venerdì 31 gennaio 2014

La storia vista da Huizinga: cogliere la "forma" oltre le novità



Annalisa Terranova
Morì prigioniero dei tedeschi, il 1 febbraio del 1942, il grande storico Johan Huizinga, autore del capolavoro L’Autunno del Medioevo. Nato a Groninga nel 1872, docente all’università di Leida, figura di erudito conservatore, influenzato dalle idee di Georg Simmel, Huizinga intuì la decadenza dell’Occidente (come testimoniano le dense pagine de La crisi della civiltà) e reagì cercando con il suo lavoro storico la perfezione della forma che l’uomo imprime al tempo e alla società nell’illusione di rendere la sua opera eterna. “Ciò che lo storico vede sono forme della vita collettiva, dell’economia, della credenza, del culto, forme di diritto e di legge, forme di pensiero, forme di creazione artistica… Ognuna è una forma di vita, e perciò ogni forma contiene una funzione”.
Applicando questo metodo Huizinga in un altro dei suoi lavori memorabili, Homo ludens, individua nel grande gioco della cavalleria la forma di espressione più alta della cultura medievale. Ma è ancora di più con L’Autunno del medioevo (1919), con l’ “efficacia pittorica” delle sue pagine e con il rievocare il mondo sognante e dorato della Borgogna tardomedievale,  che Huizinga lascia una traccia indelebile nella storiografia, completando, e in qualche modo superando il lavoro di Burckhardt sul Rinascimento italiano. Ha scritto Eugenio Garin: “Quel che Burckhardt aveva fatto per l’Italia Huizinga faceva per la Borgogna , col duplice risultato di superare la rottura Medioevo-Rinascimento, e di sfumare l’autunno medievale nella primavera rinascimentale tanto da dare l’impressione che i toni serali dell’uno e quelli aurorali dell’altro si rassomigliassero fino a confondersi”.
Non trascinato dalla ricerca della novità nelle fasi storiche studiate, Huizinga al contrario dello storico suggestionato dall’idea di progresso è interessato a cogliere nel passato la forma, appunto, in cui una vecchia idea muore e una nuova idea nasce. Per questo egli colloca in piena età rinascimentale quella che per lui è la fine della civiltà medievale divenuta come “un albero completamente sviluppato e carico di frutti troppo maturi”. Affascinato dalle fasi di crisi, nell’Homo ludens conduce una critica spietatà all’età moderna, avvertendo il lettore che, mentre nell’antichità il gioco si fissa come forma di cultura, la ludicità dei moderni scade nel puerilismo e riti e miti, allontandosi dal simbolo, rappresentano solo il momento ideologico di una cultura immersa “nelle ombre del domani”.

giovedì 30 gennaio 2014

Bankitalia e l'interesse nazionale: un applauso a Fratelli d'Italia e ai Cinquestelle



Annalisa Terranova

Una bella pagina di opposizione quella scritta ieri dai deputati che si sono opposti al decreto Imu-Bankitalia. Molti si chiedono: perché legare Imu e Bankitalia in uno stesso decreto? La risposta è complessa proprio perché si vuole, confondendo le acque, tenere l'opinione pubblica disinformata. L'operazione Bankitalia è infatti un regalo alle banche le quali accettano di essere tassate una tantum per 1 miliardo, somma che serve a coprire il buco creato dall'abolizione dell'Imu. Che questa tassa sia sparita siamo tutti contenti, ovvio, ma è bene si sappia che il costo lo paga ancora una volta la collettività. Perché regalo alle banche? Perchè la rivalutazione delle quote di Bankitalia (detenute in maggioranza da Banca Intesa e Unicredit) porta a una ricapitalizzazione enorme di questi istituti a carico delle riserve di via Nazionale. Alle banche è stata inoltre concessa la retroattività, per cui potranno iscrivere in bilancio per il 2013 i guadagni della rivalutazione presentandosi agli stress test futuri con le carte in regola. In più, la norma secondo cui nessun azionista può detenere più del 3% del capitale di Bankitalia "obbliga" i maggiori istituti azionisti a vendere le quote di cui sono in possesso, quote però enormemente rivalutate (25mila euro ciascuna). In cambio il governo non ha neanche chiesto che questo regalo fosse ricambiato allentando la stretta creditizia verso imprese e famiglie in difficoltà.
L'opposizione di Sel, Fratelli d'Italia e grillini ha mostrato quali sono le forze tra le quali è possibile una saldatura in vista degli interessi nazionali. E questo va detto anche a vantaggio dei troppi che hanno denigrato il Movimento Cinquestelle (la cui similarità con il vecchio Msi appariva evidente fin dall'esordio dei parlamentari grillini tra i banchi di Montecitorio, al di là delle ingenuità e dei linguaggi cialtroneschi, dettagli dietro i quali si è voluta non vedere la sostanza). Non mi pare quindi molto sensato fare una specie di gara tra chi ha cominciato prima e chi è più credibile tra coloro che si sono opposti alla vergogna del decreto Bankitalia. Del resto, come asseriva la mia amica Raffaella Duelli, ausiliaria scelta e sempre rimasta fascistissima, nei momenti rivoluzionari (e i tempi di crisi sono tempi rivoluzionari) le etichette non hanno senso. Sei di destra? Le ho chiesto più di una volta. E lei: "Io sono una rivoluzionaria, e nel fascismo destra e sinistra si toccavano". Ora, quella di ieri resterà a mio avviso una pagina memorabile, forse non storica ma di sicuro significativa proprio perché mostra plasticamente questa verità. Bravo Fabio Rampelli e applausi a Fratelli d'Italia, allora, ma molto bravi anche i grillini. E solidarietà totale alla deputata Cinquestelle che, mentre occupava i banchi della presidenza, è stata colpita con arroganza e violenza da un deputato questore di Scelta civica. Chissà se Laura Boldrini, così sensibile alle ricadute negative degli spot pubblicitari, lo sia anche per quelle di un'aggressione fisica che non ha precedenti. 

martedì 28 gennaio 2014

Ma se avessimo bisogno di una legge elettorale uninominale?


Pier Paolo Segneri

Decidere! È l’infinito imperativo che domina la cronaca politica di questi ultimi mesi. Ma per decidere è necessario conoscere. La conoscenza è il presupposto necessario per compiere una scelta consapevole e duratura. La base della conoscenza è la discussione aperta, la possibilità di dare libera circolazione alle idee, offrire dialogo, permettere il contraddittorio. Stiamo parlando di vera capacità di decisione e un di reale decisionismo, e non di quanto spacciato per tale da una retorica politico-mediatica che tende a presentare per tale una presunta “nuova legge elettorale” di compromesso tra forze politiche, che ripropone tutti i vizi dell’attuale Porcellum peggiorandone anzi le caratteristiche. E che, in realtà, è solo un’intesa di regime, tutta politicista e pensata per le convenienze nei confronti di un bipolarismo forzato e  modellato a tavolino…È per tutti questi motivi che l’associazione di cultura politica “il cantiere”, attraverso il suo Centro Studi, ha svolto un seminario di approfondimento dedicato alla Riforma della legge elettorale. L’incontro si è tenuto presso l’Hotel Boscolo Aleph di Roma, in via San Basilio, intorno ad un tavolo, dove si sono ritrovate insieme persone comuni e personalità diverse, di appartenenza politica varia e ciascuno con un proprio profilo professionale e culturale. Erano presenti al seminario gli iscritti e i soci dell’associazione “il cantiere”, oltre a importanti ospiti tra politici, parlamentari, giornalisti, docenti universitari e giuristi. In particolare, meritano di essere messi in evidenza gli interventi di Roberto Giachetti (Pd), vice presidente della Camera dei deputati; Benedetto Della Vedova, senatore di Scelta Civica; Claudio Martelli, che ha da poco mandato alle stampe un suo libro autobiografico intitolato Ricordati di vivere, edito da Bompiani. Inoltre, sono intervenuti: Marco Beltrandi, dirigente del Partito Radicale; Enrico Morbelli, direttore della Scuola di Liberalismo di Roma nonché della Fondazione “Luigi Einaudi”; Salvatore Bonfiglio, docente di diritto costituzionale italiano e comparato e tutela dei diritti fondamentali presso l’Università Roma Tre.Di grande interesse sono state le relazioni de "il cantiere" attraverso gli interventi di Pier Luigi Marconi, Alessandro Manna e Fabio Verna. Al centro del dibattito è stata discussa la proposta per una autentica Riforma della legge elettorale, che potrebe essere tale solo in chiave uninominale e maggioritaria, con Collegi piccoli e primarie di Collegio. A tal proposito, il Centro Studi "il cantiere" ha prodotto un documento in cui sono esposte le tesi politiche, storiche, giuridiche e di comparazione dei vari modelli elettorali, al fine di porre la questione sul tavolo della cronaca e dell'attualità politica nazionale.La discussione, le riflessioni, gli approfondimenti sono durati l’intera mattinata e sono stati registrati dai microfoni di Radio Radicale e seguiti anche dalle telecamere della web tv “Liberi.tv”. A moderare i lavori è stata Camilla Nata, giornalista Rai nonché vicepresidente dell’associazione “il cantiere”. Alla fine dei lavori, la soluzione rimane aperta e il seminario continua in modo permanente, ma sempre secondo il metodo liberale e riformista e l'intelligenza collettiva.    

