suoi amori vicari resteranno le case che acquistava purché grandi, enormi, per “famiglie” quasi a compensare un vuoto specifico ( spenderà più di un milione di lire del tempo per edificare un palazzo nel centro di Milano) e per acquistare una villa sobria sul lago di Como, dove Bellini aveva composto la Norma. Lì occuperà la stanza del compositore e in quella casa vivrà come direttore del giornale “a distanza” , come si definiva lui, quando la sua creatura dimostrava già una autonomia inusitata.


Torelli Viollier morirà il 26 aprile del 1900. I suoi nemici, quelli del Secolo, non gli perdoneranno mai di averli “traditi”, ma dimostreranno soltanto di non riconoscere i meriti dell’unico giornalista con una visione assolutamente nuova, davvero incendiaria per i tempi, e forse anche per oggi. Gli riconosceranno soltanto l’onore delle armi, ma non giornalistico, bensì quello più riduttivo rappresentato dal fatto di avere beneficato redattori, proti e giornalisti in genere. Gli ultimi anni sul lago furono per Torelli forse abbastanza sereni, anche se tristi. A Nava non è sfuggito che a Villa d’Este (uno dei più begli alberghi del mondo sbocciato proprio in quegli anni e in cui Eugenio si recava per fare un po’ di vita mondana) le luci delle stelle si confondono con quelle tremolanti delle candele accese sulla terrazza. Di notte. A noi piace pensare che una di quelle luci sia la stella di Torelli, quella del Corriere della Sera.

venerdì 20 settembre 2013

Storia del Secolo: il 1956 e i carri in Ungheria. Il 1957 e il ritorno del Duce




Annalisa Terranova

Nell’ottobre del 1956, in occasione della rivolta d’Ungheria, il Secolo è ancora una volta centrale nel seguire le vicende dell’invasione sovietica. Il 25 ottobre il quotidiano titola a tutta pagina: “Massacrati i patrioti ungheresi dalle truppe russo-comuniste”. In una corrispondenza da Vienna pubblicata in prima si legge: “Un silenzio di morte è sceso lungo la cortina di ferro trasformatasi, in seguito al massacro di Budapest, in una vera e propria cortina di sangue”. In un altro pezzo si sottolinea la difficoltà di reperire notizie (allora come oggi uno scenario di conflitto può essere giornalisticamente “coperto” solo stando sul campo) e si lascia intuire la drammaticità della situazione: “Radio Budapest continua a lanciare appelli che in Occidente possono a malapena essere uditi, perché continuamente disturbati. In tali appelli vengono chiaramente ammessi accaniti combattimenti per le strade, l’impiego di truppe sovietiche e numerosi morti…”. Il giorno seguente il titolo di prima recita: “Disperata lotta del popolo magiaro contro la bestiale reazione comunista”. Un titolo a nove colonne sormontato dal seguente occhiello: “Gloria agli eroici combattenti dell’Ungheria Libera”. 

Due giorni dopo un editoriale rivendica la data del 28 ottobre legando la ricorrenza alla ribellione anticomunista: “Il Secolo d’Italia in nome dei milioni di fascisti che ieri furono orgogliosi di esserlo, che operarono e si sacrificarono e domani torneranno nelle nostre schiere, saluta con commossa solidarietà coloro che la stampa comunista ha onorato definendoli i “fascisti” di Budapest e si inchina per rendere omaggio agli Eroi anticomunisti di Ungheria accomunandoli a quanti hanno difeso la Causa della Civiltà contro il criminale bolscevismo di Mosca”. Il Secolo invierà due corrispondenti a seguire i fatti d’Ungheria: il caporedattore Giuseppe Dall’Ongaro, che negli anni Settanta sarà direttore de Il Settimanale, e la giornalista Nelly Tasnary, ungherese di nascita, moglie di Filippo Anfuso.

L’anno seguente, nel 1957, il giornale promuove una campagna di firme per sollecitare la restituzione della salma di Mussolini alla famiglia, consegna che avvenne il 30 agosto del 1957 per interessamento dell’allora capo del governo Adone Zoli (Dc), nativo di Predappio. Il Secolo dà conto della notizia con un titolo a tutta pagina: Mussolini restituito all’Italia. Sotto, una grande foto di donna Rachele, fazzoletto nero in testa, che accoglie i resti del marito nel cimitero di San Cassiano. Colpisce la sua espressione, afflitta ma dignitosa. Nell’editoriale di Franz Turchi, dal titolo “Ritorna”, si rivendica la battaglia “per la fine del dopoguerra, per la pacificazione tra gli italiani, per il ritorno della Patria a se stessa. Viva il Duce! Viva l’Italia”. Turchi replica inoltre alle critiche della Dc che accusava il Msi  di avere strumentalizzato l’evento e chiarisce che lo stesso De Marsanich gli aveva chiesto di interrompere la campagna del Secolo  per permettere al presidente del consiglio Zoli di fare il suo dovere senza pressioni e interferenze politiche. Si trattò dunque, stando a questa testimonianza, di una campagna autonoma e non eterodiretta dal Msi. Sulla prima che annunciava il “ritorno” di Mussolini scrisse anche Filippo Anfuso: “In campagna elettorale i miei siciliani mi chiedevano ‘Unn’è Mussolini?’. I siciliani che mi chiedevano di lui sapevano benissimo che egli era dovunque fossero coloro che in lui avevano creduto”.
Sono rimasta stupita, rivedendo quelle pagine, dal finale del fondo di Turchi, da quel Viva il Duce! in prima pagina: ma eravamo a dodici anni dalla fine della guerra e dalla fine del fascismo, eventi che segnavano in profondità la società italiana, davvero bisognosa di una pacificazione. Basti pensare che il Msi organizzò in tutte le città messe in suffragio per Benito Mussolini che finalmente “riposava in pace” e molti si presentarono a quelle celebrazioni con la camicia nera. Oggi la strumentalità sia dell’antifascismo sia del neofascismo appare tanto più evidente rispetto alla sincerità degli episodi che sto raccontando e anche molto più ipocrita, perché tesa al solo tornaconto elettorale.




