giovedì 31 ottobre 2013

La storia del "Secolo": quando Fellini si vendicò dell'attacco a "La dolce vita"


Luciano Lanna

Nel 1960 il Secolo d'Italia si contraddistinse per una campagna di stampa contro La dolce vita, il più famoso film di Federico Fellini. Nonostante il regista per la figura del protagonista, interpretato da Marcello Mastroianni, si fosse in parte ispirato a un giornalista di destra (e futuro cineasta) come Gualtiero Jacopetti e malgrado il film fosse piaciuto (e molto) a uomini non certo di sinistra come il cardinale di Genova, Giuseppe Siri, e al giornalista più famoso d’Italia, Indro Montanelli, il Secolo fu davvero virulento, accodandosi alla stessa reazione che anche i comunisti provavano nei confronti dell’opera felliniana. “Sacrosanti i fischi a Milano” si leggeva il 7 febbraio sulla prima pagina del giornale, in quella fase condiretto a tre da Giorgio Almirante, Franz Turchi e Filippo Anfuso, con un’ampia spalla di prima intitolata “Vergogna! La dolce vita di Fellini è un oltraggio all’Italia e a Roma: lo si ritiri dalla circolazione”. E nell’articolo si poteva leggere: “Questo film attentato, questo film menzogna, questo film laido è passato tra le maglie della nostra stranissima censura: noi speriamo che le distratte autorità lo tolgano dagli schermi”. Il Secolo era in questa campagna in compagnia di testate come Il Popolo e L’Osservatore Romano, che traboccavano di editoriali e corsivi contro il capolavoro felliniano, inaugurando una tendenza che emergerà più avanti nella demonizzazione della contestazione studentesca. Oltretutto, nell’archivio di Giulio Andreotti, nel fascicolo Fellini, è stata recentemente rinvenuta una lettera del fondatore del quotidiano, Franz Turchi, indirizzata all’allora ministro della Difesa del secondo governo Segni: “Caro amico – scriveva il senatore missino ad Andreotti – avrai seguito indubbiamente, sulle colonne del Secolo, l’attacco massiccio a noi portato all’ultimo film di Fellini, prevedendo e precedendo le violente reazioni della parte più eletta della stampa e di larghi strati dell’opinione pubblica. Gradiremmo anche un tuo giudizio sul film da pubblicare sul Secolo col giusto rilievo, nella certezza di poter fare assegnamento sulla tua collaborazione in una crociata che riteniamo sacrosanta…”. Ma Andreotti, intelligente, non rispose. Sarà poi Fellini a vendicarsi dei suoi detrattori due anni dopo, mettendo in tutta evidenza una copia del Secolo d’Italia in mano a Antonio Mazzuolo, il protagonista di Le tentazioni del dottor Antonio, uno dei quattro episodi del film Boccaccio ’70. Sceneggiato dal regista riminese insieme agli stessi autori de La dolce vita, Ennio Flaiano e Tullio Pinelli (tutt’altro che due marxisti o due uomini ideologizzati), l’episodio racconta di un moralista intransigente (interpretato da uno straordinario Peppino De Filippo e ispirato all’allora democristiano di destra Oscar Luigi Scalfaro) che si dà un gran da fare per far togliere un grosso cartellone pubblicitario, posto proprio dinnanzi alle finestre di casa sua, sul quale campeggia l'immagine gigante di Anita Ekberg, che era poi la diva de La dolce vita. Ossessionatone, il dottor Antonio vive negli incubi, attratto sessualmente dalla stessa immagine che vorrebbe censurare. Il personaggio trascorre le sue serate a stanare le coppie appartate nei parchi al grido di: “Siamo a Roma, faro di civiltà! E voi la rendete un postribolo!”. Evidente il riferimento ai toni della campagna del Secolo ma anche a un episodio di cronaca legato all’allora onorevole democristiano Scalfaro, che era stato anche uno di quelli a scrivere contro La dolce vita. Fellini e Flaiano avevano infatti in mente di quando, una sera a Roma, una donna, Edith Mingoni Toussan, a causa dell’eccessivo caldo si era tolta al ristorante il maglione che le copriva le spalle. A quel punto l’onorevole Scalfaro aveva attraversato tutta la sala e, accecato dall’abbigliamento “sconsiderato” della donna, le intimò di ricoprirsi, qualche giornale parò pure di uno schiaffo alla donna. E l’episodio terminò in questura con una querela della Toussan, che paradossalmente era anche una militante del Msi. Prima il padre della donna, che era un generale dell’aeronautica in pensione, e poi il marito della signora, sfidarono pubblicamente a duello Scalfaro che respinse la sfida in quanto contraria alla morale cattolica. E alla fine Totò, con una lettera aperta sui giornali,accusò Scalfaro di codardia e viltà… E ricordando che Totò simpatizzava con la destra monarchica tutta la storia fa esplodere con tutta evidenza tutte le contraddizioni della destra d’allora (e forse anche di oggi) che cerca sempre di cavalcare le campagne presunte moralistiche col solo risultato di alienarsi le simpatie del suo di mondo.


Quattordici anni dopo, nel 1976, una copia del Secolo riappare a tutto schermo in un altro film. Stavolta è un poliziottesco, il genere all’italiana molto in voga in quegli ani. La pellicola era “…e tanta paura”, del 1976, ed era stata diretta da Paolo Cavara, autore anche della sceneggiatura. Insieme a Bernardino Zaponi, reduce allora dai film di Dario Argento. Al centro della vicenda c’è l’indagine di un  poliziotto nei vizi della bella società borghese. L’ispettore Lorenzo Romei, interpretato da Michele Placido, lavora su una serie di delitti legati alla morte di alcuni ricchi libertini.
A collegare gli omicidi è l’illustrazione di Pierino Porcospino, lasciata accanto ai cadaveri. E una delle scene ricorrenti del film è quella di Michele Placido che prende dalla scrivania del suo capo una copia del Secolo, la strappa e la getta nel cestino. In paradosso, anche in questo caso, è che Cavara non era certo un cineasta di sinistra, aveva infatti esordito nei primi anni Sessanta proprio con Gualtiero Jacopetti (ce negli anni ’70 aderirà alla Costituente di destra di Almirante) con il documentario “Mondo cane”. E lo stesso Michele Placido ha più volte raccontato di avere iniziato il suo percorso politico-culturale frequentando in Puglia la sede della Giovane Italia…Qualcosa di analogo si ripete tre anni dopo, nel 1979, con una scena clou del film La patata bollente, una pellicola di Steno con Renato Pozzetto e Massimo Ranieri. Anche Steno, all’anagrafe Stefano Vanzina, non era certo di sinistra: era stato amicissimo di Leo Longanesi e, politicamente, era vicino alla destra liberale di Malagodi. E quel film era oltretutto una satira sui pregiudizi della sinistra comunista nei confronti dei gay. E' la storia di Bernardo Mambelli (Pozzetto), da tutti chiamato “il Gandhi”, un operaio milanese che fa l’attivista del Pci e il sindacalista. Una notte salva da una aggressione un ragazzo, Claudio   (Ranieri), e lo ospita a casa perché ferito e dolorante. Ma Bernardo verrà subito emarginato dai suoi compagni che per cercare di “redimerlo” lo inviano pure in un soggiorno “premio” in Urss. E in una scena del film Pozzetto polemizza con un tassista che mostrava sul cruscotto il Secolo. “Ma cos’è quel giornalaccio di estrema destra”, gli fa. E il tassista, che non intende nascondere il giornale, lo fa subito scendere dal suo taxi…



L’ultima apparizione del Secolo in un film è quindi nel 2007 con Mio fratello è figlio unico, il film di Daniele Luchetti tratto dal romanzo di Antonio Pennacchi Il fasciocomunista. Nel film, ambientato tra Latina e Roma alla vigilia del 1968, racconta di Accio Benassi, un ragazzo che aderisce al Msi. E in una scena Accio va con i suoi camerati a Roma per incontrare Arturo Michelini, all’epoca segretario del partito e anche direttore del Secolo, e in autobus il ragazzo legge avidamente il giornale.


domenica 27 ottobre 2013

Sulla scorta di Papa Bergoglio ve lo spiego anche io: perché non sono mai stato di destra


Luciano Lanna


Non molti osservatori si sono soffermati come meritava su un’affermazione di Papa Bergoglio espressa nel corso della sua lunga intervista concessa a padre Antonio Spadaro su Civiltà Cattolica. “Non sono mai stato di destra”, ha ammesso candidamente il Papa, contravvenendo a una vecchia e tacita convenzione secondo cui i pontefici della Chiesa cattolica dovrebbero sottrarsi a questioni che riguardano le umane, troppo umane, collocazioni politico-ideologiche.  A nostro avviso si tratta in realtà di un’ammissione che, se interpretata e tematizzata correttamente, consentirebbe – e non solo per la particolare autorevolezza della fonte – di ipotizzare una via di superamento delle aporie e delle contraddizioni connaturate alla bisecolare categorizzazione spaziale dell’orientamento e della sensibilità politico-culturale di ognuno di noi. E lo consentirebbe proprio perché proviene da una figura che, stando alle letture convenzionali e alla vulgata mediatica, avrebbe dovuto “appartenere” più a destra che altrove. Non solo per la sua storia pastorale, legata a temi come la difesa della famiglia e della vita sin dal concepimento, ma anche per le matrici politico-culturali del suo milieu, non solo geografico, di formazione.