domenica 26 gennaio 2014

Dopo la visita di Putin in Vaticano l'unione tra cattolici e ortodossi è più vicina




Soso

Mediaticamente distratti dal corso di eventi storici interdipendenti, di immane portata e in pieno svolgimento, tutti noi rischiamo di perderne di vista uno in particolare composto da diverse delicatissime fasi e che prosegue il proprio corso, malgrado gli ostacoli. Non sono passati poi molti giorni dalla visita di Putin a papa Francesco: una storica convergenza che ha portato la Federazione Russa ad impedire l'attacco occidentale alla Siria, come richiesto dal Pontefice. Ivan Jurkovic, nunzio apostolico in Russia, ha pubblicamente dichiarato che Santa Sede e Federazione Russa convergono nel rifiuto dell'uso della forza come soluzione alle crisi. Il Papa ha di fatto riconosciuto che la Russia e' un attore globale e che nella ricerca delle soluzioni non si può emarginarlo, davanti alle diverse crisi internazionali che minacciano la pace. Il patriarca Kirill espresse il proprio auspicio che la visita di Putin in Vaticano potesse rafforzare le relazioni tra la Russia e la Santa Sede, ma anche quelle tra la Chiesa Ortodossa Russa e quella Cattolica Romana. Il 12 novembre il Papa ricevette in Vaticano il ministro degli esteri del Patriarcato di Mosca, il metropolita Hilarion, mentre nello stesso giorno nella capitale russa il patriarca Kirill accoglieva nella sua residenza il cardinale di Milano Angelo Scola. Lo stesso patriarca Bartolomeo I ha dichiarato che l’unione tra le due confessioni cristiane è vicina. Ma cosa comporterebbe l’unione tra le due chiese? Innanzitutto, tra le due confessioni non ci sono molte differenze teologiche: entrambe condividono il Battesimo e l’Eucarestia; ma se anche gli ortodossi non riconoscono alla Cresima la validità di sacramento, quando un prete ortodosso consacra le ostie, queste diventano il Corpo di Cristo, come avviene per un prete cattolico. La Chiesa Cattolica, invece, non riconosce la celebrazione liturgica fatta dai protestanti, in quanto i loro pastori non discendono direttamente dagli apostoli. Sia i preti cattolici che quelli ortodossi invece discendono direttamente dagli apostoli, quindi si riconoscono reciprocamente. L’unica differenza tra i preti cattolici e quelli ortodossi consiste nel fatto che gli ortodossi possono sposarsi, mentre i cattolici di rito romano no. Ma neanche questo sarebbe un vero ostacolo, perché nella Chiesa Cattolica i preti di rito orientale possono sposarsi. L'impedimento reale che attualmente ostacola l’unione tra cattolici ed ortodossi è nella diversa visione del Pontefice, al quale gli ortodossi riconoscono solo il primato nella carità ma non quello nelle decisioni. Alla soluzione di questo problema lavorano oggi entrambe le parti, per superare le divergenze e realizzare così il comando che Gesù Cristo ha dato prima di morire: che siano una cosa sola.

sabato 25 gennaio 2014

Vabbè, ci sono i radical chic e dall'altra parte ci sono i "foglianti". Insopportabili pure loro...




Venator

Il termine radical chic non si può sentire. Sono quelle locuzioni che ti vengono a noia prima ancora che hai finito di pronunciarle, che tradiscono stanchezza lessicale, mancanza di creatività linguistica, voglia di comunicare per stereotipi. Però sappiamo tutti che esistono, sappiamo che ci sono gli aristodem, quelli con la puzza sotto il naso, quelli che dividono il mondo tra superiori e inferiori in base al labile parametro postideologico. Io sono io e voi non siete un c... . Ma attenzione, se a sinistra quest'antropologia è ben riconoscibile, sull'altro fronte, anche a destra, lo snobismo politicamente scorretto, strutturato come polo opposto e alternativo ai radical chic ha le sue penne e i suoi atteggiamenti urticanti. È il club dei Foglianti, quelli che adorano Giuliano Ferrara e non lo contraddicono mai (e che si adoperano per rattoppare l'estetica berlusconiana, es. Kant usato per giustificare le scopate a pagamento con una minorenne...) a fornire le teste pensanti dei fundamentalist chic



Il canone da seguire è molto semplice, per chi volesse esercitarsi. Si prenda oggi la rubrica Preghiera di Camillo Langone, il supponente, raffinato, reazionario Camillo Langone: “Che io possa disporre della metà del coraggio, della sfacciataggine, del cieco egoismo di coloro che mi annunciano, mi spediscono, addirittura mi consegnano brevi manu i loro libri. … Alcuni di loro però conoscono benissimo la mia affezione per il libro dei libri, la Bibbia: e allora come possono immaginare che io tralasci l'Ecclesiaste, san Matteo, il salmista per dedicarmi ai loro romanzetti, ai loro saggiucoli, alle loro poesiuole? Che da costoro possa imparare l'impudenza, la baldanza”. Ecco. Dinanzi a questo scritto l'umanità (quella che ha tempo per leggere Langone, ovvio, quindi una fetta ristretta dei discendenti di Adamo e Eva) si divide non già in destra e sinistra ma tra coloro che leggono e pensano: “Che fico 'sto Langone” e coloro che pensano: “Ma vaffanculo, va'...”. Affidarsi a questi ultimi, minoranza illuminata. 

venerdì 24 gennaio 2014

L'ultima provocazione dello storico Le Goff: il Rinascimento? Non esiste


Annalisa Terranova

Ha novant'anni, ma il mestiere di storico lo sa ancora fare con maestria, con la meraviglia del vero ricercatore e con la perizia del vero esperto. Jacques Le Goff, il medievista che ha divulgato come nessun altro la storia delle mentalità, nel suo ultimo pamphlet si chiede se sia un bene "tagliare la storia a pezzi". Dividere il tempo in segmenti. Ogni segmento un'epoca. Epoca cui appiccichiamo, a posteriori, un'etichetta, un'interpretazione, una caratteristica. Ma se avessimo la possibilità di chiedere a un uomo del Medioevo: senta lei lo sa di essere un medievale? Lui risponderebbe che no, non ne sa nulla. Questo è il punto di partenza, certo, perché poi interrogare il passato deve comportare i suoi oneri, i suoi rischi. Senza l'interpretazione, che è anche azzardo, il mestiere dello storico non si fa, ci si ferma allo stadio di "antichisti", quelli disprezzati da Nietzsche (a torto, perché la storiografia tedesca, sebbene incline alla filologia, non fu solo erudizione infruttuosa). Le Goff, dopo decenni di ricerca storica, è convinto che la storia non abbia un senso, ma che sia un movimento, "un movimento che va avanti portandosi dietro alcune eredità. Le possiamo studiare. Ma nessuno può dire cosa ci riservi il futuro". Ebbene ciò che lo storico francese propone è un Medioevo lungo, che va dal VI al XVII secolo, periodo che appunto "sta in mezzo" tra antichità e modernità. "Non c'è nessuna rottura fondamentale tra Medioevo e Rinascimento, tra il 14esimo e il 17esimo secolo. Ci sono cambiamenti che non modificano in modo sostanziale la natura della vita dell'umanità". Tesi opposta a quella di Jacob Burckhardt, secondo cui l'Umanesimo e il Rinascimento furono caratterizzai da un risveglio delle coscienze individuali. Le Goff non è d'accordo. E allora Cristoforo Colombo e William Shakespeare sono due uomini del Medioevo? Questa la sua risposta: "Sono entrambi pienamente del Medioevo. Cristoforo Colombo ha scritto dei suoi viaggi e ha ben spiegato quello che cercava. Attraverso i mari non cerca il mondo e l'avventura, cerca Dio. Gli eroi del teatro di Shakespeare sono i nobili, i borghesi, gli ebrei che vivevano nel Medioevo e che Shakespeare vedeva intorno a lui". 

