lunedì 30 dicembre 2013

Storia del Secolo. In tipografia lavorava l'autore di "Faccetta nera"



Annalisa Terranova

Quando nel 2002 il Secolo celebrò il suo cinquantesimo compleanno fu redatta un’edizione speciale e i giornalisti si riunirono a cena con i direttori e gli ex direttori. All’epoca il giornale aveva due direttori: Gennaro Malgieri e Marcello Staglieno, che veniva dal Giornale di Montanelli e che al Secolo aveva portato come collaboratore il segretario di Togliatti Massimo Caprara. Fu Staglieno, a cena finita, a voler cantare “Faccetta nera” purché la prima strofa fosse intonata da una “gentile signora”, che poi ero io. Quella canzone in ogni caso è intrecciata alla storia del Secolo perché chi ne aveva scritto le parole, Renato Micheli, aveva lavorato alla tipografia del giornale in qualità di “proto”, termine tecnico per indicare il supervisore che alla fine licenzia le pagine per la stampa. 

Micheli arrivò al Secolo all’età di 40 anni e ci restò fino al 1974 quando con la sua liquidazione e qualche altro risparmio acquistò una piccola tipografia in via di Torpignattara per creare il giornale di cultura romanesca “La Boccaccia” dove scrisse anche Aldo Fabrizi, unico vip con Montanelli a partecipare ai funerali di Giorgio Almirante nel 1988. Al Secolo Micheli era una sorta di cimelio vivente, tanto che ogni volta che arrivavano ospiti in visita al quotidiano Franz Turchi li conduceva in tipografia, chiamava Micheli e lo presentava con orgoglio: “Ecco, lui è l’autore di Faccetta nera…”. La canzone venne inizialmente scritta in romanesco per la festa di San Giovanni nel 1935, musicata da Mario Ruccione e lanciata dal cantante Carlo Buti al teatro Capranica. La prima versione dunque faceva così: “Si mo’ dall’artipiano guardi er mare/ moretta che sei schiava tra le schiave/ vedrai come in un sogno tante nave/ e un tricolore sventolà pe’ te…”. Il regime poi la modificò con un testo simile a quello che tutti conoscono approvato dal ministero per la Stampa e Propaganda che vietò altre versioni anche se la gente cantava la versione originale il cui ritornello era “Faccetta nera, bell’abissina/ aspetta e spera che già l’ora si avvicina./ Quando saremo insieme a te/ noi ti daremo un’altra legge e un altro re”. Invece la versione di regime recitava: “Faccetta nera ch’eri abissina/ aspetta e spera – si cantò – l’ora è vicina/ or che l’Italia veglia su te/ avrai tu pure a imperatore il nostro re…”.  La canzone Faccetta nera, che indubbiamente favoriva accoglienza e integrazione verso la popolazione etiopica, fu durante il fascismo più famosa di “Giovinezza”, nonostante fosse una canzone di musica leggera e non un inno politico.

Il 31 dicembre del 1988 l’allora direttore Giano Accame la citò in un editoriale contro la destra xenofoba, suggerendo un atteggiamento di tolleranza verso gli immigrati: “La nostra educazione sentimentale – scriveva – si è alimentata anche con il popolarissimo motivo di Faccetta nera, con Mussolini che brandiva la spada dell’Islam, e non la tradiremo oggi per eccitare ondate di disprezzo e odio contro i vu’ cumprà”. L’editoriale compariva in una particolare prima pagina del Secolo in cui una foto ritraeva Gianfranco Fini con in braccio una bimba etiope e il titolo a nove colonne “Solidarietà”. La cronaca della visita di Fini alla comunità etiope di Roma era firmata da Francesco Storace.
Grazie a due firme, Leonida Fazi e Franz Maria D’Asaro, il Secolo aveva sempre rivendicato la particolarità dell’esperienza coloniale italiana in Etiopia anche facendo riferimento a questa canzone e nello speciale pubblicato dal Secolo per la morte del generale Rodolfo Graziani nel pezzo relativo ai funerali si ricorda la presenza degli ascari in lacrime vicino al feretro nella chiesa di San Bellarmino.
Nel 2002 titolai un mio libro sulla destra “Aspetta e spera che già l’ora s’avvicina”, utilizzando un verso di Faccetta nera per dire che l’arrivo al governo dei “camerati” di Alleanza nazionale aveva comunque lasciato la destra nel limbo dell’attesa, e che quell’attesa si sarebbe completata solo se si fosse avuto il coraggio di liberarsi dall’ingombrante sudditanza a Silvio Berlusconi. Come si vede, siamo ancora allo stesso punto.    

venerdì 27 dicembre 2013

Sono migliaia i figli della guerra siriana che rischiano la vita (molti neonati sono in Libano). Perché l'Onu tace?




Soso

Dall'inizio dell'invasione, sono 21 mila i bambini siriani nati da mamme fuggite nelle nazioni confinanti. Il maggior numero di neonati sono in Libano, dove le condizioni di vita sono proibitive e i rischi di contrarre polmonite e poliomielite altissimi. L'Unicef ha lanciato un allarme rosso: se la comunità internazionale e i paesi ospitanti non faranno di più per proteggere i bambini figli della guerra siriana, non si potrà evitare una catastrofe. Il governo libanese non riesce a fornire ormai alcuna sistemazione agli oltre ottocentomila profughi siriani, che vivono in tendopoli nelle periferie urbane. Con temperatore notturne sotto zero, l'Unicef registra un incremento di casi di polmonite e malattie respiratorie soprattutto tra i bambini più piccoli e deboli.
Cinquecentomila bambini siriani rifugiati negli stati confinanti rischiano di contrarre la polio, perché non sono stati vaccinati a causa dei combattimenti in patria. Moltissimi bambini nati nelle tendopoli non hanno nemmeno regolari certificati di nascita e questo li espone a molti abusi, come il traffico di organi umani o i matrimoni forzati di bambine. A rendere più grave il dramma dei bambini siriani è anche la condizione che vede molti di loro aver perduto uno o entrambi i genitori: alla fine di settembre infatti l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha registrato 2440 bambini rimasti soli in Libano e 1320 in Giordania. Alcuni di loro non riescono nemmeno a parlare, dopo gli orrori a cui hanno dovuto assistere.
Ma proprio in Libano, un nuovo focolaio fondamentalista viene acceso nel nord-ovest con epicentro la città di Tripoli. Dopo la disfatta e la dissoluzione del cosiddetto esercito libero siriano sul fronte Nord, per le politiche di guerra neo-colonialiste francese, britannica e saudita è assolutamente necessario aprire un fronte a mare, per sostenere il fronte nord kaedista ormai quasi isolato e l'assalto alla Siria da ovest, violando la neutralità del Libano. Il ministro francese Fabius ha infatti riaffermato il pieno sostegno della Francia a una dirigenza politica "laica", che costituisce solo il cartello dei propri ascari e non controlla affatto le milizie fondamentaliste filo-saudite, lanciate di nuovo all'attacco contro la Repubblica Araba Siriana, ma anche contro il Libano multietnico e multiconfessionale.
Lo stesso destino sembra essere riservato al nucleo fondamentalista che partendo dal confine saudita, ha portato la guerra direttamente sul territorio irakeno. L'Esercito di Baghdad ha infatti lanciato una nuova e vasta operazione intorno alla città di Ramadi nella Provincia di Anbar, al confine con la Siria: due basi terroriste dell'organizzazione chiamata "stato islamico dell'Irak e del Levante", sono state annientate con l'impiego di mezzi pesanti, artiglieria ed elicotteri. L'Onu e le diplomazie internazionali dovrebbero quindi porsi il problema di cosa accadrà, quando l'armata irakena avrà respinto le milizie kaediste nei santuari logistici sauditi e i due eserciti nazionali si troveranno direttamente contrapposti.

Segnavia: Sono migliaia i figli della guerra siriana che ris...

Segnavia: Sono migliaia i figli della guerra siriana che ris...: Soso Dall'inizio dell'invasione, sono 21 mila i bambini siriani nati da mamme fuggite nelle nazioni confinanti. Il maggior n...

Sono migliaia i figli della guerra siriana che rischiano la vita (molti neonati sono in Libano). Perché l'Onu tace?