Ha annotato, non a caso, Vittorio Messori poco dopo la sua elezione al soglio di Pietro e le sue prime esternazioni di rottura: “Molti nella Chiesa erano perplessi per uno stile in cui sembrava di avvertire qualcosa di populista, di sudamericano che in gioventù non fu insensibile al carisma di Peròn…”. Contesto e milieu “peronista” che torna nelle stesse parole del Papa riportate nell’intervista a Civiltà cattolica, laddove Bergoglio dovendo citare i “suoi autori” di riferimento parla “ovviamente” di Dante, di Borges, ma anche del “peronista” Leopoldo Marechal, l’autore di Adán Buenosayres


D’altronde l’argentino Carlos Gabetta, politologo e studioso del peronismo, non ha dubbi: “L’immagine di semplicità popolare del Papa è autentica, così come autentica è la cultura peronista che rivelano i suoi gesti”. Aggiunge Francisco Mele, successore di Bergoglio al Collegio universitario del Salvador di Buenos Aires: “Questo Papa rappresenta la voce dell’America Latina, non è solo un patriota argentino, forse un peronista. Come ama dire lui stesso, egli parla per tutti i popoli”. D’altronde, anche se in Italia la questione non è mai stata approfondita: in Argentina il peronismo è un fenomeno che nella sua complessità va dalle componenti cristiano-sindacali, a quelle cattolico democratiche, a fermenti populisti sino ai segmenti di estrema sinistra da cui si originarono i Montoneros. Niente, ma proprio niente, a che vedere con le destre e in particolare con i militari che nel 1976 deposero Isabelita Peròn e instaurarono la dittatura.
Quindi, volendo pure forzare, potremmo allora dire: peronista sì, ma mai di destra. Ma come è possibile?, se lo chiedono solo i conformisti e i custodi delle etichette stereotipate. Come interpretare d’altronde il passo dell’intervista in cui Bergoglio riconosce la sua passata difficoltà di fronte ai tentativi di catalogazione del suo apostolato? “Il mio modo rapido di prendere decisioni mi aveva portato – riconosce – ad avere seri problemi e ad essere accusato di essere ultraconservatore. Ho vissuto un tempo di grande crisi interiore quando ero a Cordova… perché non sono mai stato di destra. Alla fine la gente si stanca dell’autoritarismo…”. Un passo in cui è evidente la connessione imprescindibile dell’etichetta di destra a dimensioni come l’autoritarismo e il conservatorismo che, piaccia o meno, sono ormai automaticamente connesse a quella specifica categorizzazione spaziale. Connessione che, tanto per dire, è automatica anche per una certa ossessione unilaterale per le cosiddette “questioni etiche” o sensibili. Dalla quale ossessione, ancora, Papa Bergoglio ha preso le distanze spiegando la necessità di anteporre la “buona novella” evangelica a qualsiasi professione di fede moralista tutta giocata sui valori: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Ma questo mio non insistere mi è stato rimproverato…”.


Chiedendo preventivamente scusa per il passaggio di contesto, da quello ecclesiale a quello più banalmente politologico e sociologico e incentrato in particolare su un segmento di realtà tutta italiana, proverei a sollecitare la stessa osservazione di Bergoglio da parte di chi – essendosi formato nel mondo postfascista, in quello missino o in aree antropologiche vicine – ha provato una sorta di contraddizione simile. La suggestione fornita dal Papa potrebbe infatti invitarci a un’interrogazione sul fenomeno, ampio, diffuso, trasversale ma da portare finalmente a chiarimento, dell’esistenza di realtà soggettività, figure e istanze “non di destra” ma che una certa semplificazione – quando non un’accettazione passiva e fonte di equivoci – ha fatto transitare dentro contesti convenzionalmente definiti, quando non auto-definitisi, “di destra”. Per dirla tutta, già  nei primi anni Ottanta il politologo cattolico Giovanni Tassani arrivava a porre la questione, essenziale, circa la possibilità (che si rivelava una contraddizione in termini) di “un’altra destra” ma la sua risposta. Che era anche un’indicazione metodologica. non venne purtroppo recepita dai più. “Potrà una destra – si chiedeva lo studioso – essere nuova al punto di essere: non gerarchica, non totalitaria, non conservatrice, non anti-moderna, non patriottarda, non xenofoba (e potremmo aggiungere noi, tra le varie opzioni possibili: non qualunquista, non securitaria, non autoritaria, non nazionalista, non nostalgica, non statalista, non moralista, non militarista, non clericale, non legata al moderatismo, non legge&ordine…) e via dicendo… Ma è forse destra questa? O, forse, come destra, essa non esiste più: in quel momento essa sarebbe davvero un’altra cosa”. Appunto: non riconoscendosi in nessuna di quelle opzioni possibili, che sono poi quelle che ovunque nel mondo definiscono le destre, perché non avere il coraggio di “farla finita” una volta per tutte con quell’etichetta fuorviante e dire invece chiaramente che non si è e non si era di destra?



D’altronde vicende come una visione del mondo post-materialista e connessa a una riscoperta della spiritualità dopo il ’68, la riappropriazione della grande “cultura della crisi” e dei suoi autori (da Nietzsche e Heidegger a Junger, contemporaneamente riscoperti – sia ben chiaro – negli stessi anni anche da intellettuali provenienti da sinistra come Cacciari, Asor Rosa o Marramao) e finanche una rilettura storiografica del fascismo successiva all’interpretazione di De Felice, cosa avevano o cosa avrebbero a che fare a che fare con marce di maggioranze silenziose, nazionalismi ostentati, paure dell’avanzata delle sinistre, bigottismi e autoritarismi di sorta, qualunquismi anti-tasse, spirito di censura e rifiuto del nuovo? Nulla, se non quel grande disordine – magari motivato da percorsi storici reali – che ha portato a attribuire tout court a destra i peronisti (tutti i peronisti) o il mondo missino (in cui non tutto, come abbiamo visto, era di destra, anzi…). Ad esempio, il politologo Marco Revelli, attento studioso da sinistra di questi fenomeni, anni fa aveva invitato a non unificare in un unico giudizio e in un’unica interpretazione tutto ciò che nella seconda parte del secolo scorso è stato collocato, legittimamente o meno, nell’orizzonte postfascista. In particolare, a dire di Revelli, già tra il 1974 e la metà degli anni Ottanta buona parte degli esponenti della cosiddetta generazione Campo Hobbit e di un certo universo missino non erano, in realtà, “di destra” ed erano in possesso di codici adeguati a interpretare la contemporaneità, «quelli generatisi nella grande cultura novecentesca, che li includevano in una forma possibile della comunicazione. Quel segno è rimasto, quell’abitudine al pensiero ha permesso a molti un’evoluzione convergente con l’area democratica delle culture politiche del nostro paese…».Tre anni fa, questo specifico fenomeno di sfondamento in campo aperto da parte di figure ed esperienze avviatesi da un contesto originario neo o post fascista, è stato al centro di un interessante e utile libro di Giovanni Tarantino Da Giovane Europa ai Campi Hobbit (Controcorrente edizioni, pp. 204, euro 10,00), un saggio che ha avuto innanzitutto il merito di aver tolto il cono d’ombra che impediva sinora di conoscere davvero tutta una serie di fenomeni movimentisti sui quale gravava l’impossibilità di una documentazione adeguata. Solo poche riviste erano approdate nelle biblioteche nazionali o presso istituti di studio di storia contemporanea, moltissime pubblicazioni uscivano per brevi periodi e poi scomparivano, il ciclostile era spesso il solo mezzo di stampa usato e quei fogli sono oggi introvabili. I volantini e molti documenti si sono dispersi e solo qualcuno tra gli interessati li ha conservati. L’autore, Giovanni Tarantino invece, sin da quando era un giovane liceale contrario all’intervento militare in Kossovo, incuriosito dalla scoperta di persone collocate (e spesso autocollocatesi) a destra ma che si schieravano diversamente dalle destre vuole capirne di più e inizia a cercare libri e riviste, a scrivere ai protagonisti di quelle stagioni politico-culturali degli anni Sessanta e Settanta, ne raccoglie alcune testimonianze, di alcuni ne diventa amico personale. E a un certo punto si convince che certi fenomeni e certe biografie vanno «raccontate e spiegate oltre la convenzionale collocazione storiografica all’interno della sola galassia neofascista o postfascista».Da quell’impulso ne è venuta fuori la sua tesi di laurea in storia contemporanea, ma poi la sua ricerca prosegue con l’inizio della sua vocazione giornalistica. Inizia infatti a intervistare altri protagonisti di quel filone, ne scrive articoli, recensisce saggi usciti negli ultimi anni. «Da allora – scrisse nella prefazione del libro, il cui sottotitolo è “1966-1986: vent’anni di esperienze movimentiste al di là della destra e della sinistra” – attraverso un interessante viaggio a ritroso sono approdato al clima del pre-Sessantotto e mi sono soffermato soprattutto su due esperienze, Giovane Europa e la cosiddetta generazione Campo Hobbit, apparentemente diverse tra loro per contesto storico, ma che sono poi venute a intrecciarsi e hanno avuto senz’altro più di qualcosa in comune. In particolare, facendo riferimento al mondo giovanile da quale queste realtà nascevano emerge un dato fondamentale: le pulsioni di chi le animava erano appropriatamente contestualizzate nell’ambito dei grandi fenomeni generazionali di due precisi e determinati momenti di svolta epocale: il Sessantotto e il Settantasette, di cui hanno rappresentato espressioni compiute e legittime».Come spiegare d’altronde, itinerari, come quelli che il libro per la prima volta ha messo insieme e raccontato pubblicamente? Quello di Pino Masi, ad esempio, che inizia come collaboratore di Beppe Niccolai e finisce per avvicinarsi a Adriano Sofri e diventare il cantautore di Lotta Continua. Oppure la vicenda di Piero Verni, da giovanissimo corrispondente romano di Giovane Europa a collaboratore della rivista libertaria Re Nudo e poi, vicino ai radicali, animatore dell’associazione Italia-Tibet. E che dire di Enzo Biffi Gentili, giovane responsabile di Giovane Europa a Torino e poi vicesindaco socialista che nel 1980, unico a sinistra insieme al suo amico Gianni Dolino, polemizza contro la marcia dei 40mila del 1980? Oppure di Massimo Brutti, esponente nel 1968 di Forza Uomo, un’organizzazione di ex del Fuan, e successivamente esponente della Cgil, del Pci e del Pd. E Sergio Caputo, il cantautore che prima di esordire alla fine degli anni Settanta al Convento Occupato e al Folkstudio scoperto da Ernesto Bassignano, aveva animato la rivista Alternativa del Fronte della Gioventù romano e sperimentato una sorta di via freak al postfascismo? Per arrivare sino a quella generazione dei Campi Hobbit degli anni '70, della quale più di qualcuno, come Umberto Croppi, finiranno per partecipare alla nascita di Nessuno tocchi Caino oppure a fare politica anche con i Verdi. Oppure ai ragazzi napoletani che, come racconta nel libro l’ex di Università Europea Emiddio Novi, proseguiranno dopo il Sessantotto, «a far politica ma molti di loro non certo a destra ma con i radicali».