mercoledì 22 gennaio 2014

Perché la conferenza di Ginevra sulla crisi siriana parte in salita



Soso

Le mosse che hanno preceduto la conferenza di pace di Ginevra-Montreaux  che comincia oggi promettono un pessimo inizio: Iran escluso malgrado la decisiva presenza nell'area del conflitto, ma molti altri paesi anche lontanissimi presenti solo perché schierati nei due fronti: 39 paesi divisi soprattutto sull'essenziale e cioè la permanenza al potere del presidente Assad, un fattore legato alla sovranità stessa del paese siriano. L'ipocrisia che getta le basi della conferenza "di pace" è nota ed evidente: l'emittente irakena Afaq TV ha trasmesso le immagini di un gruppo di terroristi dell'Isil che ammettono il coinvolgimento saudita nell'invasione del legittimo e internazionalmente riconosciuto territorio di Baghdad. Proprio lo stato sovrano che vedrà addestrare diecimila suoi militari da parte dell'esercito degli Stati Uniti, militari che col supporto iraniano hanno smantellato il cosiddetto "emirato di Karbala e Najaf", si schiera ormai lungo la frontiera saudita cauterizzandone il retroterra logistico. Il principale fronte di guerra direttamente connesso con l'Arabia Saudita sta quindi scomparendo, sotto l'attacco congiunto delle forze irakene e siriane. Ma mentre anche il fronte nord sta per crollare sommerso dalle avanzate dell'esercito nazionale, le bande kaediste si abbandonano al regolamento di conti terminale, che ha già causato lo sbandamento dei guerriglieri "laici". Dunque chi a Ginevra si contrapporrà alla legittima delegazione siriana, non rappresenta sul campo quasi nessuno. È ormai lampante che le forze schierate nella guerriglia terrorista sono composte da stranieri di molte nazionalità, i cui costi sono coperti dalle monarchie petrolifere del Golfo, con i sauditi nella parte del re ormai fin troppo nudo. L'allarme del ministro degli esteri italiano Emma Bonino, che denuncia cellule kaediste dormienti tra i rifugiati siriani anche in Europa, è contemporaneo al grande ponte aereo russo che trasporta in Siria enormi quantitativi di nuovi armamenti: il contributo dei volontari egiziani sarà evidentemente significativo e imprimerà un ritmo nuovo alla guerra. Ginevra 2 insomma rischia di essere solo un attardato foro di parole, perché i rapporti di forza sul campo della guerra di aggressione efferata alla Siria e all'Irak sono chiari e non reversibili. L'intervento "indiretto" dell'Egitto contro il terrore kaedista è significativo e non limitato alla Siria: già a novembre 2013 si è svolta la prima conferenza dell’opposizione libica al Cairo, dove erano presenti molti rappresentanti del vecchio regime e del regime attuale. Immediatamente dopo e fino ad oggi, gruppi della resistenza jamahirista hanno assalito e occupato le basi militari di Sabha e la vicina base aerea di Taminhant nel Fezzan, ma anche le città di Agedabia, Marsa al-Braga, Ras Lanuf, Saluq e Tobruq. Evidente il supporto logistico esterno e non solo da Est, di una ribellione sovranista libica improvvisamente tanto estesa. Chiarissimo ormai anche il solito e ibrido connubio di tutte le "primavere avvelenate": a fianco della repressione kaedista scatenata da nord, sono infatti intervenuti i bombardieri francesi basati a Ndjamena, in Chad.

sabato 18 gennaio 2014

Le bombe terroriste nel Daghestan e in Libano: ma tutto riconduce alla crisi siriana





Soso

Le bombe terroriste ormai bersagliano regolarmente il Libano multiconfessionale e plurietnico: gli innocenti barbaramente uccisi servono a lacerare, lungo linee di frattura settarie, il tessuto sociale di uno dei popoli più civili della Regione. L'evidenza giudiziaria ha ormai fatto emergere le responsabilità saudite di questa vera e propria aggressione militare, condotta dall'esterno del Libano con formazioni e metodi assolutamente criminali e fuori da qualsiasi diritto internazionale. 

Se la Guardia Nazionale Egiziana, i Partiti Nasseriani e altre forze nazionaliste hanno dichiarato la loro mobilitazione per intervenire in Siria a fianco dell’Esercito Nazionale di Assad nella lotta contro i kaedisti stranieri, significa che ciò che accade in Siria è anche e manifestamente il frutto di un'odiosa manovra occidentale e che i gruppi estremisti scatenati contro il paese arabo costituiscono solo la prima linea, in questa guerra di aggressione neo-colonialista. Ma la strategia con cui alcuni paesi occidentali conducono l'aggressione, permette di esporre la sola Ryhad alla reazione degli stati legittimi e rappresentati nelle istituzioni internazionali. È evidente infatti che i volontari egiziani in partenza per la Siria hanno la piena copertura istituzionale dello Stato Egiziano, la cui nuova Costituzione mette definitivamente al bando l'Islam politico. La logica conseguenza strategica del nuovo orientamento Egiziano, comporta di fatto l'apertura di un nuovo fronte di ostilità ad ovest per Ryhad, che ha già provocato un fronte nord Siriano-Irakeno e inevitabilmente un fronte Est Iraniano.

Ma se per il presidente Putin è provato che "tutte le piste portano allo stesso paese che gestisce le cellule terroristiche” che stanno insanguinando la Siria, il Medioriente e il Caucaso, l'ultimatum consegnato a Ryhad da una delegazione russa rappresenta una "Linea Rossa" che è già stata superata con le bombe nel Daghestan. Se diversi servizi di sicurezza europei oggi operano a Damasco, collaborando con le istituzioni della Repubblica Araba Siriana, ormai convinti che non c'è alternativa alla leadership del presidente al Assad, significa che l'estremismo islamico è una minaccia non solo per il Medio Oriente ma per tutto il mondo. È ormai evidente quindi che tutti devono contribuire per opporsi al wahabismo ed estirparlo, ma soprattutto è oggi chiarissimo che il cerchio si stringe e la dinastia reazionaria saudita è sempre più isolata ed esposta, nella guerra di aggressione e illegale, portata avanti contro il Libano, la Siria, l'Irak e la Federazione Russa. Se i fattori considerati sono realistici, il fallimento di una strategia criminale pluriennale può rappresentare la miccia per la conseguente sollevazione di interi popoli che circondano il fulcro ormai manifesto di una odiosa e pervicace politica di minaccia alla pace e ad istituzioni internazionalmente riconosciute. Tutti questi fattori portano a considerare come possibili ulteriori e non prevedibili eventi bellici, che potrebbero anche non rimanere circoscritti al solo Medio Oriente.

Hiroo Onoda, l'ultimo giapponese: un ritratto da completare


Sandro Consolato 

Giovedì, 16 gennaio 2013, è morto d’infarto, all’età di 91 anni,  Hiroo Onoda, il mitico (qui l’aggettivo non è veramente sprecato) tenente dell’Esercito imperiale nipponico che rimase in armi sull'isola filippina di Lubang dal 1944 al 1974 (aveva allora 52 anni), ignorando la fine della guerra e la tragica sconfitta del suo Paese, di cui si convinse, una volta arrestato dai Filippini, solo allorché seppe la verità dalla voce del suo ex comandante.
Alla notizia della sua morte, qui in Italia è scattata la celebrazione del soldato che non si arrese (Non mi arrendo è il titolo della sua autobiografia di guerra, pubblicata anche in Italia da Mondadori nel 1975) da parte dei siti e delle bacheche di Facebook dell’estrema destra. Che non riesce ad evitare di essere vittima del solito collezionismo acritico di “figurine”, e di slogan (“onore”, “fedeltà” ecc.) divenuti spesso pura retorica priva di contenuto. Ma vi è di più: questi siti e queste bacheche ignorano del tutto il ritratto “integrale” di Onoda. Un uomo che tornato in Patria rifiutò la candidatura al Parlamento e preferì emigrare in Brasile, dove si sposò e fece l’agricoltore, divenendo anche un punto di riferimento per gli emigrati giapponesi (nel 2004 l'aeronautica brasiliana lo onorò con medaglia al merito Santos-Dumont). Insieme alla moglie Machie, si dedicò all’impegno sociale nella terra d’adozione e poi, tornato in Giappone nel 1984, fondò un istituto di riabilitazione, al fine di educare gli adolescenti deviati alla vita in comune all'aperto: all’origine di questa istituzione un grave fatto di sangue che lo aveva molto colpito: l’uccisione dei genitori da parte di un ragazzo.. Né va dimenticato che nel 1996 volle tornare nell’isola di Lubang, e lo fece per chiedere scusa alla popolazione locale per i problemi che la sua guerriglia poteva aver ad essa creato e per le vite umane che lui stesso aveva spezzato.

Di tutto questo nell’agiografia spacciata dall’estrema destra italiana non v’è traccia. Sarà il caso di chiedersi il perché?