Nel 2007, 50 anni dopo la riconsegna della salma del Duce alla famiglia, sul Secolo diretto dalla “compagna” Perina e dal “compagno” Lanna scrissi un lungo articolo su donna Rachele, raccontando di come l’avevo conosciuta, durante uno di quei “pellegrinaggi” organizzati nei “luoghi della memoria” che costituivano uno dei passatempi preferiti dai missini. Ecco un passaggio di quell’articolo: “Poterla conoscere era per un giovane frequentatore di una sezione del Msi un insperato privilegio. Anche chi scrive ha fatto parte un giorno della speciale comitiva di giovani in visita a Villa Carpena, che comprendeva numerosi attivisti delle sezioni romane Colle Oppio e Prati. Erano i luttuosi anni Settanta. Lei ricevette quel gruppo romano sotto un pergolato. Vestita di nero, nero anche il fazzoletto che le copriva i capelli, annodato alla contadina dietro la nuca. Appariva piccola ma non fragile, e colpivano in modo particolare quei suoi occhi chiari, vivacissimi e mobili, che si posavano a turno su ciascuno. Parlò a lungo, in una lingua più simile al dialetto che all’italiano. Pochissimo si comprendeva di quella narrazione non più concitata ma non ancora distaccata, in cui continuamente veniva citato il maresciallo Badoglio e in cui il marito non era Benito ma, semplicemente, il Duce. Il nostro fu un omaggio silenzioso. Nessuno se la sentiva né di chiedere né di interloquire. Ce ne andammo con il ricordo di quello sguardo azzurro e luminoso, da nonna saggia che ne aveva viste troppe, ma senza lasciarsi “inquinare”. Eppure, quella donna da cui sembrava che la storia si fosse tenuta distante, preservandola dalla tragedia e consegnandola a un ritiro campestre, fitto di ricordi e di nostalgia, era stata a suo modo protagonista di uno dei matrimoni più anticonformisti del secolo. Rachele e Benito si unirono civilmente in matrimonio nel dicembre del 1915 e si sposarono con il rito religioso solo dieci anni dopo, nel 1925. Due matrimoni, ma senza viaggi di nozze, perché lo sposo era troppo indaffarato. Finché lui non se ne ricordò, un giorno, dopo la proclamazione dell’Impero, e le disse di prepararsi per quel viaggio di nozze sempre rinviato. Era stata inaugurata da poco la littorina che congiungeva Roma a Riccione. Il Duce la “sequestrò” per ventiquattro ore, ci fece salire solo la moglie e, messosi al posto di guida, la condusse fino a Riccione”. 

mercoledì 18 settembre 2013

Nel Signore degli Anelli il segreto dei fiori di Bach?



Alberto Pezzini

In Italia purtroppo i libri originali passano inosservati. È il caso di Tolkien e Bach (Galaad Edizioni, pp. 175, euro 13,00), scritto da chi J.R.R. Tolkien lo studia da una vita, Giovanni Agnoloni, che – per vivere – traduce, scrive e ha elaborato una specie di ponte spirituale tra il creatore de Il Signore degli Anelli e l’inventore della floriterapia, una medicina alternativa capace di curare il malato mediante i fiori e le loro virtù terapeutiche: Edward Bach, che iniziò la pratica ospedaliera subito dopo la laurea. Siamo nel periodo della Prima Guerra Mondiale. Bach si trova in Inghilterra, a una breve distanza da Oxford. Non andrà mai in trincea a causa delle proprie condizioni di salute. Ebbe però la responsabilità di un gran numero di pazienti all’ospedale dello University College of London. Nel 1917 gli diagnosticarono un cancro alla milza e tre mesi di vita. Bach, che sembrava un valetudinario ma possedeva un’anima di ferro, non si dette per vinto e mise a frutto i suoi preziosi studi di immunologia sui vaccini. Guarì. Fu un miracolo ma anche una dimostrazione di quanto possa fare la volontà unita alla convinzione che il malato vada curato olisticamente, ossia coinvolgendo tutta la persona. Scriverà nel 1931 Heal Thyself (Guarisci te stesso) dove sosterrà che l’origine di tutte le malattie “non è, in definitiva, materiale, e consiste nella negazione o nel rifiuto della mente di accettare ciò che l’anima suggerisce”.


“In altre parole, ci ammaliamo perché non facciamo quello che desideriamo intimamente e ascoltiamo le regole del mondo, anziché il nostro cuore”. Praticamente si tratta della lezione di Steve Jobs, quella per cui dobbiamo vivere sempre affamati e sempre folli. Una condizione per prenotarsi la vittoria, in ogni campo, compreso quello di battaglia se pensiamo al film Il Gladiatore dove il Generale Massimo esorta i legionari romani ad essere magri e famelici. Il concetto che Agnoloni sviluppa è ben più profondo di una battaglia e di come fare per vincerla. Ne Il Signore degli Anelli uno dei capisaldi del libro resta la luce che batte l’ombra. Anche una pallida scintilla è in grado di incubare il riscatto che verrà poi. Aragorn, interpretato nel film da Virgo Mortenssen, possiede una forza interiore strabiliante che si identifica con l’amore per Arwen, la bellissima principessa elfica dagli occhi blu.


L’amore salva Aragorn e lo preserva dal Male permettendogli di sconfiggere il buio che è la condizione quasi normale di tutta la storia. Bach riprende in pieno il concetto della luce che cancella le tenebre. I suoi rimedi, infatti, “aiutano a sviluppare la qualità opposta al difetto che intendono curare. Il processo di consapevolezza della disarmonia in cui tale emozione negativa consiste (ombra) passa attraverso la crescita nell’opposta vibrazione armoniosa (luce), che è quella veicolata dal rimedio floreale appropriato”. In realtà anche per Tolkien non esistono davvero forze negative o contraltari positivi in modo ontologico. Esistono occhi diversi con cui guardare. In una lettera del 1954 a Naomi Mitchinson, il Professor Tolkien “dice che, nel Signore degli Anelli, non c’è niente che sia di per sé buono o cattivo, ma può rivelarsi nell’uno o nell’altro modo a seconda dell’intenzione sottostante (e quella peggiore a cui si possa pensare consiste nel sottomettere la libera volontà degli altri)”. I due hanno sviluppato delle sincronicità molto affini tra loro.


Sembra che il concetto di vibrazione – intimamente elaborato da Bach per cui i fiori sono tanto più efficaci quanto meglio riescono a fare far “passare” le loro segrete essenze – sia un campanello risuonante anche dentro le storie di Tolkien. Il Signore degli Anelli è un mare in continua tempesta ma ognuno dei suoi eroi riesce sempre a trovare la sua vera natura non nella quiete della Contea, ma nel roveto ardente delle battaglie più sanguinose perché partono sempre impari, quasi impossibili. Edward Bach in qualche modo si avvicinò di molto agli archetipi di Carl Gustav Jung, poi fatti propri anche da James Hillmann. Uno dei principali è infatti l’Ombra, “ovvero la parte istintuale/impulsiva che tendiamo a reprimere perché ci spaventa, in quanto la sentiamo stridente con il nostro Io”. È il ritorno dell’Ombra che fa scattare la scintilla salvatrice. Un esempio per tutti. La Fiala di Galadriel – anche se si tratta di un rimedio “straordinario” – che Frodo e Sam usano per affrontare il gigantesco e famelico ragno femmina Shelob, è in realtà pura essenza luminosa capace di perforare le tenebre e tenere a bada l’aracnide. Non si può fare a meno di paragonare quella fiala luminosa ad una tintura madre di Bach particolarmente efficace, chiamata Rescue Remedy, una specie di rimedio di emergenza:”un mix di diversi Fiori creato per lenire i picchi di angoscia dei momenti di maggiore shock, turbamento o comunque difficoltà in cui ci si può venire a trovare”.