Soso

Dall'inizio dell'invasione, sono 21 mila i bambini siriani nati da mamme fuggite nelle nazioni confinanti. Il maggior numero di neonati sono in Libano, dove le condizioni di vita sono proibitive e i rischi di contrarre polmonite e poliomielite altissimi. L'Unicef ha lanciato un allarme rosso: se la comunità internazionale e i paesi ospitanti non faranno di più per proteggere i bambini figli della guerra siriana, non si potrà evitare una catastrofe. Il governo libanese non riesce a fornire ormai alcuna sistemazione agli oltre ottocentomila profughi siriani, che vivono in tendopoli nelle periferie urbane. Con temperatore notturne sotto zero, l'Unicef registra un incremento di casi di polmonite e malattie respiratorie soprattutto tra i bambini più piccoli e deboli.
Cinquecentomila bambini siriani rifugiati negli stati confinanti rischiano di contrarre la polio, perché non sono stati vaccinati a causa dei combattimenti in patria. Moltissimi bambini nati nelle tendopoli non hanno nemmeno regolari certificati di nascita e questo li espone a molti abusi, come il traffico di organi umani o i matrimoni forzati di bambine. A rendere più grave il dramma dei bambini siriani è anche la condizione che vede molti di loro aver perduto uno o entrambi i genitori: alla fine di settembre infatti l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha registrato 2440 bambini rimasti soli in Libano e 1320 in Giordania. Alcuni di loro non riescono nemmeno a parlare, dopo gli orrori a cui hanno dovuto assistere.
Ma proprio in Libano, un nuovo focolaio fondamentalista viene acceso nel nord-ovest con epicentro la città di Tripoli. Dopo la disfatta e la dissoluzione del cosiddetto esercito libero siriano sul fronte Nord, per le politiche di guerra neo-colonialiste francese, britannica e saudita è assolutamente necessario aprire un fronte a mare, per sostenere il fronte nord kaedista ormai quasi isolato e l'assalto alla Siria da ovest, violando la neutralità del Libano. Il ministro francese Fabius ha infatti riaffermato il pieno sostegno della Francia a una dirigenza politica "laica", che costituisce solo il cartello dei propri ascari e non controlla affatto le milizie fondamentaliste filo-saudite, lanciate di nuovo all'attacco contro la Repubblica Araba Siriana, ma anche contro il Libano multietnico e multiconfessionale.
Lo stesso destino sembra essere riservato al nucleo fondamentalista che partendo dal confine saudita, ha portato la guerra direttamente sul territorio irakeno. L'Esercito di Baghdad ha infatti lanciato una nuova e vasta operazione intorno alla città di Ramadi nella Provincia di Anbar, al confine con la Siria: due basi terroriste dell'organizzazione chiamata "stato islamico dell'Irak e del Levante", sono state annientate con l'impiego di mezzi pesanti, artiglieria ed elicotteri. L'Onu e le diplomazie internazionali dovrebbero quindi porsi il problema di cosa accadrà, quando l'armata irakena avrà respinto le milizie kaediste nei santuari logistici sauditi e i due eserciti nazionali si troveranno direttamente contrapposti.

giovedì 26 dicembre 2013

E se i prof fossero il nuovo soggetto del cambiamento?


Pier Paolo Segneri

Gli insegnanti sono i nuovi profeti disarmati? Con le mani in alto vanno incontro al Potere dominante. Si sacrificano come fossero a Piazza Tienanmen. Esagero? Forse. Intanto, come in una metafora, i carri armati avanzano contro le loro mani nude dei docenti o contro i professori precari con le buste della spesa semivuote… Ma forse, con l’aiuto delle famiglie e degli studenti, i cingolati si fermeranno un attimo prima. Siamo in Italia. Qualcuno potrebbe continuare a pensare che esagero. Forse. Purtroppo, una cosa è certa: qui da noi, per anni, una mentalità chiusa e furbastra, stolta e vuota, arrogante e becera, ha tentato di trasformare i professori in una categoria di falliti, perduti, bistrattati, derisi, malpagati, quasi a rappresentare un nuovo sottoproletariato urbano. E il messaggio che è passato ai giovani è pressoché univoco: è inutile studiare, si perde tempo e basta, al massimo si diventa professori, cioè dei falliti, meglio allora scegliere la strada corta, il vicolo stretto, la via breve. E la crisi si avvita su se stessa.

Ovviamente, come in tutti i mestieri, come accade in tutte le professioni, ci sono gli insegnanti bravi e quelli meno bravi, ci sono professori in gamba e alcuni senza vocazione, ci sono persone che meritano e persone che latitano, ci sono docenti validi e docenti che dovrebbero dedicarsi ad altro, ci sono maestri e capre. Ma la funzione degli insegnanti resta fondamentale. Anzi, è diventata nevralgica, cruciale, non più rinviabile. È questa la frontiera di un Paese alla deriva e che voglia uscire dalla crisi. In altre parole, i professori dovrebbero essere dei maestri. Sono dei maestri. Andrebbero rispettati, ringraziati, applauditi per il lavoro che svolgono e che portano avanti dalla mattina alle otto, con l’ingresso in aula per la prima ora di lezione, a tarda sera, quando terminano di correggere i compiti in classe o di preparare la lezione per il giorno dopo. Senza contare le riunioni, gli incontri con le famiglie, le ore per il collegio dei docenti, il consiglio di classe, l’aggiornamento, gli scrutini, il recupero dei debiti scolastici e chi più ne ha più ne metta. L’elenco degli impegni lavorativi dei professori sarebbe troppo lungo. Ma sono trattati come dei privilegiati, con tre mesi di ferie, poche ore di lavoro settimanale, insomma: una pacchia! Invece, è semplicemente falso. Quello che è vero, al contrario, è che senza un riconoscimento sociale del ruolo svolto dai professori e senza il ripristino dell’autorevolezza del ruolo di insegnante nel comune sentire, anche gli studenti perdono la loro centralità nella Scuola e tutto si frammenta, si sgretola, si disgrega. E il Paese affonda. Eppure, malgrado tutto, in questo lungo tempo di crisi, il più importante impegno sociale e d’integrazione civile viene svolto dai professori, dai dirigenti scolastici, da tutto il personale che lavora nelle scuole come fosse una trincea. Senza plausi e senza onori. Per senso di responsabilità. Insomma, per uscire dalla crisi è necessario entrare nel futuro. E il futuro esiste soltanto se c’è memoria. E la Scuola è il luogo principale dove la memoria coltiva il futuro. E mi riferisco innanzitutto al futuro dell’essere umano, della persona, dell’individuo e dell’intera collettività, dell’Italia e dell’Europa. Perlomeno, il futuro delle nostre città. La Scuola è la nostra frontiera. Anche l’Università, ovviamente. Ma un Potere cinico e fine a se stesso, affarista e ignorante, ha trasformato la Scuola in un’appendice marginale della società affidandole un ruolo secondario rispetto alla responsabilità della formazione di nuovi cittadini, consapevoli e coscienti. Prima, molto prima, a segnare il percorso formativo dei ragazzi, ci sono la televisione, il web, internet, la tecnologia, la burocrazia, i social network. Ma tutte queste cose sono dei mezzi e non possono diventare il fine. Sono degli strumenti e non devono diventare lo scopo della collettività. L’uscita dalla crisi passa anche attraverso la cultura, l’arte, la ricerca, la scuola, l’università, la bellezza. Invece, niente. I problemi della Scuola sono tantissimi, sono sempre gli stessi e si aggravano ogni giorno di più. La burocrazia è soffocante, i soldi sono pochi e le spese sono troppe, mancano gli strumenti didattici, le aule sono mal ridotte, gli ingranaggi a volte non girano, la struttura è bolsa e ingabbiata. E non basta: le mancanze e le responsabilità sono diffuse e il sistema scolastico appare spesso inadeguato alle sfide del futuro. Ciascuno dovrebbe impegnarsi a migliorare se stesso. È il compito che ciascun docente dovrebbe assumersi. Il cambiamento parte dalla restituzione sociale della funzione, dell’autorevolezza e dell’importanza dei professori. Altrimenti, lo studente (il futuro) non è più il fine della scuola, ma diventa soltanto un mezzo, uno strumento che serve a giustificare l’esistenza della scuola e, dunque, il fine ultimo della scuola diventa quello di essere autoreferenziale. Ne riparleremo ancora.

mercoledì 25 dicembre 2013

Il Natale visto da una grande mistica, Ildegarda di Bingen




Ildegarda di Bingen, dal Libro delle opere divine (XII secolo)

Dio padre, che non ha inizio né fine, nella pienezza del tempo preordinato dall'eternità mandò sulla terra il figlio, che aveva preannunciato con molti segni e miracoli, per redimere l'uomo che si era perduto... Venendo al mondo il figlio di Dio presentò all'uomo una dottrina pura e luminosa e ripercorrendo tutta la storia che abbiamo narrato la trasformò e la fece diversa, sicché gli idoli furono convertiti nel Dio vivente e la profezia fu mutata nella via spirituale... E poi, fattosi carne e nato da quella vergine, manifestò in se stesso il senso di tutte le cose passate e di quelle future e volse verso il bene tutte le storie che narrano la storia degli uomini...infatti prima della sua nascita tutto era avvolto nelle tenebre, ma dopo che si fu fatto carne illuminò ogni cosa come il sole.

domenica 22 dicembre 2013

Il "lessico inattuale" di Malgieri: in cerca della Bellezza



Si chiama Lessico inattuale (Minerva edizioni) il nuovo libro di Gennaro Malgieri, alfabeto di un intellettuale che si definisce "conservatore" conferendo a questo termine una valenza tutta spirituale e per nulla politica, un lessico dove trovano posto le parole cruciali della politica, della modernità e della civiltà europea. Dal testo riproduciamo la voce dedicata alla Bellezza.