Per tutti forse vale quanto ammette lo storico Franco Cardini, che da ragazzo militò in Giovane Europa: «Eravamo, semplicemente, ragazzi che avevano sbagliato collocazione: e che forse non ne hanno mai saputo costruire una politicamente plausibile…». Il movimento europeista fondato da Jean Thiriart, Jeune Europe appunto, l’associazione L’Orologio animata negli stessi anni da Luciano Lucci Chiarissi e quindi la generazione dei Campi Hobbit, da nome dei raduni che tra il ’77 e l’80 espressero plasticamente una antropologia non di destra e che rompeva con il neofascismo, sono forse spiegabili così: «Il tentativo – annota Tarantino – di sviluppare nuove sintesi e percorsi possibili oltre gli steccati destra/sinistra, l’abbandono del nazionalismo, la fuoriuscita dal tunnel del fascismo, l’attenzione a un comune sentire europeo, segnavano l’irriducibilità oggettiva tra queste componenti e la destra, sia quella politico-parlamentare che quella culturale di stampo conservatrice». Significativa un documento che Tarantino riporta e risalente al 1981, con il quale un gruppo di “camerati” protestavano contro la “deriva sinistrorsa” del gruppo dei Campi Hobbit: «Gravi segni ci indicano che è in atto un processo di sfaldamento. Voler parlare anche a sinistra è significato per molti, per troppi, mutuare sic et simpliciter il linguaggio, i modi e spesso le idee della sinistra, inoculando germi anarcoidi e libertari. Alcuni camerati si sono riscoperti filo palestinesi, in qualche caso sembrano addirittura musulmani…».Riportiamo questi dati dal libro di Tarantino perché, purtroppo, per un motivo o l’altro – magari la scelta non azzeccata del titolo e l’immagine di copertina – non hanno consentito l’adeguata percezione del suo contenuto e, peggio, il saggio è stato letto da alcuni ambienti come una cronaca di vicende interne all’estrema destra. Eppure vi si raccontava di Franco Cardini e dei suoi amici che, ad esempio, avevano partecipato attivamente al guazzabuglio del Sessantotto, tra occupazioni, dibattiti, cortei e assemblee: “Noialtri che ascoltavamo Bob Dylan e Joan Baez e che –ricorda lo storico – rispondevamo ‘Di destra sarà lai!’ a chi ci indicava con quella etichetta…”.Ripetiamo: lo stesso orizzonte antropologico e anche politico-culturale dei fascisti – la cui interpretazione andrebbe storiograficamente distinta dal giudizio sul fascismo come fenomeno politologico – non è certo riconducibile, come è anche per il peronismo, tout court a destra. Come è possibile, d’altronde, anche volendo forzare riportare a destra figure, pur diverse tra di loro, come Giovanni Gentile o Leandro Arpinati, Ugo Spirito e Giorgio Del Vecchio, Giuseppe Bottai o Edmondo Rossoni, Mino Maccari o Giorgio Pini? Osservazione che, oltretutto, è ancora più forte per le suggestioni che hanno circolato nel postfascismo vastamente inteso, da Ernesto Massi a Giuseppe Berto, da Giuseppe Niccolai a Alberto Burri, da Luciano Lucci Chiarissi a Marcello Gallian? La stessa ricerca, che ha costeggiato decenni, di una qualificazione del termine destra con un’aggettivazione ossimorica in grado di trasformarne il senso – da destra “sociale” a destra “nazionale” – non è forse anch’essa il segno di questa contraddizione? Personalmente, ho anche provato a dedicare buona parte del mio libro Il fascista libertario (Sperling & Kupfer, 2011) all’esistenza di questa intima contraddizione di tantissime persone e a verificare come l’immaginario della maggior parte di chi negli anni Settanta-Ottanta si riconosceva nelle sigle del FdG, del Msi e di altre realtà affini non fosse affatto conservatore e di destra, ma sostanzialmente di natura libertaria. Come attesta una dichiarazione esplicita di Enzo Palmesano, un giornalista che proviene dall’impegno giovanile nel Msi e nel Fronte della Gioventù: “Avevo – ammette col senno di poi – e avevamo chiamato ‘fascismo’ la nostra ribellione giovanile, la nostra voglia di cambiamento, il nostro essere dalla parte dei deboli, con gli operai delle fabbriche in crisi e nelle battaglie ambientaliste. Stare dalla parte degli immigrati, di chi chiedeva diritti civili, essere contro il razzismo, e allo stesso tempo dirsi fascisti. È la suprema contraddizione, è il fascino della contraddizione, io l’ho vissuta in pieno…”.Insomma, credo che le parole di Papa Bergoglio debbano essere fatte proprie anche da tutto questo universo antropologico e politico. Non è più tempo di consentire a una contraddizione di persistere nella confusione. E sia ben chiaro: non è che non dirsi di destra equivalga a dirsi di sinistra (o, peggio, di centro). È che dal tempo delle etichette occorre passare a quello dell’intelligenza e dei contenuti. Più che di destra o di sinistra, occorre schierarsi sulle grandi (e vere) questioni: si è libertari o autoritari, innovatori o conservatori, aperti e pluralisti oppure in difensiva in una sorta di cittadella assediata? Il resto non conta…

"Croci", un racconto di George Saunders




Il racconto che segue è tratto dal libro "Dieci dicembre" di George Saunders, edito da Minimum Fax. Segnavia la propone ai suoi lettori, approssimandosi la celebrazione del 2 novembre, come omaggio ai ricordi lasciati da chi non c'è più

Ogni anno la sera del Ringraziamento seguivamo come un gregge papà che trascinava il vestito da Babbo Natale in giardino e lo sistemava su una specie di crocefisso che aveva costruito con un palo di metallo. La settimana del Super Bowl la croce portava una maglia da football e il casco di Rod e Rod doveva chiedere il permesso a papà se voleva riprendersi il casco. Il Quattro Luglio la croce diventava lo Zio Sam, il giorno dei caduti un soldato, ad Halloween un fantasma. La croce era l'unica concessione di papà all'entusiasmo. Potevamo prendere solo un pastello per volta dalla scatola. Una volta la notte di Natale papà sgridò Kimmie perché aveva sprecato uno spicchio di mela. Quando versavamo il ketchup ci ronzava intorno dicendo: Basta, basta, basta. Le feste di compleanno erano a base di merendine, niente gelato. La prima volta che ho portato a casa una ragazza lei mi ha detto: Perché tuo padre ha messo quei due pali in croce?, e io non sapevo dove guardare.
Siamo andati via di casa, ci siamo sposati, siamo diventati genitori, abbiamo scoperto che il seme della grettezza fioriva anche dentro di noi. Papà ha cominciato a decorare la croce con più complessità e con una logica più ermetica. il Giorno della Marmotta l'ha coperta con una specie di pelliccia e ha trascinato fuori un riflettore per creare un effetto ombra. Quando c'è stato un terremoto in Cile ha abbattuto la croce e dipinto una crepa per terra con lo spray. E' morta mamma e ha mascherato la croce da Morte e sul braccio orizzontale ha appeso le foto di mamma da piccola. Passavamo a salutarlo e trovavamo strani talismani della sua gioventù disposti ai piedi della croce; medaglie dell'esercito, biglietti del teatro, vecchie felpe, cosmetici di mamma. Un autunno ha pitturato la croce di giallo vivo. E in inverno l'ha coperta di ovatta per tenerla al caldo e fornita di prole piantando col martello sei mini croci in giardino. Ha passato pezzi di spago tra la croce e le mini croci e ha attaccato lettere di scusa, ammissioni d'errore, richieste di comprensione, tutto su cartellini scritti con mano affannosa. ha dipinto e appeso alla croce un cartello con la scritta AMORE, poi un altro che diceva PERDONARE? e poi è morto con la radio accesa e abbiamo venduto la casa a una giovane coppia che ha sradicato la croce e l'ha lasciata sul ciglio della strada perché la portasse via il camion dell'immondizia.    