Agnoloni non si illude. Sa che molti lo criticheranno come un esponente della new age più disarmata. Di certo resta una cosa. Sia Bach che Tolkien hanno tentato di stabilire un contatto tra due dimensioni: il mondo superficiale e la dimensione profonda, quella costituita dalle energie sottili. Saranno mica quelle che hanno spinto Jobs dentro un garage?


domenica 15 settembre 2013

Occhi sgranati nel vuoto



Francesco Pullia
Primo flash. Lei sta sulla sedia a rotelle, gli occhi sgranati su un viso poeticamente percorso dalle rughe, persi in visioni trascolorate in cui i ricordi di affetti ormai andati si confondono con rapide incursioni di presente. L’altra, la badante, corpulenta, lineamenti marcati, inequivocabile accento da paese dell’est europeo, le prende, con scatto nervoso, il portafoglio nero, lo apre, lo gira e rigira arraffando spiccioli, umiliandola davanti alla fila di persone che, indifferenti al nauseabondo lezzo di fritto e cipolla, fanno ressa per accaparrarsi una porzione di pizza all’ingresso di un centro commerciale. Lei continua a sgranare gli occhi dall’azzurro impallidito, velati da un’orma di cecità. È interdetta, apre stupita labbra incapaci di proferire parola. Resta così, a bocca aperta. La badante continua a trattarla con durezza, riversandole addosso sgraziati fonemi gutturali. La gente passa, qualcuno si volta, scotendo la testa, abbandonandosi tra sé e sé ad impercettibili ma intuibili commenti, fa spallucce, tira avanti, come se quella situazione non lo riguardasse, come se non fosse la prefigurazione di un’imminenza, di un’abissale prossimità con cui anche lui dovrà misurarsi, la barra di un passaggio pronta impietosamente a calarsi.Secondo flash. Le sette di sera circa. Gazebo allestito da un bar in una via che conduce al corso principale. Due badanti, anche loro sicuramente dell’est europeo, sedute a un tavolino di rattan, fumano sorseggiando un aperitivo. Il ghiaccio che tintinna nel bicchiere interseca i loro accenti stranieri. Accanto, una signora molto avanti negli anni, anche lei su una sedia a rotelle, accucciata in un limbo di esclusione, si passa tra le dita il foglietto pubblicitario di un ipermercato. Storce la bocca e, come fanno i bambini nei primi anni di vita, si china con il capo su quel pezzo di carta. È come se ci giocasse, leggendolo all’incontrario. Lo capovolge, lo stropiccia mentre le due bandanti continuano a fumare e a bere gettando ai passanti occhiate dalla cui traiettoria lei è volutamente tenuta fuori. Una scena rude, triste, che pare uscire da un film di Clint Eastwood. Mondi paralleli, che solo per necessità finiscono per incrociarsi, stazionano nel nostro presente. Solitudini marcate dal vuoto ci attraversano ogni istante. Le vediamo, impotenti, sfrecciare con il loro bagaglio di desolazione. A nulla vale rimuoverle. Tornano accentuando crepe, voragini, ferite.Terzo flash. Nello spiazzo davanti a un liceo bighellonano gruppetti di giovani. Siedono su gradini di marmo, trangugiando birra e rollando sigarette. Avranno un’età media di sedici anni, qualcuno forse un po’ di più. Strafottenti, si danno arie di emancipazione. Con i pennarelli sporcano le panchine. Fanno rotolare lattine e bottigliette. Alcuni bestemmiano a voce alta, altri chiacchierano a forze di inutili parolacce ostentate come slang, altri gareggiano in rutti, altri ancora accennano motivi con le cuffiette attaccate alle orecchie. E fumano, fumano, fumano, infischiandosene delle avvertenze messe nelle confezioni di tabacco. Passa un signore avanti negli anni, magro, curvo, aspetto dimesso. Dalle sportine della spesa fanno capolino due filoncini di pane e un ciuffo di sedano. Dal fondo traspare la pesantezza delle patate. Suda. Si vede a tre miglia che è stanco e fatica a proseguire. Non ha dove fermarsi. Non c’è posto per la vecchiaia. I giovani continuano a imbrattare. Ondeggiano in jeans sdruciti dalla vita bassa stinti e logori per moda. Sono tutti uguali, perduti in rasature dalle tinte accese, con i percing nei volti e fantasmagorici tatuaggi a segnare uno sfregio all’evidenza del corpo. Ormai non c’è più neanche mimesi, tutto è così palese nell’ostentazione di una fuga. L’importante è riuscire a non arrestarsi, a fare scempio della scansione del tempo. L’anziano, intanto, arrancando ha girato l’angolo. Sparisce nello scarico di un bus fagocitato dal tramonto.Quarto flash. Due albanesi entrano in copisteria. La commessa è intenta a incartare un lavoro commissionato. Parla con il committente. Sta spiegando qualcosa. I due, intanto, si muovono nel negozio come se fossero a casa loro. Attratti da una fotocopiatrice, pigiano un tasto, trovando divertente l’uscita di fogli bianchi dalla macchina. La commessa non sa che dire. Nessuno sa cosa dire. Si resta esterrefatti. Prosegue così per poco, ma quel poco è micidiale, assesta fendenti al nostro interno. Giusto il tempo di fare sfoggio di prevaricazione e i due se ne vanno come se nulla fosse accaduto. Lampi di vita vissuta. La notte finalmente arriva senza potere, purtroppo, cancellare il giorno. Semplicemente lo offusca, lasciando nel nostro sguardo lande di mestizia. Il sonno, se e quando arriverà, restituirà ciò che l’impotenza ci ha tolto.