Gennaro Malgieri

La Bellezza è un'idea inaridita. Su di essa si esercita la confusione concettuale e pedagogica prevalente nel nostro tempo. Non si viene sfiorati neppure dalla considerazione che la Bellezza non può essere rinchiusa nel recinto delle nozioni, ma deve volare nei cieli liberi del sentimento. Nell'unico spazio, cioè, dove l'intelligenza lascia il posto all'anima e questa guida e orienta le scelte umane. I ponti interrotti tra la razionalità e lo spirito hanno fatto cadere nel vuoto la Bellezza. E oggi la cerchiamo disperando di trovarla nelle ombre di un passato che esita a farsi storia a meno che non si sia disposti a riconoscere nelle forme (arte, parola, gesto) l'armonia che viene da un inconoscibile mondo, il mondo di Dio. pensavo al miracolo che accade in un essere umano quando riesce a trarsi dalla prigionia della Ragione e ad accostarsi alla conoscenza attraverso la regolarità che si esprime nell'ordine naturale che dovrebbe ispirare l'ordine umano: ha la possibilità di vedere la creazione nello splendore dell'anima che si serve dell'intelligenza per manifestarsi.



Il restaurato capolavoro di Raffaello Sanzio, La Madonna del cardellino, per dirne una, offre una visione metafisica dell'armonia che connota la Bellezza. E rimanda all'evocazione di un mondo perduto, una sorta di Eden artistico-esistenziale del quale la Bellezza era parte integrante. Si dirà che il Cinquecento è stato un secolo "umanissimo", nel senso datogli dagli artisti che lo hanno caratterizzato. E perciò lo splendore della metafisica europea si è potuto esprimere nelle loro opere. ma anche in seguito, prima della catastrofe razionalista, qualcosa del genere, sia pure in tono minore, si è manifestato nelle arti figurative. Restando, infatti, nel sistema delle forme, non si negherà l'esaltazione della Bellezza del corpo, dell'erotismo, della passione. Insieme, il tutto si è tradotto in un canto d'amore. Struggente, esaltato, doloroso perfino, ma comunque un canto d'amore come lo è una nascita o una morte.
Nel principio e nella fine è insita l'idea di Bellezza poiché essa rimanda alla ricomposizione delle strutture primarie dell'esistenza che quando vengono trasferite dalla mano dell'uomo nella creazione danno luogo all'esaltazione religiosa dell'intelligenza. Perché, allora, la Bellezza è un'idea inaridita? Per il semplice motivo che essa connota, aggettivandola, qualsiasi cosa, indipendentemente dalla ragione profonda che la ispira. 
Bellezza, infatti, nella considerazione comune e prevalente, è la volgarità trasgressiva che s'impugna per vanificare il riconoscimento della religiosità insita nelle opere dell'uomo quali emanazioni della divinità. Bellezza è la glorificazione del tormento di chi cerca nell'avidità la ragione ultima della sua affermazione. Bellezza è la concettualizzazione della vacuità e dell'effimero in una voluttuosa ricerca del soddisfacimento del desiderio. Bellezza è il tramonto dell'Essere nella violenza al Creato; è l'interruzione del silenzio; è la profanazione della pietà; è il sordo rancore verso la pratica dell'umiltà; è il peccato esaltato come virtù. E tutto questo qualifica la modernità, naturalmente.
La vistosità dell'osceno, infatti, si apre davanti a noi , in maniera clamorosa, con il risucchio nelle megalopoli dove l'estetica dell'arido celebra i suoi trionfi e occulta i segni della sacralità come eresie da esibire di tanto in tanto per spiegare la tolleranza con il diritto riconosciuto perfino all'estraneo ad esserci. Eppure la Bellezza può esistere nel gulag dello sconcio nel quale il bordello delle idee tiene insieme qualsiasi orrore. Il problema, semmai, è riconoscerla. Si fa fatica, indubbiamente. E certo le istituzioni formative non aiutano, Anzi, al contrario, offrono l'indecente spettacolo di una devianza elevata a normalità: il Brutto è Bello. O, quantomeno, tutto è lecito, niente deve essere respinto se non ciò che è naturaliter "normale" secondo i canoni millenari di civiltà che hanno avuto la capacità di rigenerarsi dopo le loro cadute.



La tragedia del nostro tempo, così bene descritta da Nietzsche e da Hoelderlin, Novalis e Goethe, è l'irriconoscibilità del cammino dello spirito nell'arte e nel pensiero. L'esito, immaginato dai critici della modernità, talvolta con accenti folgoranti, a cominciare da Heidegger, è l'ineluttabilità della decadenza. Il nichilismo come destino, insomma. Può esserci Bellezza nella decomposizione di ciò che nasce per restare armonico? Il mondo delle forme subisce di questi tempi oltraggi di spaventosa violenza. Perciò l'opposizione all'estetica dell'arido si configura come una rivolta creativa contro l'utilitarismo dei modi di sentire, degli stili di vita, dei gusti dominanti. Ed è la maniera, la sola che si possa riconoscere, per ricreare le condizioni affinché la bellezza riemerga. 
Un ritorno alla classicità? Non bisogna temere le parole, né tantomeno le idee. Il mondo classico ci ha fornito le forme che la modernità ha deformato. Rimettere a posto le cose non vuol dire annegare nella memoria, ma renderla dinamica; guardarsi indietro e riconoscere i percorsi lungo i quali potrebbe formarsi l'avvenire. Non è un'operazione intellettualistica, come a prima vista potrebbe apparire. Essa è piuttosto una sorte di arte religiosa della restaurazione della verità. Come immaginava Wagner "inventando" l'opera d'arte totale, l'opera dell'avvenire, insomma, nella quale l'estetica e la trascendenza convivano in maniera mirabile nella descrizione della Bellezza suprema come, ad esempio, è stato nella riproposizione del mito di Parsifal. 
Nei secoli negati dopo la Grande Rivoluzione che ha spazzato via le certezze e reso certo il provvisorio, relativizzando perfino l'esistenza, la rappresentazione del sacro nelle dimensioni proprie dell'umanità viveva in maniera talmente naturale da non avere alcun bisogno di essere esplicitata. Le figure dell'antichità ne sono ancora oggi esempi eloquenti nei quali è riscontrabile un "soffio divino" che non contrasta neppure con le immagini profane attinte fuori dal recinto religioso. Con questo si vuol dire che non può darsi bellezza al di fuori di una fenomenologia della rappresentazione che non abbia una connotazione religiosa (il che, naturalmente, con le fedi non c'entra nulla). I nostri tempi, bisogna riconoscerlo, sono avari di slanci metafisici. Tutto è ridotto a materialità da consumare. E così l'arte, la musica, la poesia, il paesaggio. E anche l'erotismo, il linguaggio del corpo risentono dell'assenza di una vertigine sacrale che li riconsacri al piacere come nel Cantico dei Cantici. Tutto è da usare, da gettare, da scomporre. Ogni cosa ha un prezzo, un mercato, un fine immediato. E niente è più riconducibile all'eterno, dopo il passaggio dei barbari che per la nostra felicità hanno edificato, pietra su pietra, una nuova Babele che non lambirà mai il cielo. Perciò la Bellezza se non è scomparsa dal nostro orizzonte si è quanto meno occultata agli occhi dei più.  E la Modernità celebra il suo trionfo più grande: la negazione del Bello dietro la sparizione di Dio. 


sabato 21 dicembre 2013

E' la Cina la nuova "terra di mezzo" che imporrà al mondo un equilibrio multipolare


Soso
Dopo aver cercato di relegare la Cina Popolare a mera Fabbrica del mondo, il fu nuovo ordine mondiale euro-atlantico manifesta ormai il proprio tragico fallimento proprio sul terreno che gli era stato più caratteristico, quello cioè della prosperità socio-economica, ma anche sul piano ben più significativo della superiorità strategica. Trincerato dietro una nuova Linea Maginot tecnologica, l'occidente capitalista ha inutilmente consumato il proprio complesso di superiorità conseguente la Caduta del Muro, per poi ritrovarsi a constatare che la protervia del suo sogno si supremazia muore all'Alba di una nuova Era.
Non solo la Cina Popolare è oggi il Forziere del mondo, minacciando l'egemonia del dollaro: oggi come attore centrale delle economie del BRICS - Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica - il gigante asiatico mostra con decisione la propria linea, che integra un Nuovo Muro per ora di solo contenimento al preteso ordine euro-atlantico basato su un malcelato, ipocrita e spietato intento di sfruttamento su interi continenti. Una strategia che ha portato gli interessi cinesi a convergere con quelli di Russia e Iran nel momento chiave della crisi siriana di fine agosto, quando nel confronto con le flotte Nato ed a fianco della squadra navale russa, si sono schierate nel mare siriano le unità missilistiche cinesi. La novità tecnologica di oggi è invece l'aereo Stealth, capace cioè di rendersi invisibile ai radar e rivelato a Chengdu dal presidente cinese Hu Jintao col nome di J-20, velivolo che sarà determinante nel confronto militare con le aviazioni non solo occidentali.
·         Le trattative per il noleggio della base ukraina di Novofedrovka rappresentano invece l'elemento più recente, nel "Filo di Perle" strategico costruito dalla Repubblica Popolare: le sue strutture addestrative potranno formare il personale del nucleo aereo imbarcato sulle portaerei cinesi a partire dalla Liaoning, costruita proprio in Ucraina e che imbarca i cacciabombardieri Shenyang J-15, copie cinesi dei russi Sukhoj-33. Questo e altri dati spiegano la presenza diretta di politici occidentali di alto livello, sulle piazze di Kiev: globalizzazione significa oggi anche e soprattutto confronto globalizzato, dove risulta centrale il decisivo supporto finanziario Russo e Cinese alla svolta ukraina verso il BRICS del presidente Janukovich. Quindi, anche in questa terra di mezzo tra occidente e oriente, è appena iniziato un confronto epocale il cui compimento rivela il passaggio dall'egemonia atlantica a un mondo multipolare e forse più equilibrato.