sabato 26 ottobre 2013

Il libro di Fini e la "pace" futura con i colonnelli





Annalisa Terranova

Visto il libro di Gianfranco Fini. Sfogliato, più che altro. Ma qualcosa già si intuisce, più di qualcosa anzi. Innanzitutto sono importanti le conclusioni, là dove Fini fa esplicito riferimento ai tentativi in atto di rifondare la destra e propone un orizzonte problematico a questo schieramento di “reduci” che si rimette in cammino per incollare i cocci. Guardare al futuro, fare i conti con il berlusconismo, superare le rozze contrapposizioni del passato, ragionare sulla partecipazione. Cose non nuove, del resto. Colpisce il tono sbrigativo con il quale si assolve l'ex classe dirigente della destra il cui unico peccato non è stato certo solo quello di lasciarsi sedurre dal Cavaliere. Non si risponde alla domanda di fondo: possono essere ancora quelli gli uomini adatti per rifondare la “cosa” di destra? E che fine ha fatto la messa in discussione dell'etichetta di destra che pure timidamente Fini con Fli aveva intrapreso? Il fatto che abbia scelto di sorvolare su questo fa comprendere che in realtà l'ex leader di An guarda con grande interesse ai movimenti in atto in quella che fu l'area della destra e che il mio sospetto che il libro servisse non a chiudere i conti con i colonnelli ma in realtà a riaprirli era assolutamente fondato. La seconda cosa che colpisce è infatti l'esiguo spazio dato a Fli, che finisce con il coincidere solo con l'avventura dei parlamentari che lo seguirono nella scelta scissionista antiberlusconiana dopo la cacciata dal Pdl. Il fatto di aver fatto coincidere Fli con il destino dei parlamentari finiani è stato il vero grande limite di quel progetto politico. Fini lo sa benissimo ma evita un ragionamento su questo aspetto. Butta a mare, dunque, le ambizioni di quel progetto, comprese quelle venature “eretiche” che lo avevano reso interessante anche agli occhi di chi, già nelle file del Msi, contestava il recinto – soprattutto culturale – della destra e auspicava sintesi nuove all'altezza dei tempi. Penso che questa scelta di Fini sia voluta e consapevole: non a caso nel libro evita accuratamente di citare tutti i nomi di coloro che più si sono spesi per dare al progetto finiano caratteristiche di avanguardia oltre la destra, i nomi, per essere più chiari, compromessi con il percorso rautiano o con quello della nuova destra. E' una scelta funzionale alla “pace” futura che si siglerà tra i reduci di cui parlavo all'inizio, i rifondatori di una casa comune che loro stessi, con diverse responsabilità, hanno contribuito a demolire, una casa che al tempo stesso non corrispondeva più – a mio avviso già dieci anni fa – alle reali necessità di un elettorato maturo e consapevole della caduta delle contrapposizioni novecentesche. Una scelta che ha accantonato la sfida più interessante che Fli poteva incarnare, e cioè di essere una destra oltre la destra. Per questo, le conclusioni del libro di Fini mi sembrano in singolare sintonia con un certo “racconto” che si va facendo dell'avventura finiana, che sarebbe stata rovinata e deturpata da quelli che stavano con Fini da posizioni di sinistra e che intendevano guardare al di là della triade Dio-patria-famiglia. Sarebbero stati loro, con le loro fughe in avanti, con le loro logiche incomprensibili per l'elettorato di destra, a rovinare tutto. Insomma, come dice La Russa, tutta colpa di quelli che sembravano usciti da una sezione di Rifondazione. Fini sa bene che non è così (e anche La Russa lo sa) ma, per convenienza, per pigrizia e perché in fondo ognuno ha la sua storia, sposa con il suo silenzio questa “narrazione”. Così tutto torna a posto: Fini, i colonnelli, l'elettorato di destra, i finiani non trasgressivi, i berlusconiani pentiti. E quelli che rovinano sempre tutto andranno a fare guai altrove perché, diciamolo chiaramente, la rifondazione della destra è un po' noiosetta. Futuro e libertà ha avuto almeno accenti di “eresia” - vedi l'esperimento di Latina - che rendevano l'avventura un po' divertente. Cancellati quelli, dell'avventura finiana resta ben poco da salvare. Almeno per chi scrive. 

mercoledì 23 ottobre 2013

Annotazioni di Nietzsche a proposito dell'invidia



Pubblichiamo un estratto di uno scritto giovanile di Nietzsche del 1863 a proposito dell'invidia oggi disponibile per il lettore italiano nel libro appena edito da Elliot con il titolo "Può un invidioso essere felice?"


Friedrich Nietzsche

E' dunque un errore della conoscenza che si ha della propria interiorità desiderare di trovarsi nelle condizioni esteriori altrui, nella convinzione che su questo nuovo terreno saremmo più felici: a questo desiderio è connessa l'invidia per la felicità degli altri. L'invidia vorrebbe allontanare coloro che sono felici dalla propria condizione, e a tal fine cerca ragioni con perfida sofisticheria. Essa, quindi, è un errore della natura cognitiva e di quella morale.

E' un errore della natura cognitiva. E' segno di una natura forte riconoscere nelle cose una ininterrotta catena di cause ed effetti non pensando semplicemente che seminare basti a produrre frumento, ma estendendo le medesime leggi anche alla vita umana e alla storia dei popoli. Ma l'invidioso, come, in generale, ogni uomo egoista e miope, vedendo emergere le cime dei monti dalle nuvole crede che esse fluttuino, isolate,nell'aria, mentre un osservatore più acuto intuisce che esse sono legate a qualcosa, seppure in modo nascosto, e comprende che sono i punti più elevati di una catena montuosa. Agli invidiosi la felicità e l'onore appaiono sotto l'involucro esteriore della ricchezza e dello splendore, dell'acclamazione pubblica e delle lodi dei giornali. Attraverso queste circostanze casuali, che accompagnano una felicità e una fama spesso solo apparenti e raramente reali, essi non riescono a vedere il cuore delle cose. E qual è questo cuore? Cos'è la felicità? Cos'è l'onore?

Come ogni bellezza deve essere organica, come ogni aggiunta ornamentale è soltanto una mostruosità, così anche la felicità e l'onore devono sorgere dallo stesso tronco che poi adorneranno; ci vuole la forza dell'albero fresco e giovane perché i fiori sboccino, ed essi cadono subito quando la linfa che li ha prodotti si esaurisce. Ammettiamo che il destino regali a un invidioso quello che egli guardava con occhi avidi: esso gli si avvinghierebbe come un'escrescenza inorganica, gli succhierebbe le forze, ne logorerebbe la volontà, lo ingannerebbe con nuove, splendide illusioni, verso le quali si volge, bramosa, la sua anima (...). 

L'invidia è anche un errore della natura morale. E' una malattia che corrode costantemente l'anima; non come alcune fragilità che lasciano intatto il cuore buono e sembrano solo danni esteriori, conseguenze di malanni fisici o di irritazioni intellettuali. L'invidia non è associabile all'amore e senza amore non vi è un buon carattere. Anzi, l'invidia è sotto molti aspetti opposta all'amore, ancor più dell'odio. L'invidia lavora con la rabbia e con il risentimento, l'amore con una lieta calma; i frutti degli sforzi dell'invidia hanno sempre qualcosa di bieco e spiacevole. Lo sguardo dell'invidioso, che deforma tutto e tutto comprende in modo distorto, ritrova anche nei propri successi i segni di questa insoddisfazione. Esiste una patologia per cui dei bambini tendono ad appagare il loro appetito ricorrendo ad alimenti non commestibili, allo stesso modo l'invidioso pretende continuamente cose che sembrano dargli soddisfazione, ma che, in fondo, accendono sempre più la sua arsura interiore.  

martedì 22 ottobre 2013

Cronache da Galatina: che strano effetto che fa, torna An sui muri della città...



Pierantonio De Matteis

Lo confesso. Fa uno strano effetto vedere quel simbolo affisso sui muri della mia Città. E fa uno strano effetto non tanto perché per la prima volta da non so quanto tempo quel manifesto non è stata preceduto da un bollettino da me stesso portato all’ufficio affissioni. Non è il fatto che qualcun altro abbia affisso quei manifesti a determinarmi questa strana sensazione. E’ piuttosto la pseudo-pretesa, da parte dell’autore (che poi non è anonimo) di voler “scongelare” un simbolo appartenente al passato, ad una storia chiusa, finita, archiviata. E non scenderò nel dettaglio, non dirò di cose, secondo me, sia finita quella storia, su quali siano le responsabilità e quali i responsabili e non dirò nemmeno se penso sia stata un bene o un male quella fine. E’ solo che è finita, e tocca prenderne atto. Si può analizzare, discutere, accusare anche… ma l’unica cosa che non si può fare è far finta di nulla e mi pare che la richiesta di scongelare il simbolo sia esattamente questo: far finta di nulla. Far finta che questi ultimi cinque anni non ci siano mai stati, che nulla sia successo. 

Prendete Galatina ad esempio. Quella richiesta di scongelamento pretende di far finta che nulla sia successo nella comunità politica di AN. Una comunità che esprimeva un sindaco, due assessori, un presidente del consiglio comunale, cinque consiglieri, 2500 voti (a volte 3000), l’unico vero movimento giovanile cittadino, una credibilità politica certamente sopra la media cittadina. E che oggi ha dato vita ad una diaspora senza precedenti. Chi, rimasto nel partito del padrone, è tornato in consiglio; chi, ribellandosi alle logiche politiche imperanti, è stato sbattuto fuori dai giochi politici; chi, non avendo voce nei partiti, si è dato al civismo; chi del civismo si è già stancato; chi ha cambiato quattro partiti ed è stato anche sindaco di Galatina con pessimi risultati amministrativi; chi ha cercato fortuna altrove vantando una purezza e una credibilità che solo quella passata appartenenza gli attribuivano; chi… chi… chi… E tra tutti loro un velo di recriminazioni, di fraintendimenti, di ambizioni personali che fanno sì che il tutto si giochi sempre senza uno straccio di idea. Ora, immaginate tutta ‘sta gente insieme. Voi ce la vedete? Voi ve la immaginate una riunione con tutti ‘sti galli… con tutte ‘ste primedonne… con tutti ‘sti generali… senza esercito? Lasciate perdere, verrebbe da gridare loro. E’ finita. Stavolta è proprio finita.