giovedì 16 gennaio 2014

Il Tibet è in fiamme ma l’Occidente si piega in nome di interessi economici


Francesco Pullia

Mentre il Tibet è in fiamme (e non è una metafora), il regime comunista (militar-statalista-capitalista) cinese continua a mostrare i muscoli e a esercitare ingerenze a livello internazionale. Stando a quanto si apprende da un articolo di Frank Ching apparso nel sito The China Post, il governo spagnolo, cedendo alle pressioni di Pechino, si appresterebbe a limitare i poteri dell’Alta Corte di giustizia e a bloccare la sentenza d’arresto per genocidio di cinque ex leader cinesi, inclusi gli ex presidenti Jiang Zemin e Hu Jintao, pronunciata il 18 novembre 2013. La legge prevede che la corte possa emettere una sentenza “quando l’accusato si trova sul territorio spagnolo oppure le vittime hanno la nazionalità spagnola o un legame con la Spagna”. La corte madrilena ha emesso il verdetto in quanto una delle parti civili nel processo è un tibetano, Thubten Wangchen, che ha acquisito la cittadinanza spagnola nel periodo successivo a quello in cui gli accusati si sono macchiati dei reati loro riconosciuti. Sembra che adesso il governo spagnolo sia sul punto di modificare la legge stabilendo che in futuro la vittima dovrà possedere la cittadinanza spagnola fin dal momento in cui si sono svolti i fatti se non addirittura da due anni prima. Sarebbe l’ennesima capitolazione di uno Stato sovrano alle pressioni della Cina in nome degli interessi economici.
In Tibet, intanto, Tsuiltrim Gyatso, quarantadue anni, monaco del monastero di Amchok, contea di Sangchu, regione dell’Amdo, si è immolato con il fuoco. È il 125° tibetano che all’interno del Tibet dal 2009 attua questa tragica forma di protesta. Già due anni fa, nella stessa contea, quattro tibetani si erano autoimmolati.
Un monaco del monastero di Tarmoe, Ngawang Jamyang, quarantacinque anni, è morto, invece, in prigione per le torture inflitte dalla polizia.Assieme ad altri due monaci era stato fermato a Lhasa con l’accusa di “collusione con le forze separatiste”.
Oltre due terzi dell’antica città di Gyalthag, situata nella contea di Dechen, provincia dello Yunnan, sono andati distrutti da un colossale incendio sviluppatosi nella serata di sabato 11 gennaio. Le fiamme hanno devastato più di trecento abitazioni. Non ci sono vittime ma molti residenti sono rimasti senza casa.
Gyalthag, ribattezzata dai cinesi “Shangri-la”, quattro anni fa fu teatro di un imponente trasferimento della popolazione nomade tibetana. Oltre 6.000 pastori appartenenti a 1.300 diverse famiglie nomadi furono deportati in alloggi stanziali in ottemperanza a un preciso programma governativo.
Il 10 gennaio un incendio ha distrutto un monastero femminile  nel complesso di Sertar Larung Gar, nel Sichuan. Due monache sono rimaste ferite e 2.600 persone sono rimaste senza alloggio. Le cause del rogo, alimentato dal forte vento, non sono state appurate ma fotografie postate sul sito cinese weibo.com e su facebook sono state rimosse.


Dell’importante complesso monastico si parlò nell’estate del 2001 quando le autorità cinesi deportarono con la forza migliaia di monaci e monache e ne distrussero le abitazioni costringendo i religiosi a vagare tra i boschi, senza alcun riparo. L’abate, Kenpo Jigme Phuntsog, che si era rifiutato di partecipare alle cerimonie per l’intronizzazione del Panchen Lama “cinese” fu arrestato e trasferito in un ospedale di Chengdu dove morì poco tempo dopo, in circostanze mai chiarite.
Gli due ultimi incendi si aggiungono a quello divampato nella notte di sabato 16 novembre 2013 nella contea di Lithang, nel Sichuan. Le fiamme avevano allora gravemente danneggiato il secolare monastero di Ganden Thubchen Choekhorling e distrutto la principale sala di preghiera insieme alle statue e ai preziosi manufatti che la ornavano.
Il verificarsi di tre grossi incendi nell’arco di soli due mesi pone l’inquietante interrogativo se siano dovuti a tragiche cause accidentali o frutto di deliberati atti di sabotaggio. Il sito tibetano Tibettruth ipotizza che i roghi siano “motivati politicamente” istigati da un regime che vede nei centri religiosi tibetani un terreno propizio alla crescita del dissenso e alla resistenza contro la tirannia cinese. La stessa Amministrazione Centrale Tibetana, deplorando l’incendio sviluppatosi a Gyalthag e auspicando la pronta ricostruzione dell’antica città secondo le tradizionali caratteristiche architettoniche, fa sua l’ipotesi di “falsi incidenti” provocati ad arte dal governo cinese in nome di un presunto “rinnovamento urbano”.
“Nel 1950”, ha affermato lo scorso dicembre Dichi Chhoyang, dell’Amministrazione centrale tibetana, davanti alla Commissione straordinaria del Senato italiano, “quando l’Esercito di Liberazione occupò il Tibet, i cinesi promisero ai tibetani il “paradiso socialista”. Dopo oltre sessant’anni di cattivo governo, in Tibet non vi è socialismo ma solo colonialismo, non vi è un paradiso ma soltanto tragedia. Le notizie che giungono dalla nostra patria raccontano storie di distruzione - compresi la nostra lingua e il nostro ambiente - di sparizioni, di discriminazioni, di detenzioni e arresti, di torture e condanne a morte senza processi. Oggi, in Tibet, ammonta a 1.204 persone il numero dei prigionieri politici accertati. Solo quest’anno sono stati incarcerati più di 254 tibetani e dal 2008 sono state sentenziate 22 condanne all’ergastolo. Nel Tibet occupato non conoscono sosta la repressione politica, l’assimilazione culturale, la marginalizzazione economica e la distruzione ambientale. La nuova linea ferroviaria che collega Pechino a Lhasa esporta le nostre risorse naturali e importa un numero sempre maggiore di migranti cinesi. Oggi, circa il 70%delle aziende del settore privato sono possedute o gestite dai cinesi e più del 50% dei funzionari governativi sono cinesi. Circa il 40% dei tibetani con un titolo di studio universitario o con un diploma di scuola superiore sono disoccupati. Un esempio di questa situazione è fornito dalla fotografia, pervenutaci clandestinamente, di un cartello di ricerca di personale esposto nella vetrina di un negozio di Lhasa un paio d’anni fa. Venivano offerti 30 remibi per l’assunzione di un tibetano e 50 per l’assunzione di un cinese: un caso lampante di discriminazione economica. I tibetani sono stati ridotti a cittadini di seconda classe nella loro stessa terra”.
In un articolo pubblicato sulla Tibetan Political Review, Tenzin Dorjee, direttore esecutivo di Students for a Free Tibet, ha intnato esposto le motivazioni del “Lhakar Karpo”, letteralmente "Mercoledì Bianco", movimento di resistenza popolare tibetana contro l'occupazione cinese e il rischio di una totale sinizzazione del paese. “Lhakar” intende esercitare la nonviolenza e la non cooperazione in una molteplicità di modi diversi.

I tibetani – scrive Tenzin Dorjee - si rendono conto di come le loro azioni individuali possono cambiare il futuro collettivo. Il discorso sulla resistenza sta cambiando, anziché porre l'accento sul vittimismo, enfatizza l'azione, la creatività e la strategia.(…) Come dimostrato più e più volte in altre rivoluzioni, nulla può più efficacemente abbattere i pilastri di una dittatura che una diffusa e condivisa campagna di non-cooperazione. (…) Se l'adesione al movimento si esplicherà in mille modi diversi, come farà il governo cinese a sfidarli tutti? Coloro che hanno passione per la scrittura potrebbero dedicare ogni settimana almeno un'ora ad un lavoro di editing delle voci di Wikipedia correlate al Tibet per verificare che siano veritiere; coloro che hanno piani tariffari illimitati potrebbero, il mercoledì, passare una "happy hour" a telefonare ai consolati e alle ambasciate cinesi mettendoli alle strette circa il trattamento riservato dal loro governo ai tibetani; chi sta imparando il tibetano potrebbe leggere le notizie in tibetano, almeno una volta alla settimana; chi è cresciuto in occidente potrebbe sintonizzarsi, ogni mercoledì, sui servizi in lingua tibetana di Radio Free Asia, di Voice of America o di Voice of Tibet; gli amanti dello shopping potrebbero dedicare un paio d'ore ogni mercoledì a convincere i negozianti e i rivenditori a sostituire i prodotti "Made-in-Cina" con prodotti con "Made-in..."[inserendo il proprio paese di residenza]; gli studenti potrebbero, ogni mercoledì, ricoprire i loro campus di volantini di denuncia delle ingiustizie in atto in Tibet e di come correggerle. Queste sono solo alcune tra le decine di azioni che le persone potrebbero compiere in sintonia con le proprie capacità, abilità e interessi. (…) Il fascino di Lhakar sta proprio nel suo essere un movimento volontario, flessibile e adatto a tutti. Dobbiamo consentire a ogni persona di contribuire al movimento liberamente e secondo le sue preferenze, non costringerla a conformarsi a determinate regole e apparenze. (…) In America, all'epoca del Movimento per i diritti civili, molti professionisti e ricchi uomini d'affari di colore chiedevano a Martin Luther King di rallentare il suo impegno nella campagna per l'uguaglianza. "Non agitare le acque", lo imploravano "Se spingi troppo, potremmo perdere anche quel poco che abbiamo guadagnato”. Fortunatamente per tutti noi, il Movimento per i diritti civili ha, invece, continuato ad agitare le acque. (…) Ora è il momento di rafforzare Lhakar, amplificando la sua filosofia e intensificando la sua pratica non al ritmo dettato dalla Cina, ma a quello scelto dai tibetani. Questo non è il momento di dividere i tibetani in attivisti contro pacifisti, in dediti alla politica contro dediti alla cultura, in laici contro religiosi. Dobbiamo attenuare i confini tra la cultura e la politica, tra il sociale e lo sviluppo economico poiché tale divisione in compartimenti stagni non esiste nella vita reale: viviamo contemporaneamente in ognuna di queste sfere. Non è lontano il giorno in cui il governo cinese vedrà in ogni tibetano un attivista e considererà sovversiva ogni sua azione. Quando ciò avverrà sapremo che la Cina ha perso la battaglia per Tibet”.





mercoledì 15 gennaio 2014

Il masochismo italiano all'opera con "La grande bellezza": perché si deve sempre attaccare chi ha successo?