giovedì 19 dicembre 2013

Francesco Guccini oltre gli stereotipi, il ribelle amato dai cristiani


Luciano Lanna

Noi, si sa, siamo gucciniani impenitenti oltre che fratelli minori di chi ha fatto il Sessantotto o si è entusiasmato per la Chiesa conciliare, e quindi non ci lasciamo sfuggire nessuna pubblicazione, anche minima, dedicata al Maestrone di Pàvana. Ecco perché non c’è passato inosservato il recente Il Vangelo secondo Francesco. Guccini sulle tracce della fede (Fuoco Edizioni, pp. 76, euro 9,00), un saggio scritto dal giornalista Gian Carlo Padula e dedicato al tema del rapporto tra l’opera gucciniana, il sacro e il cristianesimo. Un libro prefato da un collega di Guccini apparentemente molto lontano da lui, Aldo Caponi in arte Don Backy, il quale invece annota: “Mai avrei pensato di potermi scoprire in realtà somigliante a Guccini, anche dal punto di vista caratteriale. Un artista che fino alla lettura di questo saggio pensavo appartenesse a ‘parrocchie’ (spesso tiratoci per la giacca, come capita alle persone valide…) troppo schematicamente definite da un punto di vista politico e sono lieto di constatare che non è così…”. Ulteriori conferme non mancano. “Nonostante fosse giudicato un ribelle – confessa Antonio Prandi, zio molto cattolico di Guccini – io ho sempre ritenuto mio nipote penetrato dal cristianesimo, intriso di certi valori magari senza averne l’etichetta. D’altra parte, lui stesso sovente mi ha detto, soprattutto nei primi tempi del suo impegno come cantautore, che era stupito di come all’inizio solo negli ambienti di Chiesa trovasse consenso…”.


E Guccini stesso, come si apprende sfogliando il libro, ha espresso in più di una intervista la sua particolare religiosità: “Il senso religioso della vita può essere l’avere una morale che hai assunto sin da quando eri bambino. Poi si è modificato con certe conoscenze, con certi incontri e certe cose, ma grosso modo resta quello. E quindi anche per me, che mi dico laico, il senso religioso della vita è attenersi alla morale e poi pensare che esiste la parte misteriosa della vita che non può essere schiacciata dal positivismo, dallo scientismo, come poi i secoli hanno sempre dimostrato…”. Una religiosità tutta sua, forse, ma reale: “Ho una mia religiosità naturale, mi piace moltissimo vedere il passaggio delle stagioni che mi riporta all’infanzia, vedere come da gennaio in avanti la natura spinga per uscire. Le gemme che escono, vedere i primi fiori che cominciano a uscire a fine gennaio o ai primi di febbraio. È bello vedere come tutto ritorna, che va avanti, aspettare la bellezza dei fiori sugli alberi, poi i frutti verdi e acerbi…”.


A un certo punto della sua autobiografia Non so che viso avesse. La storia della mia vita (Mondadori, pp. 225, € 18,00) c’è del resto un episodio che dà la un po’ chiave di lettura di tutto. Un amico modenese di Guccini in un opuscolo sull’epopea beat di quei ragazzi emiliani racconta di due giovani capelloni degli anni ’60 che si chiedono, l’un l’altro nel loro dialetto: «Et un bit tè?», «No, mè a sun un hippy» (“Sei un beat, tu?”. “No, sono un hippy”) . Commenta Guccini: «C’era in questo breve dialogo, in questo lampo di genio, tutta la saggezza contadina di base di noi giovani d’allora che ci sognavano rivoluzionari ma che in fondo erano brava gente, provenienti da famiglie piccolo-borghesi, sognanti di fare qualcosa di nuovo ma radicati bene, profondamente, dentro quelle radici». Per cui, tanto per sgombrare il campo dagli equivoci, lasciamo parlare direttamente Francesco: «Mi piace definirmi – precisa – appartenente alla famiglia dei cantastorie, dai quali ho ereditato la tecnica nella costruzione dei versi. A lungo sono stato considerato il cantautore politicizzato per eccellenza, ma è una specie di equivoco...». Sì, proprio un equivoco, nel quale non è però mai caduto chi negli anni ha ascoltato davvero le sue canzoni o letto i suoi libri. Si pensi a Radici, l’album del 1972 che è un po’ il lavoro il quale ha scoperchiato il suo pensiero profondo: «Qui il passato – spiega Guccini – come l’appartenenza a una storia che ti fa comunque da background culturale sembra la garanzia dell’oggi senza soluzione di continuità». In quel clima generale – l’Italia degli anni di piombo e delle ideologie totalizzanti, dei manicheismi politici espressi in forma di banali (e spesso tragici) slogan – rivendicare esplicitamente l’appartenenza a una tradizione popolare, collocarsi in continuità rispetto ai propri avi, recuperare modelli ritenuti superati come le ballate medievali era senz’altro una scelta coraggiosa e non conformista. «È probabilmente questo – ha spiegato l’italianista Alberto Bertoni – il motivo profondo della sua durata nel tempo e del gradimento intergenerazionale di cui gode: egli infatti ha saputo sempre evitare di soffermarsi sulla parte effimera dell’esistenza privata e sociale, interrogando piuttosto “il solito silenzio senza fine” che abita ognuno di noi». Sì, perché Francesco Guccini è l’uomo che lui stesso ha cantato: «Io, figlio di una casalinga e di un impiegato / cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna / che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia / io, tirato su a castagne e a erba spagna / io, sempre un momento fa campagnolo inurbato / due soldi d'elementari e uno di università...». Settantatre anni, nato a Modena, ma cresciuto a Pàvana nei suoi primi anni di vita, poi di nuovo modenese, quindi bolognese, e adesso di nuovo pavanese, Guccini è soprattutto un raccontatore di storie. Sua mamma, Elsa Prandi, scomparsa a 95 anni, quando qualcuno le chiedeva se era felice d’avere un figlio cantautore rispondeva sempre: «Be’, cosa vuole mai, noi avremmo preferito che fosse diventato professore di storia...». Professore o meno, però, tutta la sua vita è stata quella di raccontare storie, prima con le canzoni poi con i romanzi e i racconti. «Raccontare se stesso – annota ancora Bertoni – e raccontare le persone, o raccontare se stesso attraverso le persone. La verità, per Guccini, deve essere cercata nei particolari delle singole vite e delle singole vicende, mai negli universali e negli slogan delle parole d'ordine collettive, perché le nostre, come la sua, sono in tutto e per tutto «storie misteriose scolpite nei sassi...». All’inizio c'è il mulino a Pàvana della famiglia Guccini,  mugnai sin dal 1600, e la scoperta dei fumetti e della lettura: «Ogni volta che potevo, leggevo: anzi, fin dal primo libro che ho letto prima di andare a scuola, Pinocchio, la mia gioia più grande era leggere e il mio terrore più grande era rimanere senza leggere». E dal leggere allo scrivere il passo non è poi stato lungo... Quindi gli avi, i nonni, le nonne, il prozio Enrico – l’Amerigo della canzone – e i bisnonni, il bosco, il fiume, la montagna. Poi Modena, odiata e amata, piccola città bastardo posto. Quindi Bologna, l’eletta, in via Paolo Fabbri. E poi gli altri luoghi e i loro aneddoti: le osterie, le balere, dalla via Emilia al West, l'amore per le chitarre e per l'ottava rima. Quelle osterie, soprattutto, dove non c'è ideologia ma Italia condivisa: «Quei clienti di variopinta idea, come quel tale, l'unico proprietario liberale mai conosciuto che il 1° maggio voleva andare a lavorare per protesta. O un altro che quando era un po’ su, estraeva un portafoglio e sussurrava. “Sa chi salverebbe ancora l’Italia?”, e mostrava la foto di “Lui, lui, quell’altro, insomma, Benito…”».
Quindi, nel 1969, un insolito religioso si presenta a Francesco. È un frate domenicano, padre Michele Casali, che prima di prendere i voti faceva l’impresario, e gli propone di aprire un luogo d’incontro e di aggregazione: l’Osteria delle Dame, proprio nel cuore di Bologna. “Il locale – leggiamo ne Il Vangelo secondo Francesco – venne inaugurato il 31 ottobre 1970 e sarà il localino dove oltre Guccini per anni si esibiranno su un palchetto tante giovani speranze artistiche e creative… Passerà il tempo e il 15 aprile del 1997 sempre padre Michele Casati invita ancora l’amico Francesco a un appuntamento religioso presso la sede dei frati domenicani di Bologna: “La domenica nella mia chiesa – confessa il padre – si canta un inno così brutto che rovina l’intensità del rito, ci sono invece canzoni di Guccini che sono molto più adatte e spirituali…”.