La Grecia fuori dall’euro? Ma è l’ultimo romanzo di Petros Markaris



Alberto Pezzini

Si intitola Resa dei conti (Bompiani, pp. 300, euro 18,00) il giallo che lo scrittore Petros Markaris, greco di Costantinopoli, di quelli nati a Istanbul, ha pubblicato ponendo fine alla trilogia della crisi (Prestiti scaduti e L’esattore). Questa volta il suo commissario Kostas Charitos si trova catapultato in una Atene dove l’uscita dall’euro – nel 2014 – è immaginata come l’unico strumento per cercare di scongiurare la disperazione economica da cui Italia, Grecia e Spagna sono attanagliate. L’uscita dall’euro diventa così il nuovo scenario praticabile per sopravvivere come stati. In quel clima inaugurato con un Capodanno in cui le dracme tornano sulla scena per quanto sommamente svalutate, cominciano però anche gli omicidi. Tre per l’esattezza, tutti ex rivoluzionari del Politecnico. Sui loro corpi sempre lo stesso messaggio, “Pane, Istruzione, Libertà”, che è poi il titolo originale del libro, lo slogan cioè inneggiato dagli stessi studenti rivoltosi del Politecnico al tempo dell’insurrezione contro il regime di ferro dei Colonnelli.
Petros Markaris è uno scrittore per caso. Il suo primo romanzo lo sforna a cinquattotto anni, quando non ne può più di fare lo sceneggiatore per la tv. Il giorno in cui gli arrivano a casa tre persone – la classica famiglia greca – la sua prima tentazione è quella di mandarli via, al diavolo. Nel capofamiglia, però, intravede in qualche modo un personaggio da libro. Uno che – tutte le mattine, da quel momento – gli compare al mattino, nei pensieri dell’alba, per martellargli la mente. Uno che lo tampina così – pensa Markaris – non può che essere uno sbirro od un dentista. E in più – pensa ancora – è meglio scriverne, così se ne andrà. Nasce così il commissario Charitos, con una moglie regina della casa, Adriana, grande cuoca di pomodori ripieni – ma alla turca – ed una figlia, Caterina,avvocato, la rivincita sociale di suo padre. Charitos è un poliziotto simpatico, come tutti i personaggi positivi che si rispettino. Ama leggere i dizionari, quando è a riposo. Il chè è davvero strano per uno sbirro, ma ciò gli deriva dalla passione per la traduzione che Markaris svolge da sempre, da lui ritenuta un’ottima palestra per uno scrittore in quanto lo abitua a pensare in tante lingue diverse cogliendone le infinite sfumature, tutte cangianti come le onde del mare. Gira poi in una 131 Mirafiori, il che lo fa assomigliare ancora di più al nostro Montalbano, anch’egli sempre a bordo di una Fiat scassata capace di lasciarlo per strada da un momento all’altro.


Quando la crisi economica ha cominciato a intravedersi all’orizzonte, Markaris è stato uno dei primi scrittori ad antivederla. Per lui è diventata un ottimo motivo intorno a cui scrivere, anche perché sapeva già che sarebbe durata molto più a lungo delle previsioni. Così è nata la trilogia su un movimento che ha infiacchito la Grecia, asciugandone tutte le energie vitali. La stessa Atene – che per Markaris resta una delle città più cementificate del pianeta – “era una metropoli dove tutti i turisti che vi giungevano inorridivano per il traffico ed il rumore. Oggi è diventata opaca, vuota, ed ogni sera sembra che vi cali sopra una specie di coprifuoco innaturale. Dopo le nove non c’è più nessuno e ciò è davvero inusuale per Atene”.

“L’unica fortuna sono rimasti i giovani che – al venerdì ed al sabato – sembra le restituiscano ancora un poco di quello scintillio che la caratterizzava prima. Prima Atene era non la città più brutta del mondo ma quella sicuramente più ricca di contraddizioni. Era la città delle parentesi, perché in una landa di cemento armato potevi imbatterti – all’improvviso – in un giardino sontuoso, quasi tropicale, che finiva alla svolta della via. Ciò che la crisi ha portato via ad Atene è la sua gioia di vivere, quello slancio vitale per cui tutti i turisti finivano per innamorarsene prima o poi contraendone gli stessi vizi, i medesimi tic, come quello di starsene al sole spaparanzati come gatti greci”. Nonostante la crisi Markaris continua a fare la sua vita, anche se non nasconde che la crisi abbia colpito anche la sua famiglia, come tutte in Grecia, fatta salva una minoranza sparutissima. “Per questo continuo a fare collezione di dizionari, anche se ormai le versioni digitali permettono di consultare montagne di lemmi molto più a buon mercato. Lo continuo a fare perché amo tradurre ed arrivo a fare lo scrittore da lì, dalle traduzioni”. La sua impresa maggiore resta la traduzione del Faust di Goethe che gli venne commissionata un pomeriggio dal Direttore del Teatro. Gli telefonò e gli chiese se fosse in piedi. Si, rispose Markaris. Allora è meglio che ti siedi e gli propose la traduzione. Tanto lo fai una sola volta nella vita, gli disse l’amico per addolcirgli la pillola. Markaris disse di si e “cadde nella trappola”, ci confida, anche perché ars longa, vita brevis. Lo scenario dell’uscita della Grecia e dell’Italia dall’euro è fantascienza per lei Signor Markaris? “Mica tanto. L’ipotesi di lavoro è ancora sul tavolo. La partita resta aperta”.

giovedì 12 settembre 2013

I rischi della filosofia pop: non un ritorno a Socrate ma il sapere venduto nella carta delle caramelle



Fabrizio Baleani

In principio fu la meraviglia. Cominciamento e scaturigine d’ogni sapere. A incorniciare questa massima  per affiggerla sulla parete ingombra dell’immaginario d’un liceale arruffato qual’era chi scrive, ormai oltre un decennio fa,  fu una mingherlina professoressa, dal corpo piccolo e ossuto. Costei,  rattrappirebbe ancora di più nelle sue forme minute se sapesse che il celebre passo del libro alpha della Metafisica d’Aristotele,  contenente l’accenno allo stupore come causa della conoscenza,  è usato oggi per cedere quarti di nobiltà alla nascita, in seno al dibattito delle idee, nientemeno che d’una Popsophia. E  maggiore sbigottimento rapirebbe l’insegnante di cui sopra se quest’ultima scoprisse che l’autore d’una simile appropriazione, più o meno debita, non è uno dei numerosi saltimbanchi dell’industria culturale,  magari scarsamente interessato alle pellicole e ai libri che determinano la sua sopravvivenza  e affaccendato a esercitarsi nella dimestichezza coi sorrisi di rimando mentre bacia e abbraccia in scrupolosa sincronia con gli spazi orari bianchi della propria agenda.  No, a scomodare lo Stagirita è Umberto Curi,  storico del pensiero dell’Università di Padova curatore delle rassegne filosofiche di Poposophia  un festival ormai celebre, già di marca civitanovese, migrato,  nell’ultima edizione, a Pesaro, e frequentato, tra gli altri, da chi di mestiere medita,  provoca e formula  analisi affollando le pagine culturali dei nostri quotidiani e impreziosendo  approfondimenti  televisivi e talkshow. Teste lucide e celebrate.