Luciano Lanna

Con il successo internazionale del film di Paolo Sorrentino La grande bellezza si stanno inevitabilmente ripetendo tutti i riflessi condizionati connaturati alla cosiddetta "ideologia italiana". Il film colpisce e stupisce il pubblico da noi e nel mondo, si svela per quello che è, un capolavoro, ma in Italia scatta subito la presa di distanza pubblica e la critica gratuita. Un fenomeno che non è nuovo e che ha colpito negli anni, chiunque ha avuto successo nel nostro Paese. Pensiamo, per limitarci ai primi esempi che ci vengono in mente, al cinema di Sergio Leone, oppure alla narrativa di Giuseppe Berto… Più che significativo uno sguardo alla vicenda delle opere di quest’ultimo, il narratore nativo di Mogliano Veneto, i cui due primi romanzi – Il cielo è rosso e Il brigante – solo in Russia e negli Stati Uniti vendettero in poco tempo più di due milioni di copie. Alcuni dei tanti film che Berto sceneggiò per il cinema – Anonimo veneziano e Oh Serafina! – sono considerati veri e propri cult movie. Il suo capolavoro, Il male oscuro, del 1964, è indiscutibilmente il romanzo italiano del Novecento più conosciuto nel mondo. Fu un imprevisto successo straordinario: un libro totalmente nuovo per l’Italia, profondamente innervato della lettura e della lezione di Freud e si aggiudicò subito due premi in contemporanea: il Viareggio e il Campiello. Entusiasmò Dino Buzzati e fu osannato da Indro Montanelli. Eppure, nonostante venne tradotto in tutto il mondo e in tutte le lingue, venne attaccato dalla critica italiana… «Berto ottenne – ha raccontato il suo amico e collega Gaetano Tumiati – molti e molti consensi in America, venne elogiato pubblicamente da Hemingway, mentre i nostri critici letterari non ebbero mai la giusta percezione del suo talento, marchiandolo superficialmente come autore “fascista”… ». Tra i pochissimi, l’irregolare Sergio Saviane ha ad esempio ricordato come negli ambienti dell’establishment culturale fosse stato comunque decretato «l’ostracismo, anzi, l’eliminazione totale, per Giuseppe Berto, uno dei pochi scrittori autentici d’Italia…». E questo probabilmente, come suggerì Carlo Bo, perché i critici «non gli perdonavano la colpa del successo…».
Il successo è sempre una colpa in Italia, insomma… L’invidia pubblica è da noi più efficace che altrove, e produce anche questo… Paradossale, inoltre, che anche stavolta, nel caso de La grande bellezza, gli ambienti conservatori e di destra sono poi i primi a mobilitare l’attacco… Ripetendo quello che accadde, ad esempio nel 1960, per il film che è stato da molti paragonato proprio a quest’ultimo di Sorrentino, La dolce vita di Federico Fellini. Eppure, La grande bellezza è un film che parte esplicitamente da una citazione di Céline e che è profondamente immerso in una visione proustiana della decadenza… Cosa c’entra l’anti-italianità con uno straordinario affresco sull’esito degli ultimi quarant’anni di vita italiana, con il fallimento esistenziale, morale e culturale di un’élite culturale e di una intera classe dirigente, che il film descrive e racconta alla grande?

Certo, come abbiamo detto, anche nel 1960 fu proprio il Secolo d'Italia a contraddistinguersi per la campagna di stampa contro La dolce vita. E questo, anche in quel caso, nonostante il regista per la figura del protagonista, interpretato da Marcello Mastroianni, si fosse in parte ispirato a un giornalista di destra (e futuro cineasta) come Gualtiero Jacopetti e malgrado il film fosse piaciuto (e molto) a uomini non certo di sinistra come il cardinale di Genova, Giuseppe Siri, e al giornalista più famoso d’Italia, Indro Montanelli. Anche in quell’occasione la destra fu critica e becera, accodandosi alla stessa reazione che anche i comunisti provavano nei confronti dell’opera felliniana. “Sacrosanti i fischi a Milano” si leggeva il 7 febbraio sulla prima pagina del Secolo d’Italia, in quella fase condiretto a tre da Giorgio Almirante, Franz Turchi e Filippo Anfuso, con un’ampia spalla di prima intitolata “Vergogna! La dolce vita di Fellini è un oltraggio all’Italia e a Roma: lo si ritiri dalla circolazione”. E nell’articolo si poteva leggere: “Questo film attentato, questo film menzogna, questo film laido è passato tra le maglie della nostra stranissima censura: noi speriamo che le distratte autorità lo tolgano dagli schermi”. Tutto ci conferma una cosa: certi ambienti non riescono a non adeguarsi ai riflessi condizionati che pensano debbano essere i propri. L’establishment deve, per forza, criticare chi ha successo, mentre i conservatori debbono, è più forte di loro, attaccare qualsiasi opera che descriva artisticamente la decadenza. Ma, diciamo allora noi, perché non mandate al rogo anche i libri di Proust, Spengler, Céline, JüngerDrieu, Cioran e tanti altri? Se preferiscono le fiction retoriche e edificanti sulla storia ricostruita ex post lo dicano chiaramente… Noi, tranquillamente preferiamo dire, invece, che La grande bellezza è un capolavoro al quale auguriamo anche l’Oscar…

La guerra siriana e il ruolo di Arabia Saudita e Iran: verso un punto di non ritorno



Soso
La decomposizione della tristemente nota Al Nusra è iniziata. La più temibile tra le formazioni kaediste mobilitate nell'invasione della repubblica araba siriana, ha iniziato non solo ad essere sconfitta in una serie di riconquiste dell'esercito nazionale, ma manifesta ormai tutti i segni di un cedimento strategico totale. Sul fronte di Raqqa nel nord-est siriano è stato arrestato uno dei suoi capi militari, mentre fuggiva travestito con niqab e make-up da donna, mentre interi reparti in prevalenza balcanici, smobilitano per tornare nell'Europa che li ha spediti ipocritamente avanti nel tentativo di colonizzare ancora un popolo capace di grandi espressioni culturali, quando Berlino e Parigi erano solo sperduti villaggi.
Il canale televisivo irakeno Al-Sumariya ha invece apertamente denunciato la partecipazione saudita, nell'aggressione kaedista contro il popolo siriano e quello irakeno. Il leader fondamentalista Shaker Vahib el-Fahdavi infatti, ucciso pochi giorni fa nel corso dell'offensiva governativa nella Provincia di Anbar, aveva conferito con emissari del Principe Bandar bin Sultan, capo dei Servizi Segreti di Riyadh, ricevendo 150 milioni di dollari e 60 autoveicoli dagli emissari sauditi. L'Anbar è stato sconvolto da violenze inaudite, perché le milizie qaediste con basi sia in Iraq che in Siria hanno lanciato un’offensiva senza precedenti negli ultimi dieci anni. Il gruppo kaedista chiamato Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), ha dovuto lanciare un’offensiva su vasta scala contro Ramadi e Falluja, mentre dall’altro lato del confine, in Siria, combatteva contro altri gruppi armati mercenari, kaedisti e non. Una tragedia del tutto nuova, che si spiega solo con l'evidenza della situazione strategica siriana, dove l'esercito nazionale, i comitati popolari di resistenza, i volontari Hizb-Allah e i cristiani siro-libanesi, ma anche gli yemeniti e gli iraniani, dilagano ormai su tutti i fronti. È divenuto sempre più urgente attaccare la Siria su altri fronti in modo decisivo, pena l'inutilità di un concerto di interventi internazionali durato tre anni e in cui sono stati investiti enormi capitali, oltre a una prima linea combattente fornita dall'internazionale kaedista. Che questa nuova fiammata di guerra costituisca un possibile punto di non ritorno, è evidenziato dalla preparazione all'intervento sul campo da parte dell'esercito iraniano, che suona come un avvertimento diretto proprio all'Arabia Saudita. Il Vicecapo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, Generale Mohammed Hejazi ha infatti dichiarato che "Se ritenuto necessario ed esplicitamente richiesto dal Governo di Bagdad" l'esercito di Teheran è pronto a fornire aiuto logistico, tattico e operativo all'Esercito irakeno impegnato nella campagna antiterrorismo nella Provincia di Anbar. Ma il riaccendersi della rivolta sciita nel Bahrein, presidiato militarmente dall'esercito saudita, indica chiaramente come tutto il golfo persico diverrà terreno di scontro, se l'interferenza saudita continuerà a violare la sovranità e l'indipendenza della Repubblica Irakena e di quella Siriana.

lunedì 13 gennaio 2014

Storia del Secolo. La rivolta di Reggio e la vera origine del "Boia chi molla"




