domenica 10 novembre 2013

La rifondazione di An: ecco perché lo scetticismo prevale sull'entusiasmo



Annalisa Terranova

Rinasce Alleanza nazionale. Delle cui vicende mi occupo, lavorando al Secolo, da un sacco di tempo. E allora, se rinasce, perché non dire qualcosa? Già, ma che c'è da dire? Uno se la potrebbe cavare osservando che i "rifondatori", assai usurati, hanno perso smalto, credibilità e capacità di attrazione. Il che è ovvio. Tra loro ci sono, però, persone sulle quali non è proprio il caso di infierire.  Per esempio Roberto Menia, della cui buona fede non dubito (tra l'altro fu l'unico, nel 2008, ad opporsi allo scioglimento di An). E anche su Adriana Poli Bortone non mi sento di avanzare critiche. Su Francesco Storace mi limito a dire che le sue oscillazioni tra destra di governo (abbastanza difettosa) e destra identitaria e di protesta rendono la sua attuale proposta poco convincente. Ma questi sono tutti dettagli rispetto a ciò che colpisce di questa "rinascita".

Innanzitutto colpisce la mancanza di una riflessione sul fenomeno Berlusconi e sul modo in cui lo stesso Berlusconi ha interpretato la destra in questo ventennio. Non una parola è stata spesa in proposito, mostrando ancora una volta che la destra è capace solo di procedere per "rimozioni" interessate. Lo stesso avvenne a Fiuggi: il Msi venne archiviato tra applausi commossi e poi dimenticato nelle citazioni (come il suo leader Almirante) per dare l'idea che dall'era dell'impresentabilità si era passati a quella della presentabilità. Lo stesso è accaduto con il fascismo. Rimozioni, appunto, e non elaborazioni. La mancanza di approfondimento, infatti, rende la nuova rappresentazione di sé più morbidamente (ma anche falsamente) accettabile. Basta non ricordare certe parentele indesiderate... La destra che prova oggi nuovamente a camminare da sola (con la nuova An ma anche con FdI) non si concede il lusso né dell'autocritica né del giudizio sul berlusconismo. Sarebbe un dispendio di energie. Ma sappiamo che è sbagliato, come fu sbagliato "rimuovere" l'esperienza del Msi e l'eredità del fascismo senza farci, fino in fondo, i conti.

Del resto, a dare l'impressione errata di un'evoluzione che in realtà è una stasi si presta la figura dell'ex leader Gianfranco Fini. Basta addossare a lui ogni colpa e ogni nefandezza, attraverso l'impolitica categoria del "tradimento", per sentirsi a posto con la coscienza e con la propria storia. Ma sappiamo che anche in questo caso è sbagliato, come fu sbagliato, all'epoca di Democrazia nazionale, evitare ogni analisi critica sui bisogni e le esigenze che portarono a quella scissione utilizzando ancora una volta la scorciatoia dell'accusa di tradimento. L'aggettivo "badogliano" è quello che soccorre in questi casi, ormai così vergognosamente numerosi, una classe dirigente incapace e di individuare i propri errori e di farsi da parte. 

Credo sinceramente che ci sia un qualche genuino entusiasmo attorno a questo progetto, e ciò perché la "base" (un termine anacronistico ma non saprei trovarne un altro più adatto) è sempre stata a destra accomodante rispetto ai difetti dei propri vertici, li ha tollerati e interiorizzati e li ha replicati nei propri atteggiamenti. L'inno, le bandiere, i "camerati" che dopo tanto tempo si ritrovano: basta questo armamentario "consolatorio" per rideterminare quel perimetro del "ghetto" (noi felici pochi, noi che andiamo avanti nonostante tutto, noi che non moriremo democristiani, noi che solo tra noi parliamo la stessa lingua, noi che non abbiamo più il padrone ad Arcore, noi che abbiamo sofferto le discriminazioni, noi che c'eravamo quando i nostri morivano ammazzati ecc. ecc.) in cui in fondo desiderano tutti tornare per la rassicurante raccolta di consensi sicuri (facciamo un 6-7 per cento da dividersi - ottimisticamente-  tra quelli che seguiranno la nuova An e quelli che daranno fiducia a Giorgia Meloni. So che tra le due formazioni esistono differenze che si vorrebbero anche strategiche ma attendo ancora che siano messe politicamente in forma. Al momento vedo solo una - dal mio punto vista - non gratificante scopiazzatura del movimento lepenista francese e un patriottismo datato. Anche gli impulsi "buoni" che pur esistettero nella destra sociale (di cui Storace è stato leader con Alemanno) sono ormai naufragati e spenti dal cattivo esempio (ricordo solo il pietoso caso di Franco Fiorito e non credo ci sia bisogno di aggiungere altro). Se così non fosse, gli "accampati" contro la crisi dovrebbero mobilitarsi anche da questa parte. E invece non ve n'è traccia. 