La mole intellettuale di Massimo Cacciari, Giacomo Marramao,  Umberto Galimberti ed altri conclamati acumi peninsulari, offerta alle ruminanti materie grigie del vasto pubblico, in compagnia d’altri free lance della speculazione, impegnati annualmente  a ridefinire la materia del riflettere, calibrandola su temi popolari come la moda, la pubblicità, il porno,  le serie tv. Oltre a fornire il nome ad appuntamenti estivi gravidi di spunti sul contemporaneo, la filosofia popolare si candiderebbe al ruolo di vero e proprio genere culturale, tendenza legittima tra i territori riservati,  solitamente, a una pletora di accademici paludati e pedanti.  La ragione di questa singolare Kulturkampf capeggiata da uno sparuto ma influente gruppo di intelligenze, è tesa a recuperare la genuinità di un interrogare razionale, quello dei primi pensatori,  che nulla aveva di astrattamente intellettualistico e si  immedesimava, piuttosto,  con un modo di vita,  un’attitudine a passare al setaccio d’una  vertiginosa opera di ricerca, la realtà in ogni sua sfaccettatura. Secondo lo studioso ed editorialista del Corriere della Sera,  tra gli inventori della kermesse marchigiana, infatti, la filosofia nasce pop, i primi filosofi  venivano definiti  sophoi, ossia sapienti, tali erano considerati dai loro coevi concittadini non già perché coltivassero lo studio di una disciplina particolare, edificando cattedrali o presidiando cattedre, bensì perché vivevano  integrati in una comunità, dediti all’arduo compito di far prevalere la razionalità sull’ignoranza, la superstizione e l’idolatria. 



In questo ritorno alle origini, Curi precisa anche come i primissimi avventurieri di questo particolare tipo di prassi critica, tutti preceduti, secondo la tradizione e la manualistica, da Talete di Mileto, non  si sentissero custodì di verità prime o di culti inaccessibili, alla maniera di certi santoni, ma, al contrario,  venissero percepiti  come presenze utili a scandagliare i diversi lati della realtà sociale e politica. Erano, in sostanza,  coinvolti  nella polis, cittadini tra cittadini, parte di quel demos che si riuniva nelle assemblee, non una classe avvolta nel privilegio,  un’adunata di dotti rinchiusa nel fortilizio d’una Verità granitica. Lo squarcio sul Velo di Maya di quel pregiudizio deformante che insacca lo spazio della comprensione nelle ragnatele d’una torre d’Avorio,  avrebbe dunque radici presocratiche e sgretolerebbe  uno dei muri che i pop filosofi intendono distruggere armati del proprio pop martello nicciano: le dicotomie tra i saperi specialistici, ritenuti chiusi, astratti e sottratti al mondo dell’esistenza concreta. Sciolte le bende di quell’inganno, lo sguardo di un novello Prometeo incline a rubare nuovi e più moderni segreti agli Dèi si sposta su un oggetto del conoscere che non prevede separazioni e si mostra sconfinato, illimitato, non trascura nessuna prospettiva d’indagine. 



Toccò a Platone e, successivamente, ad Aristotele col sorgere delle scienze (le epistèmai) tenere  a battesimo l’accezione disciplinare (e autoreferenziale) della filosofia. Tuttavia, ben prima d’ogni algida tassonomia e classificazione dell’esistente nelle camere singole delle discipline specializzate, entrambi i due immensi  metafisici dell’antichità classica, sempre secondo Curi, sarebbero concordi nell’individuare l’aurora d’ogni ingegno speculativo nel thauma, ovvero in uno stupore o scuotimento precedente ogni formulazione sistematica, una dimensione affettiva presentata come alimento di qualsivoglia curiosità bramosa di farsi meditazione radicale. Sia i miti, vividi strumenti di densa verosimiglianza  maneggiati dall’Ateniese, sia l’arte Poetica, approntata  dall’autore dell’Etica Nicomachea  per decifrare il saporoso sapere delle passioni umane,  restituendone timori e tremori,  in uno sfavillio di storie e immagini a un tempo verosimili e contrarie alle aspettative di chi le scruta, sarebbero topoi di una “conoscenza  mossa dall’affetto”, un pathos educante, piacevole e  intimo, pregno, nell’opinione  del pop-sopho, della stessa profondità conchiusa nelle proposizioni di Spinoza.

La questione , tuttavia è nell’oggi.  Infatti, il  “fare” poetico e pratico, ammirato sotto una lente squisitamente attuale e popular, sembra non prevedere soluzione di continuità tra un dramma d’Euripide  e l’odierna società dello spettacolo.  Atene in questo senso è dappertutto, o, forse, da nessuna parte.  Appiattita in una gigantesca “pop-polis” telematica.  A risultare sovrana è la dimensione ludica,  la giostra dei giochi di parola e il gusto del paradosso telecomandato. In un climax ascendente d’eccitazione, Simone Regazzoni, uno degli ideologi del pop pensiero, ostenta intenzioni bellicose: “ Mi pare giunto il tempo di riportare la battaglia filosofica  nella cultura popolare(..) esiste una molteplicità aperta di mondi interconnessi, alla cui produzione e al cui conflitto, partecipano essenzialmente  i mezzi di comunicazione e la cultura di massa. La filosofia si trova immersa in questi mondi e deve prender parte alla loro trasformazione”. Ma il tenore di queste dispute più che al marziale vigore di statuari profili greci s’addice al lucore di ritoccati profili facebook.  Una perenne seduzione gorgiana, nel duello delle convinzioni a buon mercato. Un discorso di puro tono, celebrazione del non-sense, vita alterata, magari gioiosa, ma  gracchiante, ripetitiva  e fasulla come frasi bisbigliate da un megafono.  Intendiamoci non c’è nulla, tra queste righe, contro il divertissement colto. E tutti rimangono giustamente liberi d’elaborare e vendere, con l’aiuto di un paratesto accattivante, d’una grafica che emani leggiadrie,  dissertazioni ben congegnate su Superman o Lost, oppure d’analizzare le strisce di Charlie Brown,  come si succhia una caramella dal vago retrogusto esistenzialista. 