Luciano Lanna

Nel giugno del 1970 si tennero in Italia le prime elezioni per le regioni a statuto ordinario. E come primo effetto a luglio esplode la rivolta di Reggio Calabria, che si prolungherà per oltre un anno. Sorsero barricate, ci furono morti, attentati e scontri, il governo giunse a impiegare reparti militari per la repressione, le donne dei quartieri popolari reggini impararono come gli studenti universitari della contestazione a confezionare bottiglie molotov da lanciare contro la polizia. Il motivo della sommossa fu la mancata assegnazione a Reggio, quale capitale della Calabria, degli uffici regionali con le assunzioni connesse. Che erano state invece divise con Catanzaro e Cosenza. Il 5 luglio il sindaco democristiano della città, Pietro Battaglia, tiene un rapporto pubblico ai cittadini in piazza del Duomo e viene proclamato lo sciopero generale. Il primo cittadino viene immediatamente espulso dal suo partito mentre il Msi assume in un primo momento una posizione critica verso i suoi iscritti e simpatizzanti che avevano aderito alla rivendicazione. E anche per questo qualche giorno dopo vengono bruciate in piazza migliaia di copie del Secolo d’Italia in segno di protesta: tutti i giornali ne danno notizia. Qualche giorno dopo durante gli scontri con la polizia resta ucciso il reggino Bruno Labate, non era un missino ma un iscritto alla Cgil. Ma in quel momento quella prima vittima diventa il simbolo dell’intera città. Nella notte tra il 16 e il 17 luglio vengono incendiate le sedi del Msi e del Pci. E a catena si scatenò così una rivolta antipartitocratica che verrà capeggiata dal sindacalista della Cisnal ed ex consigliere comunale missino Ciccio Franco. Il primo documento ufficiale del Comitato d’azione della rivolta terminava così: «Per Reggio capoluogo: Boia chi molla!». Da quel momento tutti i giornali italiani manderanno i loro inviati nella città calabrese.
Il Secolo continua però a mantenere le distanze. I disordini di Reggio, si legge sul quotidiano diretto dal calabrese Nino Tripodi, sono da attribuire «all’inesorabile degenerazione del regionalismo». Sempre sul Secolo, il 23 luglio, il titolo «Urge a Reggio il ritorno alla normalità» denota la preoccupazione del partito di Almirante per la piega che stanno prendendo gli avvenimenti. Nell’articolo, infatti, si osserva che «pur tenendo in doverosa considerazione i travagli dei reggini e i loro problemi, non possiamo ignorare la critica situazione. Anche quando esiste, com’è il caso di Reggio, una situazione di annosa crisi permangono dei limiti che non possono essere valicati e dei valori incontestabili: autorità, Stato, rispetto della legge, delle persone e delle cose. Crediamo che a Reggio si desideri la tranquillità». Ma la popolazione, supportata anche da militanti del Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese e di Avanguardia di Stefano Delle Chiaie, non “mollava”. E nel febbraio del 1971 arrivano i carri armati e parte una raffica di mandati di cattura.  
A questo punto anche il Secolo cominciò a seguire la vicenda dei “boia chi molla” incaricando delle corrispondenze il suo giornalista Enzo Iacopino, che era reggino e che resterà al Secolo anche negli anni successivi prima di intraprendere una fortunata carriera attraverso il Settimanale, il Giornale di Montanelli e Il Mattino che lo porterà a diventare presidente nazionale dell’ordine dei giornalisti. L’allora inviato del quotidiano torinese La Stampa Giampaolo Pansa, incuriosito dal motto – “boia chi molla” – che aveva dato il nome a tutta la rivolta, chiese a Ciccio Franco se fosse stato lui a inventarlo. Ma il capopopolo calabrese alzò le spalle: «L’ho letto da qualche parte, lo gridavano durante il Risorgimento…». Sembra infatti che già nel 1799 avesse risuonato dalle barricate poste a difesa delle repubbliche giacobine di Roma e di Napoli. E poi c’è chi sostiene sia stata pronunciato a Milano durante le cinque giornate antiaustriache del 1848. Chi lo ricorda urlato da un certo sergente Sivieri che, in una terribile giornata del novembre 1917, durante la ritirata di Caporetto, con quelle parole avrebbe incitato i suoi soldati dopo che il loro generale s’era dileguato. Fin qui le tracce che si perdono nella tradizione orale. Poi la prima vera testimonianza documentata, arriva dall’uso frequente che ne faceva Roberto Mieville, nel 1944 prigioniero italiano non-cooperatore nel Fascist’s camp di Hereford negli Stati Uniti. Nel suo libro autobiografico Prigionieri nel Texas il giornalista Gaetano Tumiatilo ha raccontato descrivendo l’arrivo nel campo di concentramento del suo vecchio amico Roberto: «Dopo l’abbraccio, mi ha afferrato per le spalle e fissandomi negli occhi, mi ha detto: “Ghitan! Sapevo che ti avrei trovato qui. Boia chi molla! Gente come noi non si rassegna…».
Già in una lettera dell’11 aprile ’43, mentre tutt’intorno, in territorio tunisino, divampa la resistenza di un drappello di sopravvissuti italiani alla lunga ritirata dai confini egiziani, lo stesso Roberto Mieville, ventiquattrenne, scriveva alla madre: «Sii tranquilla che comunque e ovunque avrò tenuto fede al mio motto: Boia chi molla!». Quello stesso Mieville diventerà, una volta tornato in Italia, uno dei primi animatori del Msi. Fu il primo leader del raggruppamento giovanile e nel ’48 entrerà in Parlamento come giovane deputato. Si considerava “di sinistra” e sottolineava la matrice risorgimentale e socialista dell’impegno politico dei missini. Dopo la sua prematura scomparsa, avvenuta nel 1955 per un tragico incidente stradale, quando aveva solo trentacinque anni, tutti lo ricorderanno soprattutto per la sua eccezionale capacità oratoria e, appunto, i suoi slogan. Ha raccontato Pasquale Ometti, direttore nel 1957, del settimanale Rotosei, che quando in redazione arrivava lo scrittore Giuseppe Berto – che era stato accanto a Mieville e al pittore Alberto Burri a Hereford – c’era sempre «uno spiritoso che scattava in piedi gridando “Boia chi molla”…».



Tutto questo per escludere qualsiasi interpretazione della rivolta calabrese del ’70 come fenomeno reazionario, lettura cara a una certa sinistra. «Io a Reggio vedevo con i miei occhi – ha scritto la giornalista, reggina e di sinistra, Adele Cambria, anche lei tra gli inviati presenti in città – e sentivo con le mie orecchie che quella non era una “rivolta balorda” come scrivevano i miei colleghi dei quotidiani del Nord. Io vedevo sulle barricate i ragazzi di quindici, venti anni, dei rioni popolari di Sbarre e Santa Caterina, e mi chiedevo: possibile che il Pci non percepisca che a Reggio non sta accadendo qualcosa di vecchio ma che, al contrario, è scattato anche nella mia città quel meccanismo collettivo per cui gli esclusi trasformano la propria situazione in scelta e condizione privilegiata d’attacco?». In quanto ai sindacati – spiega la Cambria – «con la Cgil in testa forse prestavano fede all’antica vulgata marxiana secondo cui non ci sarebbe stata la Rivoluzione, con la “r” maiuscola, senza industrializzazione del paese…». La gente di Reggio disse invece no e per nove mesi le strade della città furono teatro di manifestazioni di massa e scontri duri tra i dimostranti e le forze di polizia. Dirà un parroco, anche lui tra i dimostranti: «Sì, c’è un po’ di America Latina e purtroppo anche un po’ di Vietnam qui… Chiedevamo il riconoscimento di un diritto, ci hanno mandato i battaglioni della Celere».
La rivolta era iniziata il 14 luglio 1970 e il 17 settembre arriva la notizia del mandato di cattura per «istigazione a delinquere» per Ciccio Franco il quale, per dirla col leader di Lotta Continua Adriano Sofri che era anche lui sceso in Calabria interessato alla vicenda, «fu il primo fascista ad approfittare del regalo che il Pci aveva fatto a Giorgio Almirante, condannando i fatti di Reggio…». Al principio, infatti, come abbiamo detto, il Msi era distratto da tutta la vicenda preso com’era dalla strategia almirantiana in doppiopetto tesa a prospettare una destra moderata e da maggioranza silenziosa. Ma a settembre fu forse proprio la discesa di Adriano Sofri in Calabria – Lotta Continua aveva fatto affiggere in tutta Italia un manifesto con la scritta: “Reggio capitale per uno scontro con lo Stato” – a far riflettere i vertici missini e a riappropriarsi del “Boia chi molla”. Poi il 60 per cento di voto reggini alle elezioni anticipate del 1972 convinse Almirante, e la componente movimentista del Msi, che la scelta era stata giusta. Anche perché Ciccio Franco – «il capopopolo più efficace della rivolta» secondo Sofri – era stato candidato al Senato come capolista del Msi e aveva conquistato al partito postfascista il 36 per cento dei voti. Un evento che per anni farà discutere dentro il Movimento sociale su quale fosse la strategia migliore per uscire dall’isolamento e diventare una forza a vocazione egemonica: quella di entrare nelle aree di malessere sociale, ad esempio del Mezzogiorno, come dimostrava Reggio, oppure quella della costruzione di una destra moderata che guardava all’elettorato benpensante in fuga dalla Dc e sensibile ai giochi di palazzo? Una politica oltre la destra e la sinistra da una parte, una tattica finalizzata a condizionare la Dc dall’altra, come poi si vedrà anche nella scelta di affiancare Fanfani nel referendum contro il divorzio.
Non a caso, i fatti di Reggio, insieme a quelli sessantottini di Valle Giulia in cui gli studenti missini si erano schierati con tutti gli altri e contro la polizia, diverranno fino al 1976 e anche oltre, i due esempi della possibilità di un’“altra politica” per il Msi, quella – per dirla col giovane Marco Tarchi, che introdusse l’espressione – dello «sfondamento a sinistra». Non è casuale, del resto, la comune condanna della repressione militare della rivolta di Reggio, da parte del deputato missino Beppe Niccolai – apparsa proprio in un editoriale sul Secolo ­­– e del leader sessantottino Adriano Sofri. «Al coinvolgimento popolare – ha spiegato l’ex leader di Lotta Continua – corrispose un coinvolgimento dello Stato in funzione di pura repressione poliziesca e militare. Era la prima volta che lo Stato repubblicano interveniva con un presidio così vasto e forte in un’intera regione italiana, rimanendoci per un anno e mezzo. Era inimmaginabile, era qualcosa che somigliava all’Irlanda…». Ma di questa rivolta – che assicurerà al Msi grandi consensi elettorali nel Mezzogiorno per quasi tutti gli anni Settanta ­– prevarrà la rimozione pubblica di fronte alla strategia almirantiana della destra nazionale. Anche se i nodi irrisolti verranno al pettine subito dopo la crisi-scissione del 1977.