Che bella la nuova categoria presentata da Finkielkraut: il politicamente abietto...



Annalisa Terranova

Si chiama Alain Finkielkraut e rischia, qui da noi, di diventare il paladino più popolare dell’anti-politicamente corretto. Se è per questo rischia pure di essere guardato come intellettuale di riferimento della destra francese di Marine Le Pen. Il che non è un buon viatico visto che questo intellettuale, ebreo, è un pentito della “gauche”. Ora è uscito un suo libro “L’identità infelice” che in Francia scala le classifiche. Ne ha parlato giorni fa il Corriere, osservando che potrebbe anche essere una sorta di manifesto del lepenismo. E questo perché Finkielkraut si interroga sull’essere francesi nell’epoca dell’assimilazionismo, ultimo stadio di un multiculturalismo che porta la Francia a guardare con indifferenza all’individuo francese, eterosessuale, cattolico. Un individuo “superfluo” cui appunto non resterebbe altro che l’identità infelice. Raggiunto dal Foglio, testata così attenta a ciò che si sperimenta Oltralpe, Finkielkraut spiega: “Sotto il principio della non discriminazione, la Francia sprofonda voluttuosamente nell’indifferenziato. In un’uguaglianza totale. L’identità non è un determinismo. Ma la diversità è idilliaca soltanto nei supermercati” (l’articolo, a firma di Giulio Meotti, è uscito sabato 19 ottobre). Pone problemi, insomma, non ricette. Problemi dai quali, si presume, si esce con una riflessione collettiva e non chiudendo, vietando, censurando, cacciando. Perché se c’è un’altra cosa che non va giù al teorico delle identità infelici è che l’estrema destra si sia arrogata il diritto di parlare a nome di chi sente con maggiore profondità il tema. In Francia, ovvio, perché in Italia siamo ai balbettii contro la Kyenge, ai manichini insanguinati, alla bandiera dello ius sanguinis in un paese diventato nazione (e non proprio in modo limpidissimo) solo alla fine dell’Ottocento. Finkielkraut non ci tiene ad essere il teorico del Front National: “Sono infrequentabili”, puntualizza. La sua autorevolezza, dunque, è data dall’essere un pentito del pensiero unico della sinistra. Ma c’è infine un’altra cosa molto interessante che Finkielkraut dice al Foglio: “Il confine tra politicamente corretto e politicamente abietto è molto sottile”. Verissimo. E’ politicamente corretto, per esempio, indignarsi se si fa di Erich Priebke un simbolo. E’ politicamente abietto invece dire, come ha fatto Nicola Zingaretti, che sputare sulla sua salma è una bella pagina di cittadinanza attiva. Ma attenzione ad abbracciare con ardore tutto ciò che sa di politicamente scorretto, a farne il paravento sotto il quale riparare ogni insulto, ogni trasgressione verbale, ogni vocabolo della lingua neocinica. Anche passare dal politicamente scorretto al politicamente abietto è molto facile. Sul punto c’è un esempio ancora fresco: la puntata sperimentale di Radio Belva, con il suo cattiverio trash. L’infelicità, infatti, non proviene solo dalla mancanza di identità ma anche, ahinoi, dalla mancanza di civiltà. 

Storia del Secolo: quel fascista inviato alla corte di Kennedy...



Luciano Lanna

Il 1963 è l’anno dell’uccisione di John F. Kennedy e, in Italia, del primo governo di centrosinistra, due eventi che conteranno – e non poco – anche per il Msi e per il Secolo.  Intanto un cenno alla percezione che si aveva all’epoca del presidente americano. Se alla fine del Novecento i Kennedy verranno inseriti tra le icone progressiste, nei primi anni Sessanta JFK, primo presidente cattolico degli Stati Uniti, deciso anticomunista, protagonista dello scontro su Cuba e famoso per il discorso a Berlino, non veniva certamente considerato come un personaggio di sinistra. Basti ricordare che il suo bestseller “Ritratti del coraggio”, premio Pulitzer negli Usa, venne tradotto da noi dalle Edizioni del Borghese di Mario Tedeschi e Claudio Quarantotto come anche l’altro suo libro “Perché l’Inghilterra dormì”.
Allo stesso tempo, un giovane deputato missino di Palermo, Angelo Nicosia, era introdotto nello staff dei Kennedy sin dalla campagna elettorale che portò John alla Casa Bianca. Nicosia, che oltretutto scriveva sul Secolo, vi era stato introdotto da un suo amico, d’origine siciliana e reduce dalla Rsi, Philip Cordaro, il quale nel 1959 aveva anche pubblicato il libro “Kennedy”. Ha raccontato Luigi Battioni, ex dirigente missino e giornalista: “I servizi segreti e il governo dell’epoca impazzirono quando Ted Kennedy venne in Italia in visita ufficiale, mentre John era il candidato democratico alla presidenza, facendosi accompagnare ovunque proprio dall’amico Nicosia. I giornali riferivano di questa costante presenza. Una volta, presentato il giovane Kennedy al presidente italiano della Camera, era Giovanni Leone, Nicosia aveva ritenuto doveroso ritirarsi, ma Ted non ne volle sapere e chiese ripetutamente del congressman amico, fino a riaverlo al suo fianco…”.
Tutto questo per dire che non solo non ci sono sulle pagine del Secolo di questi anni critiche a Kennedy ma, per molti versi, il personaggio viene sempre circondato da grande attenzione. Quello che invece preoccupa il Secolo è la fine dei governi italiani supportati dal Msi, dopo l’esperienza di Zoli e Tambroni, e l’avvio già nel 1962 del monocolore Dc guidato da Amintore Fanfani con la partecipazione di Psdi e Pri e l’astensione del Psi. Quel governo, infatti, attuò la nazionalizzazione dell’energia elettrica e patrocinò la nascita dell’Enel ponendosi in continuità con la politica energetica di Enrico Mattei (che morì nell’incidente aereo del 27 ottobre 1962) e in contrasto con gli interessi di altri protagonisti dell’economia dell’epoca. In quella fase infatti, esclusi i comunisti i cui finanziamenti provenivano o dalla rete delle cooperative o dall’Est, i partiti e i giornali facevano riferimento o all’Eni, o alla Fiat o all’imprenditore Pesenti. La Confindustria in quanto tale non incideva all’epoca più di tanto e fungeva più che altro come punto di mediazione. L’ingegner Pesenti, proprietario dell’Italcementi e della Lancia, era l’avversario di Mattei e della Fiat ed era, politicamente, il finanziatore del Msi, del Pli di Malagodi, della Cisnal, di qualche esponente della destra democristiana e, per quanto riguarda i giornali, aiuterà La Notte di Milano, Il Tempo di Roma e il settimanale Lo Specchio. Arturo Michelini, che al congresso del 1963, viene confermato segretario del Msi, era una sorta di suo consigliere politico.
Nella primavera del 1963 si svolgono le elezioni politiche che allontanano l’ipotesi dell’alleanza Msi-Pli da Michelini proposta a Malagodi e spingono verso un esplicito governo di centrosinistra con dentro i socialisti di Pietro Nenni. In questo contesto, dal 2 al 4 agosto, si svolge all’Eur il settimo Congresso del Msi che porta alla conferma di Michelini e segna la rottura con la sinistra di Almirante che, con un abile colpo di mano del segretario, verrà estromessa anche dal Secolo d’Italia. Il giornale era infatti di proprietà del senatore Franz Turchi, molto vicino ad Almirante, ma Michelini convince Pesenti ad acquistare la tipografia e a corrispondere ai Turchi quanto chiedevano per impossessarsi direttamente del quotidiano che nel frattempo si era spostato in via Milano. Franz Turchi ci sta e chiede solo, per contratto, che sulla testata dovrà sempre apparire accanto alla gerenza la dicitura “Fondatore Franz Turchi”. Il 6 agosto, con un trafiletto pubblicato in prima pagina, il Secolo annuncia che il segretario del Msi “assume provvisoriamente l’incarico di direttore politico del quotidiano”. A questo punto non è che il Secolo diventa l’organo del partito, ma ci siamo vicini. Michelini licenzia immediatamente Almirante che deve sgomberare la sua scrivania e lasciar posto a Nino Tripodi. I ringraziamenti di rito del neodirettore in prima pagina sono per il fondatore Franz Turchi e per i direttori che lasciano: Almirante e Anfuso. La sconfitta degli almirantiani è totale. Anfuso morirà il successivo 13 dicembre nell’infermeria di Montecitorio, dove è stato portato dopo essersi sentito male al termine del suo discorso sul nuovo governo di centrosinistra guidato da Aldo Moro. E con Michelini arriveranno nuovi redattori e nuovi nomi…

Un racconto di Saunders che fa pensare a Bradbury



Annalisa Terranova

La fantascienza non mi interessa. Un mio limite, certamente. Letto Ray Bradbury – uno pensa – che altro c’è da leggere? Tantissimo, di sicuro, ma non per una che come me non ama il genere. Invece mi arriva per caso tra le mani un libro di racconti di George Saunders, Dieci dicembre. E per caso porto il libro con me in viaggio. Una scoperta. Non tutti i racconti sono di fantascienza, tra l’altro. Saunders ha una scrittura che rapisce, qualunque cosa metta in scena. Un tentativo di stupro o la vita subumana di una famiglia disadattata.  Ma c’è un racconto, Fuga dall’aracnotesta, che eguaglia e forse supera il mio Bradbury.