Un vero irregolare da subito, il Francesco. Pochi sanno che nel 1956, molto colpito dalla repressione sovietica della rivolta ungherese, un Guccini sedicenne insieme ai suoi più stretti amici fonda a Bologna un “movimento laico indipendente”, presieduto dal futuro giurista Gladio Gemma, ispirato a posizioni laiche e non comuniste e ospitato nella sede del moderato Psdi. Del resto, Guccini è stato l’unico, nel 1969, a dedicare una canzone alla Primavera di Praga. «Io non sono mai stato – disse a suo tempo a Edmondo Berselli – un estremista, non è nella mia cultura. E neanche comunista, perché il Pci allora era il partito dell’Urss, figurarsi...».
Il primo vero e proprio concerto di Francesco d’altronde fu, nel dicembre del ’68, alla Cittadella d’Assisi, organizzato da ambienti cattolici: «Quelli – ha ammesso  Guccini – che  avevano fatto trasmettere a Radio Vaticana Dio è morto, allora censurata dalla Rai. Tirava aria di ’68, erano i tempi della Messa beat o qualcosa di simile, ero abbastanza giovane e curioso... Andai ad Assisi in pullman, con un gruppo di bolognesi». E proprio quella sua canzone, scritta nel 1965 e incisa dai Nomadi, è un simbolo degli anni Sessanta. La Rai, di fronte a un brano che citava Nietzsche nel titolo e si ispirava all’Urlo di Allen Ginsberg, fece come con le canzoni di Fabrizio De André: censura. Nel frattempo, però, la canzone si avviava a diventare un inno della giovane generazione, appassionando tutti: i cattolici, gli irregolari di destra, i contestatori di sinistra. Lo ha raccontato lo stesso Guccini sulla rivista cattolica Vita e Pensiero nell’articolo Dio (non) è morto, la ricerca continua: «Avevo venticinque anni – ha scritto – e  stavo studiando all’università di Bologna, i primi sit-in e il ’68 erano alle porte, era mia intenzione scrivere qualcosa di generazionale».



Alla fine degli anni Novanta Guccini si esibirà ancora in un appuntamento cattolico, a Carpi, insieme all’amico cantautore cristiano Claudio Chieffo (autore di popolarissime e belle canzoni che si cantano in  chiesa come La ballata dell’uomo vecchio, Io non sono degno, Perdonami mio signore, Il seme…) scomparso poi a soli 62 anni nel 2007, il quale dedicò una canzone a Guccini, immaginando che il Mistero si rivolga a lui che è in drammatica e sincera ricerca delle cose e della sua stessa vita. È l’invito a stare veramente di fronte al Mistero a non fuggire nella distrazione, a non chiudersi all’ascolto della Sua voce, a guardare a tutta la realtà come segno della Sua presenza. Si intitola Canzone per Francesco: “Quando sentirai la Mia voce / non fuggire troppo lontano / anche se il tuo passo è veloce / più veloce è la mia mano / Da solo te ne vai e non pensi al ritorno / ti trascini la notte / e ti nascondi il giorno…”.


È il 22 dicembre 2006, e al Tg2, Guccini si pronuncia senza tema di equivoci: “Molti pensano che dopo la morte finisce tutto io invece sento dentro di me una speranza…”. Non a caso questa certezza emergeva anche dal testo della canzone con cui il Maestrone ha aperto tutti i suoi concerti, Canzone per un’amica, dedicata a una ragazza rimasta uccisa giovane in un incidente stradale: “… voglio però ricordarti com’eri / pensare che ancora vivi / voglio pensare che ancora mi ascolti / che come allora sorridi / pensare che ancora vivi…”.

mercoledì 18 dicembre 2013

Il paradosso siriano: l'Europa schierata con i kaedisti tradisce il valore della tolleranza




Soso

Ripetute per decenni in tutto l'ex prospero occidente, nozioni come difesa della civiltà cristiana e della convivenza pacifica fra confessioni diverse, mostrano lo spessore non solo delle società che le hanno veicolate, ma anche di quanto in realtà sia piuttosto desueto rischiare per certi "valori", fedi e convinzioni. Le società in questione possono intendersi nel limitativo spessore cui alludeva Ferdinand Tönnies, in quanto fondate sul contrattualismo associativo contrapposto al ben più sostanziale concetto di comunità. Società che chiamare oggi per azioni e a responsabilità molto limitata, conduce a non offendere alcuno politico, proprio nessuno. Ma neanche alcun cittadino-spettatore, vera metamorfosi attuata in tutte le democrazie mediatiche euro-atlantiche. Duemila cristiani in trappola a Kanaye, in Siria, occupato militarmente dai miliziani di Al Nusra, che finiranno massacrati se non si convertiranno all'Islam: ne parla anche monsignor Haddad, rettore della Basilica di Santa Maria in Cosmedin a Roma, raccontando di come fino a oggi in Siria convivevano 7 etnie e 17 fedi religiose diverse, dipingendo un quadro ben diverso da quello offerto dalla grande maggioranza dei media occidentali, ma anche dalle ben note Al Jazeera e Al Arabja saudite e katariote…come già a Maaloula d'altra parte e in tutta la Siria assalita dai fondamentalisti kaedisti, stipendiati in petrodollari. L'altra notizia tragica di questi giorni è che entro la fine del 2014 invece, dagli attuali 2 milioni di profughi si passerà a più di 4 milioni di persone che si riverseranno in Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto. Una tragedia che turba il natale consumista di pochi, come già visto in altri capitoli vergognosi come il Ruanda. Il paradosso questa volta è però di portata storica: a fianco dell'esercito nazionale siriano - esercito di leva e quindi in larghissima parte sunnita - combattono oggi ventimila cristiani siriani e libanesi, ma anche e soprattutto i volontari internazionalisti sciiti provenienti dallo Yemen, dall'Iraq, dall'Iran e dal Libano. Una levata di scudi decisiva e tanto numerosa da superare di gran lunga le celebri brigate internazionali della guerra civile spagnola, cui questo conflitto somiglia sempre più per rilievo internazionale e importanza della sperimentazione militare. Questa volta però, convivenza pacifica fra fedi diverse e istituzioni rappresentate nel consesso internazionale sono difese da cittadini non europei. Questa volta l'Europa si distingue per l'ipocrisia con cui prende le distanze dai suoi duemila cittadini schierati con i kaedisti nella guerra di invasione scatenata contro il popolo siriano, cittadini euro-kaedisti supportati fino ad oggi da sanzioni "comunitarie", oltre che da truppe speciali inviate sul campo con metodi non legittimi e rivendicati solo quando l'esercito nazionale siriano ha smascherato certe operazioni, come nel caso dei 13 ufficiali francesi (un caso che ha fatto venire a galla come la Francia abbia condotto operazioni militari segrete armando i ribelli). Dunque a chi augurare Buon Natale, se non ai volontari sunniti, sciiti e cristiani che si giocano la pelle e troppo spesso ce la rimettono, come i duecentocinquanta miliziani Hizb-Allah, caduti in battaglia? Buon Natale dunque, fratelli soldati.