Del resto la scelta definitiva del campo della destra come luogo della propria azione politica è una conseguenza del taglio netto e ideale con il fascismo: finché quell'eredità restava almeno nell'immaginario era possibile anche a chi stava a destra scegliere una propria "specifica" declinazione del suo stare da questa parte, guardando oltre l'angusto orizzonte dei valori del ceto borghese e sognando di perpetuare il filone socialista che nel fascismo, pur tra mille contraddizioni, fu vivo e operante. Strappata quella radice (per esigenze storiche che trovo ragionevoli e necessarie e non certo per la frase di Fini sul "male assoluto") cade anche questo alibi. O si sta di qua o si sta di là. O si sta a destra o si sta altrove. Direi che la partita giocata dai tanti che si riconoscevano nell'anima di sinistra dell'ex Msi è ormai definitivamente persa. E sia la nuova An sia FdI non mi sembra abbiano, al momento, intenzione di guardare fuori dal recinto da cui provengono, di provare a conquistare con un linguaggio nuovo e con argomenti più complessi, fette di elettori stanchi delle etichette ideologiche o che in esse non si sentono rappresentati (quest'ultima caratteristica, tra l'altro, era quella che rendeva il progetto di Fli un po' attraente e che non solo non è stata sperimentata ma è stata anch'essa "rimossa" nel libro di Fini "Il Ventennio"). 

Eppure, a volerle cercare, ci potrebbero essere ricadute positive in quanto sta accadendo. Innanzitutto la rinascita di due sigle egemoni a destra - An e FdI- può far venir meno la capacità di attrazione esercitata da un certo armamentario estremista che in questi anni ha recuperato spazio di manovra. In secondo luogo ciò che sta rinascendo in questi mesi potrebbe funzionare se la nuova An e FdI si muovessero dinamicamente nello scenario della destra. La prima esercitando una sua forza d'attrazione rispetto all'elettorato conservatore, la seconda interpretando istanze movimentiste e mettendo in campo, soprattutto a livello giovanile, un linguaggio più libero dai retaggi del passato (in questo senso la guida affidata a una leader giovane come Giorgia Meloni rappresenta senz'altro una carta da non sottovalutare mentre non lascia ben sperare l'affidarsi a personaggi ambigui come Magdi Allam). Ma se i due nuovi partiti si limiteranno a contendersi lo spazio elettorale che fu del Msi temo che sarà destinato a prevalere il modello di una destra conservatrice e obsoleta. 
In ogni caso nessuna nuova destra potrà maturare "rispettabilità" dinanzi all'opinione pubblica senza un taglio netto - questa almeno è la mia opinione - con il berlusconismo e con la sciatta compiacenza di cui esso ha dato prova nei confronti della parte peggiore del Paese. E va da sé che anche i rapporti con la Lega - almeno finché non si capirà bene quanto Maroni sarà in grado di trasformare quell'area politica - dovranno essere improntati allo stesso consapevole distacco. In assenza di queste condizioni, ciò che si muove a destra resterà il tentativo di mettere insieme un cartello elettorale per guadagnare qualche seggio a Strasburgo. Un obiettivo così poco ambizioso da non meritare altre riflessioni. 

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