domenica 12 gennaio 2014

Anni Settanta: una tentata strage (poco nota) ai danni del Fdg e l'incontro tra Taviani e Buscaroli sulle bombe...



Segnavia

Ancora dal libro di Pietro Comelli e Andrea Vezzà Trieste a destra: il racconto dell'assalto dei manifestanti dell'estrema sinistra alla sede del Fdg di via Paduina. Siamo nel 1974, nei giorni successivi alla strage di piazza della Loggia a Brescia. Un episodio drammatico, che per fortuna non degenerò in una strage. Ma non c'è in questa citazione da noi scelta alcun intento di rievocazione nostalgica o epica. L'episodio, poco conosciuto, è a nostro avviso emblematico di un clima storico. Gli anni Settanta non possono infatti essere visti come un insieme di episodi di eroica resistenza all'assalto dei "rossi" ma vanno contestualizzati e va sottolineata, nell'analizzare quel periodo, anche la contraddizione di un Msi che da un lato preparava la svolta moderata con la Costituente di destra e dall'altro mobilitava i giovani alla scontro fisico (vedi il famoso discorso di Giorgio Almirante a Firenze nel 1972, "I nostri giovani devono prepararsi allo scontro frontale con i comunisti, e siccome una volta sono stato frainteso, e ora desidero evitarlo, voglio sottolineare che quando dico scontro frontale intendo anche scontro fisico"). 

A distanza di quarant'anni da questi eventi è ora che anche da parte della destra si raccontino quegli anni in modo critico e maturo, senza omissioni, e anche senza nulla togliere al coraggio e alla determinazione di chi in quell'epoca difficile "teneva le posizioni" a proprio rischio e pericolo. Ecco il racconto tratto dalle pagine di Trieste a destra:
"All'altezza di via Paduina il corteo svolta a destra e raggiunge la sede del Fronte della Gioventù. All'interno del 'covo' i giovani missini sono in diciassette, fra cui quattro ragazze. Il Msi a livello nazionale aveva ordinato di lasciare le sedi vuote, per evitare guai. ma quelli di via Paduina non ci stanno, disobbediscono al diktat di Giorgio Almirante... L'adiacente via Crispi viene bloccata dagli extraparlamentari con alcune automobili in sosta messe di traverso, in modo da impedire l'intervento delle forze dell'ordine e dei mezzi di soccorsi, mentre con i paletti reggicatene presi sempre in via Crispi il portone d'ingresso della palazzina viene subito forzato  dai 'rossi' che salgono di corsa al secondo piano con in mano anche pietre e mattoni. Dalle finestre volano bottiglie e si vedono alcuni giovani del Fronte sporgersi con in testa il casco e i fazzoletti a coprire i loro volti. Ma non c'è tempo per stare affacciati alle finestre a fare il tiro al bersaglio, bisogna cercare di impedire l'ingresso dei compagni che a turno premono sulla porta della sede. Sono almeno cento. 'Mettemmo un divano di traverso incastrato all'ingresso tra le due pareti e poi tavoli e scrivanie accatastate. Sfondarono subito mezza anta della porta e si trovarono di fronte la barricata: in due alla volta ci alternavamo in quel corridoio stretto. Avevamo circa 200 bottiglie di vetro vuote a disposizione, le lanciavamo contro i compagni oppure le spezzavamo e con i cocci li sfidavamo a venire avanti. Solo quelle bottiglie ci salvarono da una sicura capitolazione' (il racconto è di Francesco Serpi). Dietro alla barricata i giovani di destra gridano cori contro il comunismo e intonano canzoni fasciste. 'Lo facevamo un po' per schernire i compagni e dimostrare che non avevamo paura e un po' per farci coraggio. Ma avevamo paura di non uscire vivi' ammette Serpi. Il terzo attacco di cui parla il quotidiano Il Piccolo è quello più pericoloso: viene sparso il salnitro sul pianerottolo e appiccato il fuoco. la barricata comincia a bruciare. 'Iniziammo a spegnere le fiamme con i secchi d'acqua, ma l'acqua a un certo punto non usciva più dai rubinetti: i comunisti erano saliti al piano di sopra dello stabile e pensai avessero spaccato i tubi. Demtro di me - racconta ancora Serpi - pensai adesso ci ammazzano'. Le cose si mettono male, le quattro ragazze presenti vengono mandate in fondo alla sede nell'ultimo stanzino, mentre gli altri formano lungo il corridoio alcune linee di difesa nell'attesa dell'assalto finale. Quello decisivo. Ma invece dei compagni arrivano i carabinieri. 'Sono il capitano Lo Sardo, con me ci sono altri sette carabinieri. Non sparate, non sparate', grida una voce sul pianerottolo chiedendo di parlare con Franco Bernardi, responsabile del contratto d'affitto di via Paduina, non presente però all'interno della sede. In strada, dove staziona il resto del corteo, si è sparsa la voce che i fascisti hanno le pistole e stanno sparando ai compagni. Ecco il racconto di Serpi: 'Dissi chi ero al capitano dei carabinieri e poi li facemmo entrare. Iniziarono una perquisizione e trovarono solo una maschera antigas e qualche bastone, perché armi non ne avevamo. Poi ci fecero scendere in due gruppi. Ricordo un tappeto di vetri, le nostre bottiglie rotte, e il sangue lungo le scale di chi ci aveva assaltato ed era rimasto ferito. Uscimmo da portone con i compagni che gridavano di tutto, le forze dell'ordine ci caricarono a bordo di due cellulari e finimmo al commissariato di San Sabba'. Lontano dal centro città, fuori dalla mischia per precauzione". Il quotidiano Il Piccolo parlò di incomprensibile ritardo dell'intervento delle forze dell'ordine in via Paduina (sotto la sede del Msi c'era invece un presidio fisso). La polizia venne chiamata per oltre tre quarti d'ora ma furono i carabinieri a spegnere le fiamme e a liberare i ragazzi missini.



Siamo nel maggio del 1974. Nel febbraio dello stesso anno l'allora ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, aveva convocato nella sua casa romana il giornalista Piero Buscaroli, all'epoca direttore del Roma, il quale riferisce di quel colloquio nelle sue memorie Dalla parte dei vinti (pp. 455 e seguenti). Taviani disse a Buscaroli che il Viminale aveva finanziato provocatori di sinistra per mettere in difficoltà il Pci, che le bombe attribuite alla sinistra erano state messe dal Viminale, allude alla possibilità che l'operazione venga ripetuta per la destra e offre a Buscaroli di farsi mediatore per ottenere da Almirante lo scongelamento dei voti missini: "Quei tre milioni inutilizzati, la democrazia italiana ha bisogno di utilizzarli, non c'è altra strada. Ho fatto sciogliere Ordine Nuovo, ma solo per liberare il Msi da un peso, mai mi verrà in mente di chiedere lo scioglimento del Msi, lo dica ad Almirante". Almirante disse che non si fidava, e che non era interessato a trattare con Taviani perché la fine del regime era vicina. Buscaroli rivelò quell'incontro con il ministro degli Interni vent'anni dopo, nel 1994, con un articolo apparso su Il Giornale. Taviani smentì la rivelazione bollandola come un "cumulo di falsità". 


sabato 11 gennaio 2014

Perché il conflitto siriano sfugge al controllo dell'Occidente e prefigura nuovi equilibri in Medio Oriente