martedì 17 dicembre 2013

Dalla grotta alla luce. Simbolismo del Natale e percorso spirituale



Francesco Pullia

Il Natale è una festa universale, che riguarda tutti, non solo i cristiani. Il Natale come tutto il lungo ciclo dei "giorni del Natale", dal 6 dicembre al 6 gennaio. D’altronde, il 21 marzo, nell’equinozio di primavera, 21 giugno, nel solstizio d’estate, il 23 settembre, nell’equinozio d’autunno e il 22 dicembre, nel solstizio d’inverno, si generano infatti nel mondo naturale grandi forze energetiche che bisogna sapere accogliere al nostro interno.
Secondo la tradizione cristiana, d’altronde, Gesù è nato il 25 dicembre a mezzanotte. Il 25 dicembre, il sole è appena entrato nella costellazione del Capricorno. Simbolicamente, il Capricorno è collegato alle montagne, alle grotte, e Gesù nasce proprio nell’oscurità di una grotta. La data, adottata dalla Chiesa nel IV secolo, si sovrappone a quella della nascita del dio Mithra ed è in stretto rapporto con il solstizio d’inverno e, quindi, con la rinascita del sole. Non a caso, l’imperatore Aureliano aveva proclamato il 25 dicembre festa del sole invitto. Ovunque si accendevano fuochi e si scambiavano -come oggi- doni.
Una data precisa non è stata comunque tramandata. Ciò non toglie, tuttavia, nulla al significato del Natale. Non è una questione di date, infatti. La nascita è un avvenimento cosmico e interiore.
Avviene, come detto, nel momento dell’anno in cui nell’emisfero settentrionale del globo terrestre il Sole si trova nel punto più basso della propria orbita intorno alla Terra e riprende lentamente il suo tragitto ascendente per consentire il trionfo della luce. Il solstizio d’inverno segna l’inizio della grande ascesa della luce solare, del suo riscatto dall’umiliazione dell’oscurità invernale. Come il Sole, Gesù si rivela al mondo per dissolvere con i Suoi raggi la nebbia dell’ignoranza, del male, del peccato.
L’episodio della Sua nascita è narrato solo in due Vangeli. Luca riferisce che venne deposto “in una mangiatoia” e che i pastori furono chiamati dagli angeli a conoscerlo e adorarlo, mentre Matteo riferisce della visita dei Re Magi, i nomi dei quali ci vengono da uno dei Vangeli apocrifi, il Vangelo degli Ebrei o dei Nazareni, in una citazione di epoca medievale. Il Protovangelo di Giacomo (cap. XVIII) precisa che Gesù nacque in una grotta e il Vangelo dello pseudo Matteo (cap. XIV) dà notizia della presenza del bue e dell’asino, i quali “lo adoravano senza sosta”. Entrambi i testi (rispettivamente al cap. XIX, 2 e XIII, 2) specificano che al momento della nascita la grotta cominciò a farsi piena di splendore e a rifulgere di luce come se vi fosse il sole.
Cerchiamo, dunque, di analizzare la simbologia dell’evento partendo innanzitutto proprio dalla grotta.
Essendo dentro la Terra, essa allude al centro del mondo ed è per eccellenza luogo di nascita e  rigenerazione. Indica il centro spirituale del macrocosmo ma anche quello del microcosmo. Bisogna scendere nel ventre della Terra per potere davvero risalire. L’iconografia alchemica assimila la grotta all’athanor in cui si verifica il processo di trasmutazione e non è casuale che la profondità, la cavità rivestano un ruolo importante nei riti di iniziazione.
Nella grotta il Bambino è riscaldato dall’asino e dal bue. E’ importante riflettere sulla presenza dell’animalità nella venuta al mondo della divinità, a testimoniare che l’annuncio di salvezza deve riguardare tutti gli esseri, non solo l’uomo ma ogni aspetto della vita, l’intera natura.
Contrariamente a quanto si vorrebbe accreditare, l’asino non simboleggia l’ignoranza. Nell’episodio biblico di Balaam un’asina riconosce per prima l’angelo del Signore. Un asino conduce Maria durante la fuga in Egitto e su un’asina bianca Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme nel giorno delle Palme. Prima ancora, nei misteri dionisiaci, un asino è legato a Dioniso mentre nel culto di Apollo il suo sacrificio allude al superamento degli impulsi istintivi.


In Oriente le sue orecchie lunghe sono considerate simbolo sapienziale essendo l’organo attraverso cui si accede alla conoscenza del mondo invisibile. Lo stesso Buddha viene spesso raffigurato con orecchie smisuratamente grandi, a sottolineare la sua capacità di ascoltare la voce interiore. 
Furono i Greci e Romani a schernire gli Ebrei per la loro considerazione dell’animale. Il grammatico Apione, nella Storia d'Egitto, narra che il re Antioco Epifane, conquistata nel II secolo a.C. Gerusalemme ed entrato nel tempio, vi avrebbe trovato una testa d’asino aurea oggetto di adorazione.
Nel II secolo, Tertulliano racconta che nella sua città, Cartagine, forse un apostata aveva raffigurato su una tavoletta il “Dio dei cristiani” (definendolo onokoetis, “figlio di un asino”) come un essere antropomorfo e onocefalo, con orecchie e zoccolo asinini. La venerazione dell’asino doveva essere ancora viva nel IV secolo se San Giovanni Grisostomo fu costretto a raccomandare ai cristiani di non portare addosso talismani che associassero l’immagine asinina a quella di Gesù.
Nella scultura romanica e in quella gotica si ritrova, poi, l’immagine dell’asino che suona la lira, un archetipo che risale alla cultura di Ur analizzato da Marius Schneider, il quale ha osservato che arpa e tamburo – i due strumenti più di qualunque altro connessi, sia pure per differenti motivi, all'asino – sono strumenti di dolore e di rapporto con l'Aldilà. Sempre Schneider si è soffermato sul nesso tra la figura dell’asino e quella del Cristo crocifisso.
A Roma, nell’Antiquarium Palatinum, è conservata un’antica lastra di travertino, risalente alla metà del III secolo, su cui è incisa la figura di un uomo crocifisso raffigurato di spalle, con la testa d’asino. In basso, a sinistra, un devoto gli manda un bacio rituale di adorazione. Sotto il crocifisso si legge, in greco, “Alexamenos sebete Theon” (Alexamenos, adora Dio). Sempre a Roma, nelle catacombe, Cristo viene simbolicamente interpretato come palma, come agnello, come pesce e anche come asino, così come ulle guglie di alcune cattedrali francesi, come quelle di Chartres e di Nantes.
Si tratta di un paragone tutt’altro che blasfemo, bensì intriso di profondo valore sacrificale che associa il disperato raglio asinino al grido altissimo di Gesù sulla croce. I riti medioevali nei quali l'asino, abbigliato da re o da vescovo, veniva onorato prima di essere bastonato e scorticato, testimoniano l’analogia tra asino e Cristo, entrambi vittime della crudeltà umana.
Oltre all’asino, accanto al Bambino c’è poi il bue.
Contrariamente al toro, che esprime impeto, irruenza, il bue simbolizza pazienza, sacrificio, laboriosità. Animale sacro in Egitto, in India, nell’antica Grecia, è spesso affiancato a divinità solari.
Ma andiamo avanti nella lettura simbolica.
Un angelo avverte i pastori del sacro accadimento.
Il pastore è colui che veglia nella notte, conosce le fasi lunari e il percorso delle stelle. È il nomade che, come l’anima nel mondo materiale, scruta la via per tornare al luogo di provenienza.  Solo colui che vigila nella notte e conosce i segni del cielo può trovare il cammino da seguire.
Ultimi a comparire sulla scena sono i Re Magi.
Matteo non ci fa sapere molto sui loro nomi e sul loro numero che in testi non canonici varia da due fino a dodici. La tradizione ne menziona tre, Melchiorre, Gaspare e Baldassarre, recanti in dono al Bambino oro, incenso e mirra. L’oro è prerogativa dei re e nelle varie simbologie rappresenta lo spirito. Gli stessi alchimisti, quando affermano di volere “cambiare il vile metallo in oro” si riferiscono alla necessità di sgrezzare il mondo fisico per estrarne l’essenza spirituale. Non va, inoltre, dimenticato che il prezioso metallo proviene dalla profondità terrestre di cui, come abbiamo visto, la grotta è rappresentazione emblematica.
L’incenso, sempre utilizzato nei rituali religiosi, nel suo espandersi si collega all’elemento etereo, coglie l’immagine dell’onnipresente coscienza cosmica, dell’essenzialità immateriale.
La mirra, balsamo dell’incorruttibilità, simboleggia, invece, l’anima purificata dalle esperienze. Quando nell'uomo non vi sono più desideri egoistici né passioni, l'anima “profuma”, infatti, come un’essenza aromatica.
Da un’altra angolazione, la mirra significa immortalità (veniva, infatti, usata per imbalsamare i corpi e preservarli dalla decomposizione) mentre l'incenso rappresenta il cuore, l'amore. A Dio, alla luce, ci si dona completamente, con corpo, mente e spirito.
La luce, in senso fisico e spirituale, appare quando più fonda è l’oscurità per portare l’annuncio di una nuova vita. Il Protovangelo di Giacomo mette l’accento sull’intensa luce che promana dalla grotta di Betlemme, una luce consustanziale a Gesù.

A un amico che lo interrogava su Gesù, Kafka rispose che Egli “è un abisso di luce”, una luce anaforica, che rinvia ad altro da sé, ci supera e oltrepassa, e nello stesso tempo immanente, che ci pervade, avvolge, scalda. Non è un caso che nel più antico mosaico cristiano, quello del mausoleo romano dei Giulii, risalente al III secolo, Gesù sia rappresentato come Sole sfolgorante sul carro trionfale. Il Natale è, quindi, un invito a perseguire la luce nel cammino spirituale di salvifica conoscenza. La salvezza comincia interiorizzandone il riverbero, con l’illuminazione dinanzi a cui le tenebre dell’ignoranza e del male si arrestano e dissolvono.


lunedì 16 dicembre 2013

Gli Iskander di Putin: la Russia torna a minacciare la Germania



Soso 
Se la crisi siriana di fine agosto ci ha insegnato che la supremazia militare euro-atlantica non esiste più, la novità di oggi è che la Russia, schierando nell'ultimo anno "un numero a due cifre" di batterie missilistiche a corto raggio Iskander a Kaliningrad - come ha rivelato il quotidiano tedesco Bild - pone Berlino sotto tiro e a differenza della crisi per gli euromissili degli anni 80, con cui l'URSS di fatto perse la guerra fredda, un eventuale conflitto vedrebbe l'impiego di missili atomici probabilmente solo in Europa centrale, con tutte le conseguenze strategiche che già trent'anni fa portarono quasi alla neutralizzazione della Germania, ma anche dell'Italia.
Se consideriamo anche gli Iskander schierati, sembra, nell'alleata Armenia, possiamo trarre tutte le conseguenze negative della  corsa americana verso i nuovi armamenti, come quelli a lungo raggio non nucleari e il famoso scudo antimissile in Polonia e repubblica ceca.