Ma se ogni questione di senso fosse condizionata  dalle norme di un dispositivo commerciale dominante che  ne dettasse i criteri di leggibilità, comprensione e affermazione, la  quasi totalizzante esperienza ipermedatizzata colonizzerebbe inevitabilmente  il  dibattito,  tramutandolo in una sorta di  cosmesi della conversazione pubblica, utile a immortalare carriere già affermate con l’imprimatur dell’approvazione  di massa, a spalmare nozioni e concetti sulle classifiche di gradimento aperte al plauso verso l’imperatività del main stream,  a ricalcare l’esistente spartendo nello specchio deformante d’un accorto opinion making indignazioni e compiacimenti  in un’arena  falsa come un parrucchino, nella quale ciascuno dirà esattamente ciò che da lui s’attende la platea dei cervelli a bombetta .  Occorre sempre ipotizzare un’alterità per sapere, altrimenti ogni profondità  resta nell’epidermide di  quel noto che non è mai conosciuto. Quando non esiste un oltre  a cui rivolgersi, lo stupore filosofico degli antichi è un usato balocco per la mente disperso  in un sistema di simulazioni e mediazioni interconnesse dove tante solitudini scambiano assensi e dissensi telematici, fiati d’un vivere liquido e senza fessure sul mondo, su nessun mondo che sappia permettersi una  qualche via di fuga, allentando i legami tra riflessione e consumo d’opinione .  Può darsi  sia un effetto di quella realtà integrale già tratteggiata dai presagi apocalittici di Jean Braudillard. Un episodio realmente accaduto  può chiarire meglio di cosa si tratti. Qualche anno fa una donna rumena è stata uccisa, con un pugno, a  una fermata della metropolitana di Roma. La percezione diretta di questo avvenimento è stata pressoché nulla: la folla ha continuato a fluire tranquillamente prima di accorgersi, o di accettare di accorgersi, che c’era una donna a terra. La percezione mediata, grazie alla solita telecamera di sicurezza che ha ripreso tutto, ha sollevato un’ondata di riprovazione per l’assassino. Siamo a quell’aporia massmediologica secondo la quale se un albero cade nella foresta e la televisione non lo riprende, l’albero non è mai caduto. Pensare non fa eccezione. Quando è finalizzato a trasformarsi in una strategia di vendita  appesa come un’altalena  al cielo della domanda e dell’offerta somiglia a una notizia sgranocchiata dalle mascelle d’un clamore crepitante e perde il suo oggetto in una catena ininterrotta di surrogati della cognizione. In questo caso anche la filosofia, divenuta pop, sarà identica alle tante altre maschere che essa pretende o  finge di dismettere.  Proprio mentre ne indossa altre, con un’aria un po’ più disinvolta. Una posa. Ovviamente graditissima , in grado di propagarsi. Dolce, suadente e ballabile. Un pezzo da hit parade.


mercoledì 11 settembre 2013

Scusate se oggi, invece che di Silvio, vi parlo di Maria Stuarda...


Annalisa Terranova

Lo so che scrivere un articolo in prima persona è segno di provinciale narcisismo ma per fortuna questo è un blog e non un giornale, dunque posso violare qualche regola e raccontare che stamane, per non dedicare attenzione alla stucchevole fiction sulla decadenza di Berlusconi, ho preferito leggere di filato le ultime cinquanta pagine della biografia di Maria Stuarda di Stefan Zweig che ha allietato la mia estate.

Che avvincente tragedia! Quando si dice che nella storia di uno solo si possono condensare tracce e sedimenti di ciò che è venuto prima e di ciò che verrà dopo si dice una verità che applicata alla vita e alla morte della regina di Scozia appare con specchiata evidenza. Qui c’è in nuce già la fosca  fine della monarchia francese nel 1789 (è la prima testa coronata che cade dopo un processo farsa). E c’è la mostruosità del potere che si oppone all’etica fino al punto che un figlio (futuro re Giacomo I) si vende l’onore e la salvezza della madre (Maria Stuarda) per il trono d’Inghilterra. E ci sono gli inganni di chi si permette di piegare la verità ai sotterfugi (Elisabetta fingerà che la cugina è stata portata al patibolo senza il suo espresso consenso arrivando a far incarcerare il segretario di Stato cui aveva dato l’ordine di far eseguire la sentenza di morte). E infine la spettacolarità simbolica dei dettagli: Maria che indossa sottoveste e guanti rossi perché il colore dominante della scena sia quello purpureo del sangue, i nobili seguaci della “eretica” Elisabetta che pregano in inglese mentre i servitori di Maria, fedeli al Papa di Roma, pregano in latino assieme alla loro regina, il carnefice con la maschera nera che chiede perdono alla condannata perché sta per ucciderla, la testa della regina mostrata ai presenti che batte ancora a lungo i denti... Come si fa a non restare legati al racconto. Come si può lasciarsi distogliere da questo affresco grandioso per tornare al presente di elemosinieri di un briciolo di gloria acquistata con un titolo di giornale? E invece bisogna pur che ci si torni. 

Da Maria Stuarda ai giornali di oggi. Così, quasi fosse un’autopunizione. Per scoprire che a sant’Ivo alla Sapienza non sta accadendo proprio nulla di tragico e neanche di comico. Solo il solito, perenne, compromesso all’italiana.

Una sinistra penosa che finge di confliggere con una destra arrembante. Il groviglio regolamentare sulle pregiudiziali derubricate a “preliminari”. Anche qua nessuno capisce nulla tranne la battuta del nostro Augello: conosco solo i preliminari della mia gioventù (carina, no? Molto in sintonia con il capo del Pdl). Desolata, abbandono le cronache sulla decadenza del Cavaliere, gli appelli del nostro saggio presidente e il balletto inconcludente dei falchi e delle colombe per arrivare ad apprendere che Mogol ha scritto l’inno della Regione Lombardia nella versione leghista edulcorata dal “maronismo”: “Lombardia, Lombardia, grande terra mia/ terra piana la padana, gente forte che è generosa, operosa, e stringe tutti a sé senza una bugia…”. Mogol, quello che aveva scritto versi immortali e evocato scene che da ragazzina mi facevano palpitare. Mogol, quello che ha immaginato in una canzone una scena che ho sempre pensato fosse la più romantica della musica leggera italiana. “Scusa, se son venuto qui questa sera, da solo non riuscivo a dormire perché, di notte ho ancor bisogno di te, fammi entrare per favore… posso stringerti le mani, come sono fredde tu tremi…”. E poi arriva l’altro a rovinare il lieto fine: “Scusa, credevo proprio che fossi sola, credevo non ci fosse nessuno con te, ah scusami tanto se puoi, signore chiedo scusa anche a lei…”. E io che pensavo: ma che fa questa? Perché non molla il signore e non scappa via con l’amore che le stringe le mani? Insomma Mogol. Dai “Fiori rosa fiori di pesco” all’inno padano. E uno corre subito a cercare un’altra biografia, un altro Stefan Zweig che alzi il sipario sulla storia vera e non sulle cronachette. Di quelle mi occuperò dopo. Sperando che abbiano tolto dalla mia scrivania il cartello insolente che per scherzo ha lasciato lì un collega berlusconiano che conosce il mio amore per Silvio: “Il tribunale mente, Silvio è innocente”.