Soso

L'appello congiunto lanciato da Iran e Turchia perché venga posta fine alle violenze in Siria e Irak, come l'incontro a Istanbul tra i ministri degli Esteri iraniano Zarif e il suo omologo turco Davutoglu, evidenziano sempre più il mutamento strategico effettuato dal presidente turco Erdogan. La convergenza turco-iraniana per una soluzione pacifica della crisi siriana infatti, di fronte agli interventi franco-britannici e sauditi di allargamento del conflitto a Libano ed Irak, configura il riallineamento turco come una posizione internazionale eccessivamente autonoma per essere tollerata in ambito Nato. Il "modello dialettico" italiano Sigonella-Tangentopoli è troppo noto per non ravvisarne oggi la riattualizzazione nella crisi turca.
Le aperture di Erdogan alla componente militare kemalista finora discriminata, come l'attacco a polizia e magistratura egemonizzate dal gruppo filo-Usa di Fethullah Gulen, rivelano apertamente la dinamica del conflitto istituzionale turco. La cooperazione Iran-Irak invece, sostanziata nel campo dell'industria petrolifera ma anche sul piano politico e nel supporto militare, ha prodotto un decisivo intervento militare nella provincia occidentale irakena dell'Anbar, dove l'esercito del presidente Al Maliki sta completando la riconquista di una enorme area finora sottratta alla propria sovranità, perché controllata dai kaedisti dell'Isis, che ha rappresentato finora una sicura retrovia, un santuario kaedista e un corridoio logistico essenziale, per i supporters sauditi dell'aggressione alla Siria. Di fronte al tracimare del conflitto fuori dal controllo occidentale, in un'area che va dal Mediterraneo al golfo persico e allo stesso Afghanistan dell'exit strategy occidentale, assistiamo quindi a una recrudescenza generale della crisi che ha come epicentro l'invasione della Siria. L'orrore siriano è infatti il tragico inverarsi di uno scontro che solo l'ipocrita propaganda euro-atlantica, può ancora definire come una guerra civile. Le sempre più numerose e reciproche carneficine perpetrate dalle varie fazioni kaediste, specialmente nei morenti fronti del nord e dell'est siriano, preludono ormai al crollo definitivo davanti alle avanzate dell'esercito nazionale, sempre più numeroso e combattivo perché espressione di una mobilitazione popolare senza precedenti nella storia del Medio Oriente. 

Una vera e propria sollevazione che vede insorgenze spontanee contro la barbarie degli invasori kaedisti, anche in settori non ancora liberati dall'esercito nazionale. La barbarie che in Siria ha annullato lo sviluppo umano degli ultimi 35 anni, riducendo in povertà più di dodici milioni di persone e cioè metà della popolazione, è un'aggressione crudele che ha costretto sei milioni di siriani a lasciare le loro case e nove milioni ad aver bisogno di assistenza umanitaria. Reiterare in fronti circostanti il fallimentare tentativo neo-colonialista, non è solo il dispiegarsi del cinismo dell'occidente imperialista e razzista: è la manifesta evidenza della perdita di un'egemonia storica e di una crescente disperazione.

giovedì 9 gennaio 2014

Anni spezzati: una fiction di successo adatta alla "democrazia del dolore"



Annalisa Terranova

Ha vinto il prime time la fiction “Anni spezzati” che ha raccontato la strage di Piazza Fontana, la morte di Pinelli e l'uccisione del commissario Luigi Calabresi. E una fiction, in effetti, ha questa funzione: attirare pubblico, divulgare, spingere ad approfondire. Non si può chiedere a una serie tv di fare luce su anni complessi e bui. Si può dire però che questa serie - mandata in onda tra l'altro il giorno dopo che Presadiretta su Raitre aveva mostrato i video dei pestaggi e le storie delle vittime di settori violenti delle forze dell'ordine – rientra a pieno titolo nel filone riabilitativo di polizia e carabinieri programmato dalla Rai a partire dallo squalificante episodio della Diaz. Ma questo è solo un primo livello, che si manifesta nei discorsi fatti dal personaggio Luigi Calabresi sulla verità, sulla trasparenza, sulla correttezza delle procedure degli interrogatori, sull'intransigenza e sul dovere delle divise di dare il buon esempio, quelle divise che portano pace e ordine perché stanno in mezzo agli odii contrapposti. Auspici che stridono alquanto con anni in cui, nel clima generale di tensione sobillata ad arte, l'insabbiamento era all'ordine del giorno (e ne è prova proprio il processo su Piazza Fontana) così come la criminalizzazione di alcuni settori della società.
Ma più ancora “Anni spezzati” (nonostante il meritevole sforzo di sollevare il sipario sulle mistificazioni ieologiche di quegli anni grazie alla consulenza di Baldoni e Provvisionato) rientra pienamente il quella gestione della memoria nazionale che lo storico Giovanni De Luna ha chiamato opportunamente “la democrazia del dolore”(La Repubblica del dolore, Laterza). Un Paese come l'Italia dunque, incapace di fare i conti con il proprio passato, preferisce incentivare il dolore per le vittime (tutte uguali dinanzi alla morte esattamente come Pinelli e Calabresi nella fiction di cui stiamo parlando) e per le sofferenze dei familiari, e chiama tutto ciò “memoria condivisa” evitando accuratamente di spiegare i ruoli, i contesti e gli intrecci che determinarono certe scelte violente e di terrore. La narrazione televisiva si presta molto bene a questa operazione di celebrazione della religione civile delle vittime che, evitando ogni giudizio storico, è l'unica possibile base – accettata dalle forze politiche in campo – per una posticcia pacificazione. Mettere in mostra il dolore, allora, anziché sforzarsi di spiegare i contesti. Il sentimentalismo che ne deriva produce un chiaroscuro che distilla bontà: il buon padre Calabresi (anche nei confronti dei suoi uomini), il buon anarchico Pinelli, il buon utopista Feltrinelli, il buon poliziotto Boccia che si innamora di un'anarchica sbandata. A fianco a tutta questa bontà che prepara il finale commovente, appena accennati i livelli superiori che si occupavano delle grandi manovre stabilizzatrici del regime. Ma almeno, va detto, l'accenno c'è stato. Un ottimo precedente per passare da una memoria pubblica fondata sul solo ricordo assolutorio per tutte le vittime a una memoria davvero condivisa basata sulla conoscenza reale dei fatti, perché – come cittadini e non come spettatori – a quella abbiamo diritto. 

domenica 5 gennaio 2014

La partita che si gioca in Medio Oriente: i kaedisti usati per giustificare l'attacco dell'Occidente



Soso

La rivolta kaedista nell'ovest irakeno confinante con la Siria, ha aperto ormai un vero e proprio nuovo fronte della guerra che, travolgendo ogni confine, si manifesta sempre più come un conflitto regionale e internazionalizzato. I miliziani kaedisti hanno infatti dato battaglia a Falluja e Ramadi, decisamente troppo vicino alla capitale Baghdad: forze di élite e unità corazzate irakene sono quindi entrate in combattimento nelle due città simbolo della resistenza all'invasione anglo-americana del 2003. È quindi sempre più evidente il coinvolgimento saudita nel conflitto: come retrovia logistica sul fronte irakeno; come supporto finanziario e direzione delle cellule kaediste in Libano, confermate dall'arresto del saudita Majed al-Majed, capo delle Brigate Abdallah Azzam, da parte dell'intelligence di Beirut. E infine non vanno sottovalutati i tentativi sauditi di ingraziarsi il paese dei cedri con tre miliardi di dollari e l'aiuto della Francia, a patto che il Libano accetti di diventare pedina di Riyadh nella guerra contro Assad ed Hizb-Allah. 

La raffica di attentati stragisti nella capitale libanese e le sommosse kaediste a Tripoli siriaca, nel nord del Paese dei Cedri, parlano chiaro: il Libano sarà sempre più coinvolto, per aprire un fronte marittimo che supporti nuove offensive contro la Siria, dove l'esercito nazionale procede ormai quasi dappertutto con operazioni antiterrorismo. È oggi insomma necessario chiedersi quali potenze vogliano un Libano incendiato, una Siria divisa e un Iraq devastato dagli attentati. La risposta indica con precisione oltre all'evidente Arabia Saudita, la riedizione del patto Sykes-Picot con cui Regno Unito e repubblica francese intendono riportare indietro di un secolo l'intera regione (Il patto Sykes-Picot fu stipulato il 16 maggio 1916 e in quell'occasione Regno Unito e Francia definirono segretamente, dopo la fine della Prima guerra mondiale, le loro rispettive aree di influenza in Medio Oriente, in particolare sui territori tra la Siria e lì'Iraq). 

Il grimaldello strategico ormai evidentissimo e già utilizzato nella grande destabilizzazione araba degli ultimi tre anni, è l'armata kaedista scatenata per giustificare il successivo intervento imperialista occidentale. Armata strutturata come rete terroristica forte ormai anche di cinquemila combattenti europei, con passaporto di Paesi dell’area Schengen. Lo dice chiaramente l'intelligence belga citata dal quotidiano francofono Le Soir, che denuncia anche un gruppo kaedista fiammingo: 200 cittadini con passaporto belga che combattono in Siria e Iraq e di cui almeno 20 sono morti in battaglia.