Tra queste conseguenze è possibile inserire anche la nuova linea di Erdogan, che appare tentato dal portare la Turchia nell'Unione Eurasiatica e cioè a fianco della Russia.
Il tanto dibattuto sistema antimissile, dimostra soprattutto il tentativo degli Stati Uniti di bloccare l’allontanamento dell'Europa: il collante della NATO infatti è sempre più debole e pochissimi Paesi europei  adempiono ormai ai loro obblighi finanziari verso l'alleanza.
Posta esattamente al centro di una crisi che assume una forma globale, l'Italia insisterà per essere presente a Ginevra 2, la conferenza internazionale sulla Siria, di cui il segretario generale dell'Onu annuncerà la composizione del tavolo il 20 dicembre (come ha riferito il ministro degli Esteri Emma Bonino alle commissioni riunite di Camera e Senato). L'Italia, secondo il ministro Bonino, ha tutti i titoli giusti per esserci, infatti la Farnesina ha anche dato disponibilità all'uso di un porto italiano per il trasbordo del materiale chimico siriano, da smaltire - sembra - in Croazia.

Dunque cosa sta accadendo? Il temibile effetto domino, che a partire dallo schieramento navale russo di Tartus ha già raggiunto l'Egitto e influenza anche Cipro, Grecia e Turchia, potrebbe aver provocato come risposta anche la crisi Ucraina? E basterà un ministro accorto come Emna Bonino a vigilare su un quadro complesso e in costante evoluzione o dobbiamo tutti aspettarci un futuro ancor più fosco di quello che già ci è stato raccontato?

domenica 15 dicembre 2013

Appello ai forconi piccoli. La vera rivoluzione è avere dubbi



Annalisa Terranova 

Questo è un appello ai forconi più piccoli. Diciamo quelli attorno ai vent'anni. I più sensibili ai richiami "rivoluzionari". Cominciamo con un aneddoto: ai tempi degli indignati, del corteo dell'11 ottobre 2011, alcuni adolescenti che frequentavano casa mia mi raccontarono che erano andati a sfilare anche loro. Che da subito, appena partito il corteo, avevano visto gente che buttava a terra i cassonetti e li incendiava. Che la polizia aveva visto e non era intervenuta. Che quindi, giustamente presi da leciti sospetti, avevano abbandonato la manifestazione prima dei caroselli di piazza San Giovanni. Questo per dire che, pure se non sei violento, c'è sempre qualcuno che è più violento di te e se non c'è te lo mettono a fianco per fregarti. Che vuol dire? Vuol dire che questa storia dei forconi è stata molto ben "schedata" da governo e Viminale e che la gente che va in piazza è rimasta priva di copertura politico-istituzionale (abbandonata sia da Berlusconi sia, anche se in misura minore,  da Grillo). I segnali sono inequivocabili: Letta che dice in aula che i poliziotti sono fedeli servitori delle istituzioni (e questo dopo l'episodio dei caschi tolti in piazza) il che significa che le forze dell'ordine devono darsi da fare e Alfano nella sua informativa alla Camera afferma che ci sono infiltrazioni antagoniste di estrema destra da tenere sotto controllo. Poi sono arrivate le cariche agli studenti alla Sapienza, le cariche a Torino, le cariche contro CasaPound a Roma (con arresto di uno dei capi). Poi ci sono anche gli scemi che cantano Bella ciao, ma il problema non sono loro: chi insegna che il problema è quello c'ha il braccetto a molla scolpito nelle poche rotelle cerebrali che detiene. Il problema è il segnale che un governo di compromesso ha lanciato. Gli infiltrati pericolosi tra l'altro non sono neanche segreti, sono dichiarati, e spetterà a loro l'onere di rappresentare lo spauracchio da emarginare per dimostrare che Letta e Alfano sono i referenti dei moderati di sinistra e di destra. Di tutta questa commedia il copione è già scritto perciò, cari forconi piccoli, state attenti: non vi fate usare. Avere dubbi è più rivoluzionario che sventolare il tricolore per conto terzi. Ah, un'altra cosa: i portavoce dei forconi, così, a naso, mi sembrano tipi che, se fosse concessa loro l'opportunità di entrare non nella stanza dei bottoni ma in una qualsiasi anticamera di una stanzetta dei bottoni, farebbero come tanti rivoluzionari che ho conosciuto: l'amante istituzionale, l'auto blu per portare in giro la famiglia, il bancomat con risorse pubbliche per la lingerie della segretaria e per il resort di lusso, magari la laurea a pagamento e i parenti piazzati fino alla quarta generazione. E allora, vale la pena farsi male?

venerdì 13 dicembre 2013

La Siria e il destino della politica mediterranea (e quindi anche nostro)






Soso

In ogni guerra, quando il capo dell'esercito fugge abbandonando i suoi combattenti al proprio destino, si assiste a un evento tragicamente significativo: il capo di stato maggiore del cosiddetto esercito libero siriano, Salim Idris, ha infatti lasciato la Siria rifugiandosi nel Katar, dopo che i kaedisti hanno occupato le basi delle sue bande armate, appropriandosi dei depositi di armi. Oggi che gli Stati Uniti hanno interrotto il supporto ai propri ascari usa&getta, contestualmente alla chiusura della frontiera turca da parte di Erdogan, è iniziato il definitivo sfacelo delle forze non kaediste. Intrappolate tra l'incudine fondamentalista e il martello dell'esercito nazionale, le forze che hanno iniziato la guerra siriana sul fronte nord hanno già iniziato in diversi casi a passare direttamente dalla parte di Assad e cioè ad una tardiva difesa della propria patria, a sbandarsi, o cercare disperatamente salvezza in altri regioni. Coadiuvato sul campo dalle forze militari del Kurdistan Siriano, l'Esercito Nazionale sta completando la decisiva operazione nel settore di Aleppo, capitale industriale e centro nevralgico di tutto il nord del paese. Sconfiggere un nemico per volta porterà presto anche alla resa dei conti con gli islamisti supportati dai sauditi-katarioti, determinando un mutamento strategico di rilievo regionale: il giro di boa militare di Assad ha infatti portato direttamente alle trattative del governo russo con l'Egitto riguardo la base navale di Alessandria, con Cipro per le guarnigioni dei paracadutisti russi, ma anche all'accordo di cooperazione militare con la Grecia. Se Erdogan dovesse fare sul serio riguardo l'entrata della Turchia nella SCO e cioè uno scavalcamento di campo a favore di Cina e Russia, vedremo probabilmente l'inizio della fine per il blocco euro-atlantico così come è esistito negli ultimi settant'anni. Mutamenti internazionali di un'ampiezza tale da giustificare tanto per iniziare, una crisi grave in Ukraina, ma anche nei Balcani e a casa nostra: che l'Italia condivida una pipeline strategica come South Stream con Russia, Grecia e Serbia, sappiamo già che non a tutte le "diplomazie alleate" farà piacere. Per molto meno ai tempi della collaborazione con gli indipendentisti algerini e per gli idrocarburi perduti dai francesi in quel periodo storico, venne silurata l'opera di Enrico Mattei e ricondotta all'ovile una ENI troppo libera. Per qualcosa di simile e cioè una politica italiana troppo "equi-vicina" nel conflitto arabo-israeliano, secondo molti analisti si è arrivati all'assassinio di Aldo Moro con la normalizzazione del suo partito-stato democristiano. E non dimentichiamo che dopo Sigonella, con le cosiddette "mani pulite", Bettino Craxi e tutto il suo Caf finirono detronizzati… Oggi che un'intera brigata italiana si interpone fra l'esercito israeliano ed Hizb-Allah, non possiamo fingere che noi non saremo coinvolti se la guerra siriana tracimerà in Libano: le stragi, gli omicidi mirati e gli scontri armati a Beirut e Tripoli siriaca potrebbero preludere proprio a questo… e le potenze sub-imperiali come Francia, Gran Bretagna e Arabia Saudita hanno troppa necessità di una sponda sul mare nord-libanese, per costituire un fronte alternativo a quello nord-siriano che si sta ormai trasformando in un enorme mattatoio.