Il ragno è la forma che assumono una serie di laboratori dove si testano sostanze che aumentano o diminuiscono le emozioni. Dove sta la testa del ragno c’è il regista che fa le domande alle “cavie”. Le cavie sono persone che hanno commesso crimini efferati e dunque li si “rieduca” rendendoli utili alla società… Il protagonista del racconto che mi ha folgorato deve provare una “flebo” di una sostanza che lo fa innamorare. La prova due volte, con due donne diverse. E tutte e due le volte gli sembra di amarle tantissimo, perdutamente e per l’eternità. Invece poi gli iniettano l’antidoto e il grande amore svanisce. La “lei” tanto amata diventa poco più di un’estranea. Gli amplessi appassionati sbiadiscono nel ricordo di faticosi corpo a corpo. Bene, si congratula il regista dell’esperimento. Non uno cattivo, ma un esecutore di ordini. Un servitore della scienza. Un burocrate del protocollo. Bene, benissimo: se uno perde la testa per amore d’ora in poi ci sarà il rimedio adatto per lui. Ma gli esperimenti sono crudeli. Per verificare che il nostro protagonista sia davvero disamorato delle sue partner gli viene chiesto di fare una scelta dolorosa: a chi delle due somministrare una sostanza talmente depressiva da indurre al suicidio. Il nostro non vuole scegliere. Gli si ricorda perché si trova lì. Ha ucciso con una sassata alla testa un compagno che lo sfotteva. Deve riabilitarsi, certo. Ma non vuole scegliere. Ha ammazzato una volta ma ora non gli va di uccidere più nessuno. Allora occorre spiare la sua reazione mentre una delle due, anche se lui non l’ha scelta, in preda a un fiume nero di infelicità soffre e si contorce. Poi toccherà all’altra. E allora lui pensa a sua madre, a sua madre disperata per la sua sorte, sua madre che fa le pulizie canticchiando per farsi coraggio. E sceglie, stavolta. Sceglie di fuggire. E la morte, per lui, può somigliare al volo libero degli uccelli.   

venerdì 18 ottobre 2013

Storia del Secolo: la questione Alto Adige e una musulmana in redazione...



Luciano Lanna

All’inizio degli anni Sessanta sono i ragazzi della Giovane Italia ad avere l’egemonia incontrastata nei licei e nelle scuole italiane. Già nel 1956 con i fatti d’Ungheria erano stati gli studenti di destra a portare in piazza migliaia e migliaia di ragazzi e a fare in modo che le scuole e le università diventassero deserte. E sarà così anche, tra il 1961 e il 1963, per i fatti dell’Alto Adige. Lo ha raccontato anche un testimone non di parte come il futuro cantautore Antonello Venditti, il quale nell’autunno del ’63 si iscrive al quarto ginnasio presso il liceo romano Giulio Cesare: “Era già luogo di tensioni e di avanguardia ma non non mi accorgevo ancora di nulla… Così scoprii che in classe mia c’erano i fascisti, c’erano i liberali, c’era gente che la pensava in modi diversi. La mia è stata la prima scuola ad avere la polizia davanti, le prime scritte nere sui muri. Era una zona di destra: nel versante sud (piazza Istria e piazza Annibaliano) fino al 1966 agivano soltanto la Giovane Italia e i giovani liberali. E mi resi conto di tutto ciò con la vicenda del Tirolo. Fui fermato davanti ai cancelli, reclutato dalla Giovane Italia e portato in corteo. Tutti gridavano: ‘Il Tirolo a noi!’…”. In effetti, da due anni la questione era scottante. I terroristi altoatesini, che volevano l’annessione dell’Alto Adige all’Austria, avevano iniziato una campagna a suon di attentati dinamitardi. Il 29 gennaio 1961 era stato fatto saltare il monumento equestre al genio del lavoro italiano; il 12 giugno dello stesso anno ci fu la cosiddetta “notte dei fuochi” quando vennero fatti saltare ben 42 tralicci dell’alta tensione; stessa cosa il 13 luglio con l’attentato a otto tralicci. Quelli del Secolo mandano subito un inviato, che scriverà diversi reportage dall’Alto Adige. 

E’ il giovanissimo Gino Agnese, un ragazzo di Napoli che aveva iniziato il suo praticantato nella redazione del Secolo nel luglio del 1960, anche se già da due anni collaborava da Napoli alla redazione della pagina partenopea che veniva allestita con la collaborazione di Gianni Roberti e un giornalista come Vittorio Paliotti. Bisogna ricordare che Roberti era un importante parlamentare napoletano, oltre che un accademico e un giuslavorista di vaglia, così come napoletano era Franz Turchi, allora proprietario e anche direttore del giornale. Quando il giovane Gino ha appena vent’anni, arriva in redazione e vi trova un gruppo di oltre trenta giornalisti, molti dei quali di grande professionalità. C’era Luigi Mosillo, unico esperto di economia che poi andrà alla Rai e quindi All’AdnKronos; c’era Nunzio Candeloro, grande frequentatore la sera di via Veneto e che fu il primo giornalista italiano a scoprire e lanciare Mina (in seguito andrà al Messaggero); c’era Pino Passalacqua, che diventerà un importante critico cinematografico; c’era il capocronista Enrico Camaleone; c’era il giornalista sportivo Ernesto Mezzabotta; c’era Ferruccio Albanese, che dopo qualche anno a Lo Specchio andrà anche lui al Messaggero; capo degli Interni era Silvano Drago, un profugo istriano. Accanto a questa pattuglia redazionale arrivarono quindi tre giovanissimi: Gino, Ottorino Gurgo e Mario Caccavale. Gurgo uscì a far scrivere sul giornale anche la sua fidanzata, e poi futura moglie: Ajla Kamil, una ragazza il cui padre era un importante personaggio egiziano che aveva dovuto lasciare il suo paese dopo la presa del potere da parte di Nasser e il cui nonno era un esponente della classe dirigente turca ottomana. La ragazza collaborò per qualche anno scrivendo di Medio Oriente e di quella realtà musulmana che rappresentava l’identità della sua famiglia.


“Io – racconta Agnese – ero il più giovane di tutti e oltre a fare l’inviato quando serviva, come fu per l’Alto Adige, scrivevo corsivi e cominciavo a suggerire innovazioni grafiche…”. E i suo ricordi sono forti: “Ogni sera arrivava il direttore-fondatore, passeggiava per la redazione e si sentiva ripetere: ‘Buonasera, senatore’. Mentre quando stava nella sua stanza Turchi chiamava Almirante con il campanello e allora si sentiva la voce del futuro leader missino: ‘Franz, mi hai chiamato?’. Era, il nostro, un vero giornale e lo dico anche alla luce della mia successiva esperienza al Tempo di Angiolillo…”. Ma il personaggio più affascinante è, stando ai ricordi di Agnese, senz’altro il terzo direttore: Filippo Anfuso: “Elegante, di gran classe, abitava sopra il caffè Rosati di piazza del Popolo. Si diceva che Vitaliano Brancati si fosse ispirato a lui, che era stato legionario fiumano, giornalista, poi ambasciatore, per descrivere il protagonista del suo romanzo Il bell’Antonio. Anfuso scriveva ogni giorno un corsivo e anche un articolo di politica estera, ma senza firmare, non ci teneva…”. L’ultimo ricordo di Gino Agnese per quanto riguarda questi anni è la sottovalutazione e la scarsa considerazione che al giornale si ebbe per il Concilio Vaticano II, che era stato annunciato da Papa Giovanni il 25 dicembre 1961 con la costituzione apostolica Humanae salutis e indetto l’11 ottobre 1962. “La cosa paradossale – aggiunge Agnese – è che Franz Turchi proprio per questo evento assunse al giornale un vaticanista, Alvise Artissi, col solo effetto di provocare le gelosie e il risentimento di tanti redattori che si sentirono scavalcati. Ma fatto sta, comunque, che del Concilio, a cominciare dall’esperto assunto, noi non ci capimmo niente…”.

giovedì 17 ottobre 2013

Il negazionismo e il senso di colpa della destra

Riprendiamo questo estratto da un libro del filosofo Costanzo Preve pubblicato sulla rassegna stampa di Arianna editrice. Si tratta di un brano significativo e condivisibile sulle origini "psicologiche" del negazionismo


Costanzo Preve


Con il termine di "negazionismo" si intende quell'insieme di posizioni storiografiche che intendono negare lo sterminio ed il genocidio degli ebrei da parte di Hitler e dei nazisti. A rigore, un negazionismo completo è storiograficamente impossibile, per la mole gigantesca di dati e di testimonianze, ed allora questo negazionismo ripiega ipocritamente su trincee di relativizzazione, contestualizzazione e minimizzazione. Gli argomenti dei negazionisti sono diversi: certo, non neghiamo che moltissimi ebrei siano morti, ma non sono certo sei milioni, l'uso delle camere a gas non è quantitativamente compatibile con il numero degli internati, non è stato Hitler a volere le uccisioni ma Goebbels (o viceversa), il progetto originario era di semplice internamento e di campo di lavoro, eccetera, eccetera. Il negazionismo si presenta virtuosamente come una semplice tendenza storiografica "veritativa", ma non è un caso che molto spesso il vecchio antisemitismo sbuchi fuori qua e là, con vari riferimenti al complotto mondiale delle banche ebraiche che si sono consociate per non far affiorare la verità sui campi di lavoro di Hitler.




