venerdì 1 agosto 2014

Quei film antiretorici sulla guerra in cui quel che conta è la libertà dell’individuo


Lorenzo Randolfi

Come appassionato di cinema italiano, il centenario dello scoppio della Prima guerra mondiale (1914–2014) mi fa venire in mente quel capolavoro che è La Grande Guerra. Mi riferisco al film di Mario Monicelli, del 1959, sceneggiato dal duo Age&Scarpelli e da Luciano Vincenzoni, con attori protagonisti Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Silvana Mangano e una corolla di caratteristi di vaglia come Romolo Valli, Bernard Blier, Folco Lulli, Tiberio Murgia. La pellicola vinse quell'anno il Leone d'oro alla XX Mostra del cinema di Venezia, ex aequo con Il Generale Della Rovere di Roberto Rossellini. Cosicché parlare dell'uno ci porta anche a parlare dell’altro e non solo per via di questa simultaneità quanto per una ragione più profonda, di contenuto, che li lega e che vedremo.




Ma andiamo con ordine e cominciamo con il primo: La Grande Guerra. Ecco la trama: l'Italia si prepara alla prima guerra mondiale. Il milanese Giovanni Busacca (Vittorio Gassman) vorrebbe evitare l'arruolamento e il piantone romano Oreste Jacovacci (Alberto Sordi) gli fa intendere che dietro compenso lo farà riformare. Non è così e Giovanni cerca Oreste per dargli una lezione. Tuttavia, quando si ritrovano, i due diventano amici. A Tigliano, piccolo paese delle retrovie, attendono d'essere mandati al fronte. Intanto Giovanni conosce Costantina (Silvana Mangano), una prostituta che gli ruba il portafoglio. Finalmente eccoli al fronte. Incapaci di ammazzare un austriaco indifeso, i due passano per lavativi. Un giorno si offrono volontari per portare un messaggio a un distaccamento. Quando si apprestano a tornare, sulla montagna infuria la battaglia e i due se ne approfittano per riparare in un casolare. Scoperti dagli austriaci e considerati spie sono minacciati di morte se non forniscono informazioni sulla loro missione. Stanno quasi per cedere quando, di fronte all'arroganza dell'ufficiale che li interroga, Giovanni lo insulta e viene fucilato. Oreste segue l’esempio del compagno e viene fucilato mentre grida “Non voglio morire… sono un vigliacco”. Il loro comandante ignaro di tutto ciò, dirà: “E pensare che anche questa volta quei due lavativi se la sono scampata…”. Ecco, già dalla trama, si capisce lo spessore di quest'opera. Non è il solito film che ricostruisce la cronaca della guerra edulcorandola come spesso accade quando si vuole ricordare un evento fondamentale della propria storia patria. Il film assume un punto di vista diverso, più basso, più vicino ai soldati semplici che la combatterono, quegli ex contadini, ex operai o ex piccoli borghesi (i nostri nonni o bisnonni) che si ritrovarono trascinati in un conflitto senza precedenti nella Storia. Come ha detto Monicelli stesso: “Ho narrato la Grande Guerra dal punto di vista dei soldati qualunque, dei tanti poveri diavoli che furono trascinati al combattimento senza vocazione alcuna”. Perché poi è stato così. La guerra ha infatti poco di epico, di eroico. Certo ci sono anche gli Eroi, e ci furono nella Grande Guerra. Mi vengono in mente Enrico Toti, Cesare Battisti, gli aviatori Francesco Baracca o Guido Keller, il Barone Rosso, gli esteti armati come Ernst Junger o Pierre Drieu La Rochelle o D'Annunzio. Anche lo scrittore Louis-Ferdinand Céline fu un eroe di guerra, salvo poi tornarne schifato. Così come ci furono molti eroi anonimi, non riportati nei libri. Eroi per caso, uomini qualsiasi come Busacca e Jacovacci, che non erano andati alla guerra infatuati dal verbo irredentista o futurista, ma che, al contrario, di fronte alla morte, alla violenza, alle mutilazioni, provavano sgomento , paura, pregavano, piangevano. Erano umani. Eppure seppero sopportare virilmente il loro compito. Attaccarono quando c'era da attaccare, digiunarono quando non si poteva che digiunare.... Tutto ciò nel film viene riportato abilmente. Un film quindi antiretorico, antibellicista, antimilitarista, come solo un artista come Monicelli poteva fare. Il regista, si sa, era un toscanaccio irriverente, individualista, e amante del vero. E toscano è anche quel mescolare il comico con il tragico, l’unire il riso all'amarezza. Tutto il film è fatto così: drammatico, ma con una serie di duetti divertenti di Gassman e Sordi, senza per questo cadere nella macchietta. Anzi fornendo sempre un pungolo alla coscienza dello spettatore e spingendolo alla riflessione. Una riflessione che arriva al suo culmine nel finale quando i due protagonisti, che per tutto il film si sono comportati da pavidi e scansafatiche , finiranno per morire con grande nobiltà. È in questo momento che il film smette di essere un film storico per elevarsi ad un livello più filosofico, etico: l'individuo e la sua libertà di saper compiere il bene e il male, di subire gli eventi o di prescindere da essi restando libero nella coscienza. Il principio di responsabilità del singolo.



A questo punto occorre parlare del secondo film del '59, Il Generale Della Rovere del regista Roberto Rossellini, basato su un soggetto di Indro Montanelli che rielabora in chiave romanzesca un’esperienza vissuta nel 1944 dal giornalista. Brevemente la trama: nella Milano occupata dai nazisti, Giovanni Bertone (Vittorio De Sica), un ex ufficiale ridotto a vivere di espedienti, estorce denaro ai familiari dei partigiani caduti in mano alla Gestapo in cambio di false informazioni sulla loro sorte. Viene scoperto e costretto da un ufficiale tedesco a fingersi un generale impegnato nella guerra di liberazione, l’aristocratico e valoroso Fortebraccio Della Rovere, e a spiare nella prigione di San Vittore i capi antifascisti. Ma quando un vero leader della Resistenza viene catturato a Milano, Bertone decide di non collaborare e viene condannato alla fucilazione con altri detenuti. Mentre gli sparano grida “Viva l’Italia!” e alla fine muore meglio del vero Della Rovere. Capirete dalla trama cosa intendevo all'inizio quando ho parlato di un affinità tra i due film. Anche in questo secondo film un fatto storico, diviene il motivo per una riflessione etica: ancora una volta un individuo capace di compiere meschinità e bassezze ma anche di ritrovare la sua umanità, il suo posto al di sopra delle bestie; di ritrovare, come direbbe Ernst Jünger, “l’uomo che è in ciascuno di noi”. Per chiudere è molto azzeccata la citazione delle Storie Chassidim, riportata da Gianni Riotta nella sua prefazione all’ultima edizione del romanzo di Montanelli: “Quando ti presenterai davanti all'Eterno, l'Eterno non ti chiederà: perché non sei stato Mosè? Ti chiederà: perché non sei stato te stesso?”

 

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