Ma quanto sei antica, non ti piace Renzi... Infatti, sono antica e non mi piace Renzi



Annalisa Terranova

Dice: ancora a parlare di Matteo Renzi... E' vero, argomento trito e ritrito. Dice: ma che ti frega, a te, se Renzi ammazza la sinistra, mica sei di sinistra.... Vero pure questo, ma la sinistra mi serve dialetticamente, non come nemico, ma serve... Dice: a te Renzi non piace perché vuole rottamare la generazione ideologizzata come la tua. Gli odiosi anni Settanta. I sanguinosi anni Settanta. Ecco, e allora? Non mi piace proprio per quest'ultimo motivo. O meglio, nutro diffidenza. Anzi, confesso, ho proprio un senso di superiorità verso quelli che non hanno fatto vita di sezione, organizzato un'assemblea, che non hanno studiato i sacri testi di riferimento (Marx o Marcuse di là e Evola o Gentile di qua, sto semplificando eh...), mai una carica della polizia, mai un sogno, sia pur timido, di rivoluzione, mai un giornaletto autoprodotto, di quelli con le affermazioni sovrane e le negazioni assolute. Mai la politica "totale", che ti fa scegliere un'altra famiglia, al posto di quella naturale, i cui vincoli valgono poi sempre, anche a distanza di decenni. E mai le lacrime per gli ideali consumati, gli amici ammazzati, quelli logorati dagli errori e dalle cazzate. E mai le notti insonni, a pensare: come andrà domani? Quel corteo, quell'assemblea, quell'appuntamento. Mai le notti insonni a rompersi la testa sui libri più difficili, quelli così difficili che con la realtà non combaciano mai. Dice: sono cose superate. Oggi conta il programma, l'ascolto delle categorie. Ho capito: e non era meglio studiare la filosofia politica piuttosto che ricevere delegazioni di commercianti? Lo so lo so, dico cose fuori tempo. I mie figli direbbero: a ma', come sei "antica". E vabbè, è un delitto essere "antichi"? E poi scusate, non è che gli anni Settanta sono stati solo terrorismo: ci sono stati il nuovo diritto di famiglia, la riforma sanitaria, il voto ai diciottenni. Dice: c'era pure il "diabolico" femminismo. E chi l'ha detto che era poi così diabolico il femminismo? Dice: c'era l'egemonia culturale della sinistra. E c'era perché era più brava, la sinistra. Lo vogliamo dire, lo possiamo dire? Dice: c'era il compromesso storico. perché oggi non c'è la stessa cosa, con le larghe o strette intese, come diavolo le volete chiamare? Dice: c'erano gli opposti estremismi. E già, e Renzi proviene proprio dalla storia di chi li ha orchestrati gli opposti estremismi... Dice: c'era l'austerity. E perché oggi non c'è? Dice: ma era il Msi che vedeva in ogni conquista sociale la nefandezza di un'era di decadenza. E infatti a me il Msi non piaceva, io lo volevo cambiare (eravamo in tanti a volerlo cambiare). Poi volevo pure cambiare An (ed eravamo già un po' di meno là a voler cambiare), poi c'è stato un enorme big bang, ma io sto sempre qua, che voglio cambiare la destra, perché la destra come piace a me non l'ho mai vista e posso continuare l'interminabile dibattito sulle cose che si potrebbero fare, sulle occasioni perdute, sugli errori accumulati. A Renzi invece gli tocca la concretezza dell'azione. Ha bisogno di superare la sinistra senza dirlo troppo apertamente. Io invece la destra "brutta", che non mi piace, la voglio archiviare sul serio, e lo dico pure. Perché vengo dagli anni Settanta, e non mi piacciono le mezze misure. O tutto o niente. Se vieni da lì, non scambi la rivoluzione con la "rottamazione". Al limite, te la fai per cavoli tuoi, la rivoluzione. Te la fai interiormente. Che è sempre un risultato (se ci riesci). E c'hai pure il vantaggio che nessuno ti rompe i coglioni con le percentuali...

Santa Lucia martire e dispensatrice di luce. L'interpretazione di Cattabiani

Oggi è il 13 dicembre, giorno dedicato a Santa Lucia. Di seguito un interessante scritto di Alfredo Cattabiani su questa data, tratto dal libro Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell'anno (Rusconi 1988)



Alfredo Cattabiani

Prima di Natale, il 13 dicembre, si festeggia Santa Lucia che è diventata molto popolare per una serie di coincidenze che poco hanno a che fare con la sua figura storica e la collegano invece al simbolismo solstiziale. Lucia venne effettivamente martirizzata a Siracusa durante la persecuzione di Diocleziano, ma come e perché non si sa se non per due passiones, l'una greca l'altra latina, più tarda e meno credibile della prima, e infarcita di leggende simili a molte altre vite di sante dei primi secoli.
Secondo la fonte greca, Lucia era una giovane e ricca siracusana, fidanzata a un concittadino. Durante un pellegrinaggio al sepolcro della martire Agata a Catania, per impetrare la guarigione della madre malata, la santa le apparve predicendole il martirio.
Tornata a Siracusa, Lucia decise di rinunziare alle nozze imminenti e di distribuire tutti i beni ai poveri. Denunciata dal mancato sposo come cristiana alle autorità romane, fu trascinata in tribunale dove il giudice non riuscì a farla abiurare né con le lusinghe né con le minacce, sicché venne condannata a vivere in un lupanare. Ma quando i soldati tentarono di condurla via si accorsero con stupore che era inamovibile come una roccia: né vi riuscirono una coppia di buoi e un getto di pece bollente. Allora il giudice esasperato la condannò a morte.
Di là dalla leggenda, pare che sia morta il 13 dicembre, come sostengono il Martirologio Geronimiano e altri testi agiografici. Questa data, che nella prima metà del secolo XIV coincideva con il solstizio d'inverno a causa dello sfasamento tra anno solare e calendario giuliano, contribuì a fissare definitivamente le funzioni della santa nella tradizione popolare. Già il suo nome evocava la luce: deriva infatti dal latino Lùcia, femminile di Lùcius, la cui radice è lux, lucis, luce: significava originariamente "nata nelle prime ore del mattino" oppure "durante il giorno". Tradotto nel tardo greco - la lingua della Sicilia orientale - in Lukìa, venne a poco a poco a significare nell'ambiente cristiano segno e promessa di luce spirituale. Il nome ispirò probabilmente il suo patronato sulal vista che qualche agiografo ha collegato a un episodio leggendario posteriore alla passio, secondo il quale la fanciulla, per non cedere alle suppliche del fidanzato, si sarebbe strappata gli occhi. Ma l'episodio non è certo il più adatto a giustificare il suo patronato. (...)
Sicché nell'iconografia Lucia appare con vari attributi connessi sia al martirio, come la palma e il pugnale o la spada che la trafisse, sia alla sua funzione di "messaggera di luce", come la lampada e il piattino con due occhi che regge in mano; ed è rappresentata con un sontuoso mantello, ingemmata come una regina, coronata di fiori, quasi epifania della luce divina o traduzione cristiana della dea Aurora.



Alla sua festa sono connesse molte usanze, come quella di non mangiar pane durante il 13 dicembre, sorta in memoria di una carestia che affamò la Sicilia nel secolo XVIII e fu risolta per il miracoloso intervento della Santa che convogliò in Sicilia una flotta di navi cariche di frumento. A Leonforte, in provincia di Enna, in ricordo dell'avvenimento si mangia dopo la funzione la cuccìa, un piatto a base di frumento cotto, messo a mollo il giorno precedente. (...)
Il culto della Santa si è diffuso nel medioevo in tutta l'Italia suscitando nuove leggende o usanze. In Veneto e poi nelle nazioni finitime, dall'Austria alla Cecoslovacchia, assunse anche la funzione solstiziale - come il Bambino Gesù, san Nicola e la Befana - di distribuire doni ai bambini, lasciando per i capricciosi non il carbone, ma una severa bacchettina.
Oggi ancora a Lenna, in provincia di Bergamo, un tempo sotto la dominazione veneziana, si dice che Santa Lucia passi nella notte tra il 12 e il 13 a cavallo del suo asino per portare i regali ai bimbi. Una volta, per darle il benvenuto, le si offrivano minuscoli dolcetti, non più grandi di una moneta, che venivano legati ai due capi dei lacci delle scarpe depositate sulla finestra della cucina insieme con un poco di fieno per l'asinello. E nei giorni precedenti gruppi di fanciulli suonavano campanacci per preannunziare il suo arrivo.
Persino nelle riformate Danimarca e Svezia il 13 dicembre è festeggiato con l'elezione di una "vergine saggia" che, scortata da compagne vestite di tuniche bianche con una corona di sette candele sul capo, percorre le vie raccogliendo e portando nelle case, negli asili e nelle istituzioni caritatevoli i doni natalizi. La vergine saggia svedese è stata invitata qualche volta a Siracusa alla festa in onore della patrona, durante la quale si svolge una processione: la statua della martire, posta sopra una bara dorata, è condotta dalla cattedrale fino al sobborgo di Santa Lucia dove vi è una colonna alla quale, secondo la leggenda, la giovane fu legata dai suoi persecutori. Si dice che la statua impallidisca quando vi giunge davanti.