Personalmente sono d'accordo con l'impostazione e con le argomentazioni di Pierre Vidal-Naquet "Gli assassini della memoria". L'analisi del negazionismo resta l'anatomia di un falso, e pertanto con i negazionisti non ci si può confrontare seriamente, non certo perché lo impedisce il "politicamente corretto" (lo stesso Chomsky si è a suo tempo battuto per il diritto dei negazionisti a dire pubblicamente ciò che vogliono dire), ma perché quello dei negazionisti è un circolo vizioso autoreferenziale. Vidal-Naquet mostra in modo molto acuto ed intelligente che la moda negazionista presuppone largamente il decostruzionismo della verità e la derealizzazione del mondo storico. Si tratta di un discorso su di un discorso più che un discorso su di una realtà accertabile e documentabile: il presupposto è che gli ebrei hanno inscenato la "truffa del secolo", e tutti i fatti vengono interrogati solo sulla base di questo presupposto metodologico unilaterale. Non si tratta di storiografia seria, ma solo di un interessante sintomo ideologico. A mio avviso tutto il negazionismo rappresenta nell'essenziale una manifestazione del complesso di colpa della "destra" europea dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. La destra si trova nella scomoda posizione di non poter in alcun modo rivendicare il nucleo metafisico forte del progetto di Hitler, l'antisemitismo redentivo, per il semplice fatto che questo progetto è assolutamente ingiustificabile, indifendibile ed imperdonabile non solo alla luce della tradizione religiosa e filosofica occidentale (di cui rappresenta la negazione radicale), ma anche alla luce del comune buon senso e del comune sentimento morale. L'impossibilità di poter rivendicare lo sterminio pianificato degli ebrei porta allora a negarlo, a negare che sia mai avvenuto, oppure a minimizzarlo nei numeri e nel significato, o infine a dire che si è trattato di una "conseguenza collaterale non voluta", esattamente come hanno detto mezzo secolo dopo i bombardatori etici ed umanitari delle vittime civili nel Kosovo e nella Jugoslavia massacrata. Si tratta di un raro esempio di omaggio reso dal vizio alla virtù. L'internamento e l'eliminazione degli ebrei nei campi di sterminio nazisti è un caso esemplare di evento totalmente ingiustificabile, cui è impossibile applicare l'ipocrita contestualizzazione bellica o il viscido giustificazionismo ideologico. Il negazionismo non può rivendicarlo e deve negarlo. Non appena questa sua negazione pseudostoriografica è falsificata da dati e testimonianze storiche incontrovertibili, il negazionista colto in fallo rovescia il tavolo da gioco su cui sta perdendo, cambia terreno e grida che analoghi campi di lavoro e di sterminio li hanno fatti anche altri, giapponesi, americani, russi, colonialisti, eccetera. Un ragionatore onesto capisce al volo che questo, vero o falso che sia, non è argomento, ma un "trucco di uscita" da una controversia insostenibile. Il fatto che nella socialdemocratica Svezia degli anni Trenta si sia praticata una eugenetica di tipo sterminazionista (fatto accertato oggi senza ombra di dubbio) non è un argomento per dire che allora Hitler ha fatto bene ad eliminare malati di mente, malati terminali ed handicappati. Il crimine morale e storico resta intatto al di fuori di ogni presunta contestualizzazione storica giustificativa, esattamente come avviene per i roghi e le torture degli eretici e delle streghe da parte della Santa Inquisizione e dei suoi ammiratori ed imitatori calvinisti. Questo comportamento obliquo dei negazionisti, che rivendicano ciò che cancellano e minimizzano ciò che negano, dovrebbe farci piacere, perché si tratta appunto di un involontario omaggio del vizio alla virtù. 






Ma le cose sono purtroppo più complicate. In breve, l'elemento filosoficamente più interessante sta nel fatto che il negazionismo antiebraico è oggi in Occidente la sola menzogna storica punita penalmente, mentre ogni altro tipo di menzogna storica e giornalistica è libera, e può essere praticata liberamente senza alcuna conseguenza penale. Non basta dire che il "negazionismo di Auschwitz" è troppo "grosso", ed a tutto c'è un limite. Bisogna riflettere sul perché questa sola menzogna storica (che io stesso riconosco ovviamente essere una menzogna integrale) è diventata un oggetto giuridico, e tutte le altre no. E come se si dicesse: potete mentire liberamente su qualsiasi oggetto storico, all'infuori di uno solo, in cui la menzogna è un reato penale, che verrà sanzionato giuridicamente. Come è possibile tutto questo? Non certamente perché la lobby ebraica è più forte delle altre. Considero questa spiegazione tautologica una forma di antisemitismo mascherato, e considero l'antisemitismo, in qualunque forma si presenti, una forma di sciocchezza storiografica ed epistemologica, oltre ovviamente ad essere un sintomo di corruzione politica e morale (in quanto paradigma razzistico e manifestazione di una concezione paranoica e complottiva del mondo). Occorre cercare altrove la ragione profonda della rilevanza penale del negazionismo del genocidio ebraico. Essa non può essere cercata che in oscuro complesso di colpa collettiva della cultura europea contemporanea. È noto, ad esempio, che il mondo giornalistico possiede quella particolare licenza d'uccidere che non ha nulla a che vedere con la libertà d'espressione, ma definirei in prima istanza il diritto assoluto alla manipolazione semantica continuata. Faccio qui solo due brevi esempi. In primo luogo, fra gli anni 1986 e 1992, la corporazione occidentale dei giornalisti definì sistematicamente "sinistra" coloro che in URSS volevano lo smantellamento dell'economia socialista e l'integrale introduzione del capitalismo (Eltsin, Yakovliev, Shevarnadze, eccetera). Si trattava di una manipolazione goebbelsiana, perché chiaramente si trattava esattamente del contrario, una manipolazione mirata ad un target di lettori di "sinistra", che sono quelli che leggono di più le pagine politiche dei giornali, mentre quelli di "destra" leggono preferibilmente i listini di borsa, le pagine sportive e la cronaca mondana. Eppure, nessuno pensò di tutelare giuridicamente i lettori da questa incredibile e reiterata menzogna goebbelsiana. Facciamo un secondo esempio. A proposito del Medio Oriente, da alcuni decenni viene obbligatoriamente definito "processo di pace" la pressione armata per imporre l'insediamento di colonie sioniste nella Palestina araba, e vengono definiti "terroristi" i patrioti palestinesi e libanesi che si battono sul loro territorio nazionale contro gli occupanti stranieri del loro territorio stesso. Si tratta di due manipolazioni semantiche reiterate quasi provocatorie nel loro essere frutto di una neolingua orwelliana, eppure nessuno tutela giuridicamente lo spettatore ed il lettore da questa vera e propria negazione del normale significato delle parole. Se io nego Gerusalemme Est ai palestinesi che ne hanno il sacrosanto diritto, ed unisco questa negazione con massacri continui, questo non è un "processo di pace", ma è ovviamente un processo di guerra. Eppure, qui la semantica non è giuridicamente tutelata, eppure nessuno parla di provvedimenti giudiziari. Sia chiaro che io non auspico assolutamente provvedimenti giudiziari di alcun tipo. Sarebbe ovviamente la fine di ogni giornalismo, anche di quello onesto e scrupuloso, ed è meglio subire una manipolazione semantica perfidamente nascosta che attivare terribili giurie penali ed amministrative.


Ma allora perché fare eccezione con l'infondato (e talvolta ridicolo) negazionismo storico? E evidente che la menzogna si difende con la verità, che alla lunga è sempre più forte della menzogna, ha migliori argomenti e dispone di migliori prove e documentazioni. Bisogna evidentemente ricorrere al complesso di colpa, che si manifesta sempre con forme contorte di rimozione. E la rimozione non è mai una buona consigliera.



*Costanzo Preve ne "Il Bombardamento Etico" (Editrice C.R.T., pp. 161-121)


sabato 12 ottobre 2013

A proposito del soldato Priebke: quel testamento avrebbe fatto meglio a non scriverlo




Annalisa Terranova

Se si lasciasse andare Erich Priebke col suo bagaglio insanguinato di fantasmi sarebbe la cosa migliore e più giusta. Questo frammento di un secolo impazzito tornerebbe alla polvere secondo le leggi di natura spegnendo ogni sete postuma di vendetta. Ma Priebke ha immaginato per sé un altro destino post-mortem, lasciando un testamento politico in cui giustifica la sua fedeltà agli ideali del nazionalsocialismo e nega l’esistenza delle camere a gas. Non l’estrema e ultima autodifesa di un “vinto” ma un atto d’accusa dettagliato contro le “menzogne” storiche che sarebbero state orchestrate dai vincitori per annientare definitivamente il popolo tedesco. Non un addio, ma l’atto prevaricatore di chi – nonostante tutto e a dispetto di tutto – vuole essere “simbolo”.
Bene, il mio personale parere è che questo è del tutto ingiustificabile e merita una vigilanza particolare all’interno di un ambiente che, ormai privo di riferimenti politici stabili visto che un partito di destra non c’è, è pericolosamente propenso a lasciarsi andare a subdole e distorte seduzioni. Perché Priebke negli anni Novanta era solo il vecchio milite contro il quale, per un superiore senso di pietà, era opportuno non infierire (così si espressero Vittorio Feltri e Massimo Fini) mentre oggi, nel 2013, è diventato il nazista non pentito, il soldato integerrimo, il vinto perseguitato cui tributare onori. Ora io esorto chiunque a destra abbia un minimo di coscienza a respingere con fermezza la tentazione di considerare Priebke un simbolo o un esempio, trattandosi solo di un oscuro gregario che ha eseguito un ordine disumano - di cui certo non era responsabile - senza alcun rimorso di coscienza. Solo il fatto che sia sopravvissuto così a lungo l'ha reso ingombrante testimone di un secolo ma questo stride di sicuro con l'effettivo ruolo storico svolto da Priebke. 