lunedì 9 settembre 2013

Buon anno scolastico con una pagina di Ernst Jünger





Venator

Ricomincia la scuola. Ovviamente i problemi sono quelli di sempre. Il ministro Maria Chiara Carrozza ha lanciato un tema importante: la bocciatura non serve. Se ne è parlato meno di quanto l’argomento meritasse, perché “prende” di più lo scandalo del professore di Saluzzo malato di sesso. I giornali di centrodestra hanno subito rimproverato il ministro in nome del “merito” (critica che, provenendo da una parte politica che ha mandato in consiglio regionale Nicole Minetti, suona come una barzelletta…). Invece una volta tanto un ministro ha detto una cosa sacrosanta. A che serve la bocciatura in un sistema che fa acqua da tutte le parti? A parcheggiare studenti svogliati? A ritardare un po’ l’impossibile ingresso nel mondo del lavoro? A punirli obbligandoli a cimentarsi di nuovo con programmi fuori dalla realtà?
Spesso è stato detto e scritto, facendo riferimento ad esempi illustri, che le menti geniali e la scuola non vanno d’accordo, e che quasi sempre le personalità d’eccezione rischiano di essere accomunate ai “somari”, i quali di certo abbondano nelle classi italiane ma non in numero tale, ci auguriamo, a perdere del tutto la fiducia nelle generazioni che si vanno formando sui banchi. A chi affronta un nuovo anno scolastico dedichiamo quindi una bella pagina in cui lo scrittore Ernst J̈ünger rievoca i suoi trascorsi scolastici attraverso il racconto del giovane Wolfram, della sua attitudine all’osservazione della natura che in classe si tramutava in assenza, del suo considerare la scuola e la sua disciplina come un peso, del suo rapporto con il nonno, da cui imparava più cose che dai maestri.
“Il bello della scuola era, più di tutto, la strada per arrivarci, ecco perché a Wolfram sarebbe piaciuto allungarla il più possibile. Poi però sarebbe arrivato troppo tardi e arrivare tardi era cosa grave. Nell’agitazione non trovava la porta giusta; si sbagliava persino di piano e disturbava la lezione di altre classi. Gli insegnanti, la maggior parte dei quali portava il colletto rigido e lo stringinaso, lo fissavano arrabbiati, mentre gli scolari esultavano per l’interruzione. Quasi un quarto d’ora era bell’e andato prima ch’egli potesse balbettare le sue scuse. E comunque non c’erano scuse. Prima che gli fosse permesso di sedersi, ecco arrivare l’ammonizione: ‘Non si può che biasimarti’, seguita dalla nota sul registro. Oltretutto i suoi abiti erano in disordine: l’attrattiva principale della strada per la scuola era il folto dei cespugli, oltre la riva paludosa del lago. Certo sarebbe stato bello se non ci fosse stato altro che la strada, ma c’era la scuola a proiettarvi la sua ombra. E l’ombra era andata facendosi sempre più scura, perché Wolfram era un disastro…

La strada delle elementari era stata la più facile per Wolfram – la percorreva infatti per accompagnare il nonno, che ci insegnava. Si sarebbe anche potuto dire che il nonno era il suo accompagnatore, o la sua guardia del corpo. Capitava per l’appunto che questi, a causa del nipote, uscisse di casa anche una, perfino due ore prima di quanto il suo servizio richiedesse. A Wolfram questa compagnia offriva il vantaggio di non arrivare in ritardo, visto che il nonno era puntuale come un orologio. Lo induceva però a rinunciare alla sua libertà, con tutte quelle pedagogiche raccomandazioni addolcite da piacevoli insegnamenti. Il nonno sapeva un sacco di cose. Conosceva i nomi delle varie famiglie di anatre che nuotavano sull’acqua; ce n’era una addirittura giapponese. I giardinieri municipali piantavano ogni mese nuovi fiori sulle bordure e Wolfram imparava immediatamente a distinguerne le varietà. Vi erano anche alberi rari, come il corniolo e l’auracaria, ma già solo delle querce c’erano tante specie diverse che ci si sarebbe potuto piantumare un bosco intero senza che ve ne fosse una uguale all’altra… Wolfram disponeva sia di intelligenza che di memoria, che però, se così si vuol dire, erano tanto l’una quanto l’altra quelle proprie di un palato fino. Recepiva solo ciò che gli riusciva gradito – poi però lo serbava assai per bene. Gli restava bene impresso – le piante, per esempio, o gli animali e le pietre, anche insoliti eventi della vita quotidiana e della natura” . (E. Jünger, Tre strade per la scuola, Guanda 2003) 

sabato 7 settembre 2013

Lucio Battisti quindici anni dopo, oltre la destra e la sinistra



Luciano Lanna

Mentre la cronaca di questi giorni è tutta presa dalla vicenda della salma – fenomeno che stando all’antropologia e alla storiografia è inevitabilmente connaturato a tutti i personaggi diventati icone, da Mussolini al Che, da Elvis a Disney – di Lucio Battisti si deve tornare a parlare perché il cantautore reatino scompariva proprio quindici anni fa, il 9 settembre 1998. E a distanza di tre lustri si continua a discettarne quasi sempre scivolando fuori tema o equivocando… Quando basterebbe spiegare quanto ha recentemente scritto Renzo Arbore: “Non è ancora stato detto – ha sottolineato – ma Lucio Battisti fece una vera e propria rivoluzione. Non si ispirò, come qualcuno pensa, alla musica americana e inglese dei suoi tempi, ma cambiò il modo di scrivere le canzoni in Italia, rivoluzionando anche diversi giri armonici tra quelli sempre laureati, inventando altre combinazioni sonore e un altro modo di incasellare il tutto insieme a Mogol. E tutti noi abbiamo goduto di quella splendida generazione frettolosamente da me personalmente allora chiamata beat…”.
Sta infatti tutta lì la questione, sta in questo passaggio la rivoluzione avviata da Battisti che in qualche modo è paragonabile solo al precedente di Domenico Modugno, il quale introdusse seriamente lo swing nella musica pop italiana. Battisti andò oltre, fece in Italia quello che avevano fatto i Beatles nel mondo anglosassone. “Un ricciolone timido e scontroso – ha scritto il suo collega più giovane Max Pezzali – ha cambiato per sempre la storia della canzone. L’ha fatto con un mix di soul, funk, rock e melodia per quanto riguarda la musica, e con l’immortalità delle liriche di Mogol per quanto concerne le parole. Fregandosene dell’opinione comune in quel periodo, secondo cui una canzone avrebbe dovuto necessariamente avere argomenti di protesta contro il potere costituito per poter assurgere a una dignità artistica”. Lo attestano nel migliore dei modi le parole dello stesso Battisti. “Ma che impegnato! Io sono di-sim-pe-gnato, disi-tutto, tranquillo…”, affermava il cantautore nel 1970 nel corso della trasmissione televisiva di Renzo Arbore Speciale per voi. In quella sede un ragazzo chiedeva infatti a Battisti con quale spirito si ponesse di fronte alla società e ai problemi del tempo. E il musicista, quasi sorpreso dalla seriosità trombonesca del giovane, mostrava quasi di non capire, limitandosi a sorridere e a dichiararla sua “tranquillità”. E in effetti le canzoni e le melodie di Battisti sono effettivamente stati uno di quei fenomeni della storia del costume e dell’immaginario che nell’Italia del secondo dopoguerra hanno scavalcato divisioni e segmentazioni ideologiche e d’appartenenza sociologica riuscendo a incarnare il normale sentimento della maggioranza della società italiana. Una maggioranza normale e “tranquilla” che è stata sempre tale ogniqualvolta non si è fatto imprigionare – anche temporaneamente e a correnti alternate – dalle narrazioni ufficiali come dalle mascherature di circostanza e dai riflessi condizionati imposti dalla logica della politica e dell’ideologia.