E dico di più: rimpiango il modo – sia pur troppo tiepido - con cui Gianfranco Fini ha cercato di estirpare dalla destra la tentazione dell’antisemitismo. Avrebbe dovuto essere molto più “severo”, molto più rigoroso e molto più attento. E mi dispiace di essermi, all’epoca, anche io rammaricata per le famose parole dette da Fini sul “male assoluto”. Non saprei infatti come altro definire un’ideologia che fa di un popolo il proprio nemico. Che cos’è il male infatti se non la negazione dell’imperativo morale formulato proprio da un tedesco, Immanuel Kant, e che così recita: “Agisci come se la massima della tua azione dovesse essere elevata dalla tua volontà a legge universale”? Poi, certo, ci sono state le semplificazioni sul fascismo italiano. Ma è un’altra storia. 

Qui si parla di un’altra cosa: dell’ebreo come nemico, anzi come Nemico con la maiuscola. Un principio intollerabile, un non principio, un’idea da condannare senza se e senza ma e che non può passare in nome del “diritto di critica” che Priebke invoca nel suo testamento.  Priebke ammette la persecuzione degli ebrei ma non lo sterminio con le camere a gas. Li tenevano nei campi, afferma, con grandi cucine e persino bordelli “per le loro esigenze naturali” (come se parlasse di gabinetti, incredibile…). Ecco: i campi non avrebbero dovuto proprio essere concepiti, i campi furono e restano un’aberrazione, l’idea di elevare un popolo a nemico principale è odiosa e da combattere. E una nazione come la Germania che ha dato i natali a veri e propri geni dello spirito europeo non può essere appiattita a generatrice di un’aberrazione (la colpevolizzazione collettiva del popolo tedesco è stata di sicuro una sopraffazione dei vincitori ma non sarebbe stata possibile senza le degenrazioni del nazionalsocialismo). Il testamento di Priebke perpetua solo un mare di equivoci, semina errori di prospettiva, diffonde la mala pianta dell’odio razziale. E stupisce, anche, l’atteggiamento acritico con cui Priebke torna a giustificare il suo passato, senza rendersi conto che è appunto trascorso un secolo, senza percepire che proprio lui, in quanto sopravvissuto, in quanto testimone di una tragedia, avrebbe dovuto dire tutt’altro e non ancora una volta pensare di trovarsi nelle condizioni dei giovani tedeschi che si arruolavano in massa nella prima guerra mondiale, lasciandosi andare all’ “ebbra temperie di rose e di sangue” (cito da Tempeste d’acciaio di E.Junger). L’assurda museificazione della weltanshauung servita in gioventù entra in quel testamento nella categoria del macabro.


Che cos’è questo alone eroico che si vuole vedere attorno a Priebke? A cosa somiglia la sua disgraziata esistenza? Viene in mente l’esempio del soldato di Pompei, abusatissimo nell’ambiente della destra, che nonostante si avvicini il fiume di lava aspetta immobile che gli diano l’ordine di muoversi. Bè è un esempio sbagliato e da respingere. Il soldato doveva muoversi, lasciare il suo posto e vedere di salvare se stesso e altre vite anziché irrigidirsi nell’attesa dell’ordine. Perché prima di essere un soldato era un essere umano. E Priebke è stato, al contrario, prima soldato e poi essere umano. E ciò non lo assolve, eticamente. E non lo assolve neanche l’infame strage di via Rasella (che infame resta, a dispetto delle sentenze che l’hanno giudicata “atto di guerra”). E non lo assolve neanche la tendenza giacobina a stabilire per legge quale opinione debba essere o no reato (la ricerca storica è essenziale alla memoria, non se ne può amputare una parte bollandola come negazionismo). Né assolve Priebke la tesi a mio avviso assurda dell’unicità specifica dell’Olocausto, che relega a massacri di serie B altri sterminii a danno di altri popoli. Tutto questo è fastidioso contorno rispetto all’essenza: Priebke è rimasto fino all’ultimo un nazista e nulla potrà da domani essere portato a giustificazione di una  destra che non mette in chiaro da subito e senza esitazioni che un personaggio del genere non può essere né un simbolo né un eroe. Lo si lasci tornare alla polvere. 

giovedì 10 ottobre 2013

Storia del Secolo: Genova 1960 e Genova 2001





Annalisa Terranova

I fatti del luglio 1960 a Genova sono noti: ci fu una sollevazione della piazza antifascista contro il congresso missino che avrebbe dovuto tenersi al teatro Margherita. Gli incidenti furono fatali per il governo Tambroni e per il timido esperimento di un centrodestra che fosse pienamente accettato dall’Italia del dopoguerra. I titoli del Secolo in quei giorni evocano la minaccia comunista: “Lo Stato capitola dinanzi alla teppa rossa. Non si terrà a Genova il congresso del Msi”. “Il Msi denuncia alla Nazione la grave minaccia comunista”. Titoli, intendiamoci, pienamente giustificati: solo dopo gli storici della destra italiana faranno fino in fondo i conti con quella vicenda. Per Adalberto Baldoni la sfida di Genova doveva essere evitata a priori, per Marco Tarchi quell’apparente insuccesso finì con il rafforzare la segreteria Michelini: alle amministrative del novembre 1960 la Fiamma compie un grosso balzo in avanti che la porta vicina ai due milioni di voti. 

Quarant’anni dopo, al G8 del 2001, la storia sembra ripetersi: il centrodestra al governo si gioca la sua immagine (anche se l’evento è stato pianificato dal governo precedente). Anche quella sfida fu persa: prima per la morte di Carlo Giuliani, poi per la vergognosa vicenda della Diaz.
Quando Giuliani fu ucciso nella redazione del Secolo eravamo in pochi: ricordo che fu affidato a me un fondino di commento a quella tragedia. Io rifiutai di scrivere che Giuliani aveva avuto ciò che meritava, come alcuni redattori pensavano e pensano. L’allora vicecaporedattore Pino Rigido era d’accordo con me. Scrissi che il morto poteva anche essere un poliziotto ventenne, ma che la morte di un ventenne è sempre una sconfitta, che quell’assurda guerra andava fermata e che i colpevoli non erano solo i black bloc perché la gestione della piazza era stata irresponsabile. Fu doloroso vedere Fini in tv difendere le forze dell’ordine e giustificare quella giornata disastrosa (tra i tanti strappi che ha fatto non ha mai detto di avere compiuto l’errore di essere andato in quei giorni alla questura di Genova, accompagnato dal deputato di An ed ex carabiniere Filippo Ascierto). Fu uno scempio il silenzio del Secolo sulla Diaz e quindi la sua giustificazione per bocca di Ascierto.. Fu una regressione considerare i no global tutti di sinistra dimenticando centinaia di pagine di Alain de Benoist contro il “mondialismo”. Ho sempre considerato demenziale da parte del Msi e poi di An la difesa d’ufficio e in ogni circostanza delle forze dell’ordine. Non perché detesti le forze dell’ordine ma perché non accetto l’idea di corpi separati con regole proprie rispetto agli altri comuni cittadini. Durante la direzione Perina-Lanna, dopo la sentenza per l’omicidio Sandri, ho potuto scrivere un articolo che si intitolava “Quando non è più possibile dire arrivano i nostri” e che cominciava così: “Non è un Paese normale, né civile, quello in cui se a compiere un delitto è un uomo in divisa scatta una sorta di rete di protezione, una cortina fumogena di mistificazione, che si conclude con una pena irrisoria nei confronti del singolo che ha infranto la legge. Non è un Paese normale né civile perché in questo tipo di Paese chi ha una divisa ha la missione di tutelare le persone e non di offenderle, di prevaricarle, di ucciderle”. Un articolo che, a proposito di Genova e dei fatti della Diaz, ristabiliva le giuste proporzioni e restituiva un po’ di onore a una destra che non era stata capace neanche di prendere le distanze (e ancora abbiamo visto sul caso Aldrovandi esponenti di questa stessa destra difendere i responsabili ormai condannati): ”In ogni caso, alle forze dell’ordine non dovrebbe appartenere il concetto di vendetta che ci fu e che fu messa in pratica nella caserma Bolzaneto, dove venivano portati i manifestanti fermati, picchiati e umiliati, insultati e costretti ad abbaiare o stare in piedi su una gamba sola. E vendetta ci fu con l’irruzione della polizia alla scuola Diaz, di notte, dove dormivano i militanti del Genoa Social Forum. Scene da “macelleria messicana” ebbe a dire un poliziotto, Michelangelo Fournier, che all’epoca dirigeva la missione punitiva in seguito ripudiata. Ovviamente furono trovate molotov, peccato che ce le avessero portate gli agenti stessi, per giustificare la mattanza. Il tragico cerchio di errori, di eccessi, di deviazioni da quello che dovrebbe essere il normale comportamento degli uomini in divisa, addestrati per tutelare i diritti dei cittadini e non per violarli, si chiude con il caso Sandri. La pena irrisoria inflitta all’agente Spaccarotella dimostra ancora una volta che la giustizia diviene magicamente strabica quando si tratta di punire il responsabile di un delitto se quel responsabile si fregia dell’appellativo di membro delle forze dell’ordine. Si replicherà: una mela marcia non pregiudica la bontà dell’intero frutteto. Ma se il contadino anziché buttarla via la spaccia come buona e genuina, su tutta la merce grava il sospetto di avarìa”.