Lo spieghiamo ancora con l’interpretazione di Max Pezzali: “Fregandosene di tutto, Battisti andò avanti imperterrito per la propria strada, raccontando come nessun altro i sentimenti e le emozioni in modo mai banale o sdolcinato e scavando in profondità nell’animo umano come pochi, facendo cantare, suonare, ridere e piangere intere generazioni, incurante dell’etichetta di ‘cantautore sentimentale’ affibbiatagli sbrigativamente da critici distratti…”.
È un fatto che anche una scrittrice all’epoca iper-ideologizzata e femminista, come la coautrice di Porci con le ali Lidia Ravera, sarà costretta ad ammettere: “Era l’unico elemento di trasgressione alle indicazioni della sinistra extraparlamentare. Ero ligia su tutto, ma non su Battisti….”. E, in effetti, come preciserà anche l’editore e intellettuale alternativo Marcello Baraghini, “le canzoni di Lucio Battisti rappresentavano la trasgressione alla cultura musicale della sinistra rivoluzionaria: trucida, violenta, truculenta…”. Di più: lo straordinario successo della musica battistiana tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli Ottanta è uno degli esempi migliori della evidente cesura tra la realtà diffusa dell’Italia normale e maggioritaria (anche tra i giovani) e le minoranze (che tali erano, per quanto rumorose e violente) incupite e chiuse nel proprio orizzonte ideologico. “Mentre quasi tutti   i ragazzi, qualsiasi fosse la loro appartenenza sociologica, familiare o anche di riferimento politico, impazzivano per lui e passavano giornate intere a ripetere i versi di Mi ritorni in mente, a strimpellare sulla chitarra gli accordi di Emozioni, La collina dei ciliegi, La canzone del sole o Il mio canto libero, a bearsi di quella ‘normale’ voce afona, ci fu chi – sottolinea Gianni Borgna, critico e storico della musica leggera italiana – non esitò a stroncarlo e a tacciare i suoi brani di qualunquismo. Quando infatti uscirono i suoi primi dischi, destinati a imporsi e a diventare culto per tutti i giovani, più di un critico progressista alzò il sopracciglio…”.


In piena sintonia con la maggioranza dei giovani normali di quel periodo si poneva invece la musica di Battisti, così come si poneva lui stesso, il ragazzo che veniva da Poggio Bustone e che andò a Roma e a Milano per fare musica. In piena sintonia con la stragrande maggioranza di quei ragazzi che in quanto tali non erano né di destra, né di centro, né di sinistra, ma giovani che stavano attraversando un periodo di cambiamento e di ricerca di libertà. Tanto è vero che ripensare al fenomeno-Battisti dovrebbe spingere anche a rileggere la storia degli ultimi decenni liberandosi dalle ricostruzioni fatte attraverso le lenti degli ambienti estremi e, comunque, minoritari, anche quando questi hanno egemonizzato la narrazione pubblica. Battisti, d’altronde, non si è mai definito e quando qualcuno lo sottopose a un processo “politico” per via di alcuni testi ritenuti maschilisti e conservatori lui si limitò a sorridere e a ironizzare… D’altronde, se lui e la sua musica non andavano giù all’estrema sinistra un qualcosa di analogo accadeva – al di là di ricostruzioni postume e strumentalizzazioni para-situazioniste della metà dei Settanta – anche con l’altro versante, almeno guardando all’estetica e all’aderenza di Battisti al fenomeno beat. Ce lo racconta nel suo bel libro Io e Lucio Battisti (Salani, pp. 254, euro 13,90, Pietruccio Montalbetti, chitarra leader dei Dik Dik oltre che amico vero e di antica data di Lucio Battisti. I due vivevano e lavoravano a Milano alla fine dei Sessanta e – basta guardare le foto dell’epoca – si vestivano come due beat, capelli lunghi, camicie a fiori, foulard particolari… La Ricordi non distava però molto da San Babila e più di una volta Lucio e Pietruccio – oltretutto figli di due reduci dalla guerra e dalla prigionia, per niente affascinati da mitologie marxiste-lenististe – furono oggetto di insulti da parte dei sanbabilini, gli estremisti di destra che frequentavano la piazza. “Andatevene via, brutti comunisti, tagliatevi i capelli”, gli urlarono più di una volta. Una sera in cui i due girovagavano da quelle parti decisero di fermarsi in un bar nei pressi della Statale: “Pioveva così forte e faceva così freddo – racconta Montalbetti – che desideravamo solo bere qualcosa di caldo. Il locale era affollato, alcuni giocavano a carte e altri stavano assistendo a un programma televisivo. Ci accomodammo al tavolo che stava al centro del bar e ordinammo una cioccolata calda. Alcuni minuti dopo si avvicinarono dei ragazzi e dall’abbigliamento, vestiti bene, capelli corti, si capiva che erano sanbabilini. Avevano più o meno la nostra stessa età e uno di loro, senza chiederci il permesso, si accomodò al nostro tavolo, mentre gli altri del gruppo rimasero in piedi con aria minacciosa. Il ragazzo seduto ci disse: ‘Ma che ci fate voi in questo bar? Lo sapete che voi comunisti dovete andare via?’. Sia io che Lucio eravamo tesi e impauriti. Poi, il ragazzo, spingendo il tavolo verso di noi, iniziò a insultarci e a dirci di uscire fuori se ne avevamo il coraggio…’. Per fortuna alcuni adulti che stavano giocando a carte se ne accorsero. Da come erano vestiti e dalle corporature robuste si capiva che erano persone che svolgevano lavori manuali…”. Alla fine il più massiccio di quei signori, senza neanche dire una parola, si avvicinò al sanbabilino seduto e gli mollò un ceffone facendolo ribaltare dalla sedia. Subito il restò del gruppo, intese l’antifona e se la diede a gambe… E pensare che Battisti ma anche i Dik Dik avevano già inciso da due-tre anni i loro primi successi. Ma la stupida logica dei codici estetici definiti li fece apparire a quegli estremisti di destra come fossero dei beat comunisti… Allo stesso modo in cui la loro musica non doveva piacere ai custodi dell’ortodossia marxista-leninista. La lezione per l’oggi? Quella che oltre quarant’anni dopo quel clima, liberi ormai quasi tutti da quei riflessi condizionati, l’Italia recuperi finalmente tutto intero il proprio immaginario unificante il quale, nel profondo e in presa diretta, fu in realtà più condiviso di quanto si possa immaginare.